Le braccia, lo stomaco, lo sfintere

Sergio Baratto



Le braccia

Una cosa che il governo Monti ha messo in luce è la sostanza di ciò che in Italia si concepisce come “destra”. Mi spiego meglio: per la prima volta da tempo abbiamo in Italia un governo – quello guidato da Monti, per l’appunto – che tenta di applicare una politica di centrodestra, liberale e liberista, così come la si intenderebbe in un qualsiasi paese democratico dell’Europa civilizzata. Ebbene, in Italia succede che la parte di opinione pubblica che si autodefinisce (è) di destra reagisca rabbiosamente proprio a questa politica di destra. Perché evidentemente in Italia la “destra” si identifica non con il liberalismo conservatore, ma con la sempiterna poltiglia ideologica populista, demagogica, pataccara, violenta che in altra epoca ha prodotto il fascismo storico e nell’ultimo ventennio ha originato fenomeni politici e sociali come il berlusconismo e movimenti neofascisti come la Lega.

Lo sperimento ogni giorno da settimane, in quel minuscolo ma interessante punto d’osservazione che è il mio posto di lavoro: i colleghi che per dieci anni hanno assistito senza fare una piega alla devastazione totale della politica, della civiltà della polis, da parte di forze politiche estremiste e feroci che del resto avevano ricevuto il loro convinto avallo elettorale, che hanno preso per buono ogni capro espiatorio indicato loro da un potere politico manifestamente malvagio e incapace, che hanno condonato ogni porcheria e inettitudine alla destra che loro stessi avevano contribuito a mandare al governo, ora improvvisamente si scoprono coinvolti (sconvolti) dalle scelte politiche del nuovo governo e reagiscono con una veemenza che mai hanno espresso prima, osannando le bombe a Equitalia, invocando stragi in parlamento, esecrando i privilegi dei politici, definendo l’esecutivo Monti “una dittatura”. Giorni fa un collega schiumando vaticinava terribili misure fiscali a venire contro la seconda casa al mare che lui e sua moglie si sono costruiti con tanta fatica e sudore della fronte.

Questa gente ha votato per anni Berlusconi o Bossi, ha accettato o addirittura apprezzato le leggi xenofobe, le persecuzioni razziali. Non le è mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello che la schedatura antropometrica dei Rom voluta da Maroni fosse un allucinante ritorno alle persecuzioni xenofobe fasciste degli anni Trenta. Le stava bene così: o non le interessava o era d’accordo. Questa gente non vedrebbe l’ora di fregare la collettività come fanno i grandi evasori e non lo fa solo perché non può. Si fa fregare dai datori di lavoro senza sapere come difendersi. Spera in San Gennaro e intanto cerca di arrangiarsi. Questa gente ha sostanzialmente digerito senza profferire verbo (salvo qualche sporadico inoffensivo borborigmo) i “privilegi della casta” per gli scorsi dieci anni salvo scoprirli (e scoprirli intollerabili) all’improvviso solo adesso. Questa gente prima o poi immancabilmente pronuncerà la madre di tutti i luoghi comuni: “Sono tutti uguali”, eppure continuerà immancabilmente a votare gli stessi sporchi personaggi, perché a quanto pare sono più uguali degli altri alla sua piccola amoralità da suddito servo. Questa gente è il brodo microbico da cui scaturiscono i fascismi. Serve un fuoco per farlo sobbollire: quel fuoco è la crisi.

A volte, quando scrivo o dico così, menzionando i discorsi semplificatori e inaccettabili che sento fare intorno a me magari in sala mensa, nella mezz’ora di pausa pranzo davanti alle patate coi cornetti e agli spaghetti al pesto del giorno prima riscaldati al microonde, vengo tacciato di snobismo, di elitarismo, di separatezza dalla vita reale. Per il solo gesto di registrare le voci provenienti dal ventre del Paese – quelle poche che posso ascoltare con le mie orecchie, senza pretesa di generalizzarle e farne la voce maggioritaria –, divento una specie di signorino schizzinoso, il classico bourgeois bohémien che non fatica ad arrivare a fine mese, ignora quali siano i problemi quotidiani della gente comune e non fa mai la spesa all’Essecorta di Vergate sul Membro. Come se non esistesse alternativa e si potesse stare solo con la suburra o solo tra i patrizi. Come se poi davvero esistessero solo la suburra e i patrizi, e non anche una parte civile di “comuni cittadini” che non vuole cedere alle retoriche fascistoidi, alle semplificazioni, alle lusinghe della predazione facile. Infine, come se non esistesse movimento possibile, possibilità di cambiamento.

Ma cos’è meno rispettoso di questi sempiterni “italiani medi”, lamentosi, fascistoidi, ideologicamente strutturati su cliché elementari (e che pure, vissuti da vicino, in quanto esseri umani hanno ovviamente pregi e difetti e sono un coacervo di bontà e miserie, accecamento e perspicacia)? Affrontare le pulsioni oscure che agitano il Paese, cercando di farsi strada tra le granitiche certezze fatte di zingari ladri di bambini, comunisti affamati di tasse e perfide Albioni (o Germanie) come la goccia che scava la pietra, nell’assurda ostinazione a credere che le persone possano cambiare punto di vista e allargare la propria visione, oppure liquidare con giudizi sprezzanti ogni tentativo di definire le aree cancerose del corpo e del discorso collettivo in nome della più cinica e artificiosa generalizzazione (“il popolo”, sia esso – a seconda delle forze politiche che operano questa semplificazione retorica – italiano o padano), di una presunta saggezza pragmatica di questo presunto popolo che i presunti intellettuali estenuati non sarebbero capaci di comprendere e della non esplicitata certezza che “questa gente” – l’unica cui si attribuisca statuto d’esistenza – non possa che essere/restare plebe?

