Tutte le strade portano al Fucino

Giorgio Falco



Sono in libreria, - con i limiti dovuti alla distribuzione fagocitante che al solito richiede soprattutto il libro dell’anno, del mese, del giorno, il capolavoro più bello dell’ultima mezzora – due opere di Tommaso Ottonieri. Ricompare, in una versione restaurata, merito della casa editrice No Reply, nella collana Maledizioni, curata da Sparajurij, Dalle memorie di un piccolo ipertrofico (prefazione di Edoardo Sanguineti), l’esordio narrativo di Ottonieri, uscito per Feltrinelli nel 1980. La casa editrice Le Lettere, nella collana fuoriformato, curata da Andrea Cortellessa, propone Le strade che portano al Fucino (prefazione di Enrico Ghezzi, guida alla lettura di Gilda Policastro, cd allegato con musica di Maurizio Martusciello).
Ottonieri è stato il precursore di molti temi poi diventati comuni per scrittori di maggior fortuna commerciale: la merce, la riduzione dei corpi a fantocci da portare a spasso, anzi, portati a spasso dalla chiacchierabilità, tra un ipermercato e l’altro, corpi chiusi e intrappolati nella decadenza delle lamiere, delle macerie biologiche, nell’ipertrofia di una lingua che cresce dal suo esordio e ricerca con ostinazione l’origine del mondo, ah, le cose sono serene, tra verminazioni di pixel e radici di patate, un’unione perfetta di parola e corpo dentro il mondo sgretolato, ricomposto dal perpetuo attraversamento di liquidi (come l’acqua lingua madre delle Memorie), peregrinazioni di zone, zolle, rewind, vortici, replay, astri, pianeti, mattonelle, remix, il continuo ritornare ai luoghi.
Nel risvolto di copertina, Andrea Cortellessa apre non a caso con “ogni narrazione è un territorio”. Che sia una colonna in tangenziale o la slabbratura di un semaforo o la tovaglia quasi dialettale di un picnic o la zolla venosa di una direzione abruzzese, Ottonieri, come sottolinea Cortellessa, non ha descritto il territorio, lo ha inventato, una vicinanza, evidenziata anche da Gilda Policastro, al cinema di Lynch e Cronenberg. Ma, visto il debito forte che Lynch ha nei confronti della fotografia americana, mi viene da aggiungere che Ottonieri ha una vicinanza ai fotografi che meglio hanno scandagliato le infinite possibilità di un territorio: penso ai New Topographics, al loro lavoro trentennale sul territorio, dentro il territorio, consci dell’indispensabile astrazione per rielaborare la necessaria indipendenza dalla realtà che pure la compone.
Ecco allora il Fucino, Abruzzo, quasi Lazio, una linea di confine, le antenne nella piana di Telespazio, il centro spaziale italiano nato proprio negli anni ’60 per le prime trasmissioni intercontinentali tra Italia e Stati Uniti, un territorio fertile per captare e generare i segnali provenienti dal cielo e irradiarli nella terra brulla, in quella landa custodita dalle vicine montagne materne, schermi amorevoli ideali per proteggere le onde elettromagnetiche.
Adesso Telespazio controlla anche il flusso di dati, di servizi televisivi su piattaforme digitali, monitora i satelliti in orbita e origina la prosa poetica di Tommaso Ottonieri, alla ricerca faticosa di una radice, di un ritorno agli aspetti primordiali dell’esistenza, alla preistoria fantascientifica di Avezzano e dintorni, la piana del Fucino come esplorazione.
La prosa poetica, l’insistenza dello sguardo, a volte il loop di Tommaso Ottonieri mi fanno pensare alla migliore pallacanestro. Uno degli schemi è il pick and roll. Il giocatore palleggia, lotta contro la resistenza del pallone sul parquet, dell’avversario che lo marca, del tempo che passa, delle urla che piombano, della luce che acceca, della trasparenza dei tabelloni appesi, degli spicchi arancio acidi, della retina scheletrica, della lingua che dice. Dopo il pick and roll, il blocco di un compagno, il giocatore decide di fare il terzo tempo, vola verso canestro con la palla in mano, non può atterrare, sarebbe un’infrazione. Il giocatore anche in aria, - non a caso il più grande cestista di ogni tempo, Micheal Jordan, era soprannominato Air, - ha una sorta di visione laterale e periferica, come se avesse un terzo occhio. In aria, il giocatore ha quella che gli americani chiamano hesitation, esitazione. Esitazione non è incertezza, è un movimento rallentato che, paradossalmente, rende meno nitida l’azione, la deforma, la fa diventare altro, una rigenerazione dello sguardo. Ecco, la prosa poetica di Ottonieri ricorda la faticosa conquista e, per fortuna, vana difesa di un luogo. Il giocatore occupa il proprio tempo e spazio, resiste alla caduta e scarica la palla altrove poco prima di tornare sulla terra, in un’altra direzione, una via di fuga labile nell’angolo dimenticato finalmente quasi libero e in silenzio, per poi ricominciare.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 14 febbraio 2008