Lo stomaco

C’è un personaggio nei fumetti di Alan Ford, una specie di anti-supereroe mascherato che si chiama Superciuk e la cui missione è rubare ai poveri per dare ai ricchi. Nel primo albo in cui compare (nell’ormai remoto 1971), Superciuk sottrae alle famiglie povere i beni di consumo che con terrificanti sacrifici erano riusciti ad acquistare – minuscole utilitarie, frigoriferi… – e li consegna ai ricchi. I quali brindano alla fine delle angherie loro inflitte dalla plebaglia – perché questo sono, nella loro percezione, quei patetici tentativi da parte dei poveri di sollevarsi dalla miseria. Un assunto che nel fumetto aveva un chiaro aspetto caricaturale e satirico, ma che in questi tempi grami pare essersi tramutato in una rivendicazione legittima e inopinabile. Non solo negli Usa, patria per eccellenza dell’ineguaglianza dei redditi, dove negli ultimi anni in contrapposizione ai movimenti protestatari di sinistra (Seattle, Occupy Together) è nato un movimento apertamente populista e fascistoide come il Tea Party e i “ricconi” si ribellano all’accusa di produrre e conservare l’ineguaglianza sociale non già rigettandola bensì rivendicandone la liceità e anzi la giustezza (tanto che, per esempio, Peter Schiff, amministratore delegato della Euro Pacific Capital, una società di brokeraggio dal patrimonio stimato intorno ai 65 milioni di dollari, può, tra il plauso generale dei colleghi, dichiarare con tono indignado: “Pago in tasse più di quello che un signore medioevale prendeva ai servi della gleba”).

In questi mesi anche in Italia, terra aliena dall’influenza del calvinismo, dove la tradizione e il bon ton ovvero l’ipocrisia prescrivevano finora come necessario dissimulare questa regola semplice e feroce – i ricchi godono e i poveri si arrangiano, i predatori predano e i predati si fanno predare – che pure è da sempre nota a tutti, il governo Monti – il primo da un’era a questa parte che possa dirsi correttamente espressione di un’idea politica conservatrice liberale e liberista (e il fatto che non sia nato dal voto democratico ma da un’operazione oligarchica di Palazzo la dice lunga sull’eccentricità e sulla minorità assoluta nell’Italia attuale del pensiero liberale propriamente detto) – ha prodotto un fenomeno stupefacente e davvero meritevole di riflessione: accanto alla risposta ovvia e prevedibile (verrebbe da dire “doverosa”) di scontento e opposizione da parte della sinistra e del mondo sindacale, in questo caso, stiamo infatti assistendo alla reazione via via sempre più scomposta del blocco sociale cosiddetto ricco o benestante, nonché delle parti politiche che ne sono l’espressione e che negli anni scorsi ne hanno curato gli interessi nei luoghi di gestione della politica. In altre parole e riassumendo all’osso la questione, dopo aver grufolato per anni nel ricco trogolo approntato e sempre rifornito dal berlusconismo, gli “abbienti” si vedono oggi sfiorare da quelle misure minime di rigore che il governo conservatore deve volente o nolente applicare loro, onde non rinunciare del tutto a quel velo ipocrita che menzionavo sopra ed evitare di innescare nei ceti medio-bassi, oggettivamente più colpiti dall’austerità, una reazione rabbiosa potenzialmente incendiaria.

Per il momento, questo timidissimo sfioramento dei privilegi si risolve più che altro in qualche aggiustamento tributario e qualche azione dimostrativa di zelo da parte della Guardia di Finanza. Eppure è tale e talmente inveterata la desuetudine al minimo sindacale di decenza, foss’anche soltanto ipocrita, che la sola applicazione sporadica degli strumenti di legge (controllo degli scontrini fiscali, verifica dei redditi dei possessori di SUV in vacanza a Cortina) basta a far saltare i nervi ai riccastri nostrani e ai loro referenti politici. Che si lasciano andare a dichiarazioni e azioni così stupide e vergognose che la vergogna non è semanticamente sufficiente a descriverle: deputate danarose che si denudano “simbolicamente” parodiando involontariamente il buon vecchio Francesco d’Assisi, nipotine di dittatori fascisti che piagnucolano di istigazione al suicidio, sindaci dolomitici che di fronte alla Guardia di Finanza in azione parlano di “metodi da stato di polizia”.

Ecco, non sarà elegante ma certe affermazioni mi suscitano un’ira tale che volentieri spedirei magicamente indietro nel tempo quel sindaco a sperimentare di persona cosa siano i metodi da stato di polizia, magari alla scuola Diaz o nella caserma di Bolzaneto il 21 luglio del 2001, e magari – se magia dev’essere, che lo sia davvero – in sostituzione dei poveri innocenti che vi furono torturati.

Lo sfintere

C’è poi l’ultimo gradino dell’ignobiltà, su cui, come accade spesso, è la Lega a posare i piedi. Vige oggi in Italia una squallida vessazione ai danni dei lavoratori stranieri, cui per legge vengono chiesti 80, 100 o persino 200 euro sotto forma di un “contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno” che in realtà non ha alcuna giustificazione salvo la volontà di vampirizzare i più poveri e impossibilitati a controbattere: ricordo che si parla di persone che sgobbano nel nostro Paese e al nostro Paese versano i contributi INPS per una pensione che, nella maggior parte dei casi, non riceveranno mai. Ebbene, è bastato che un ministro dell’esecutivo Monti menzionasse la possibilità di rivedere questa tassa assurda non eliminandola (il che sarebbe un atto palesemente e inaccettabilmente di sinistra) ma rimodulandola in base al reddito dei richiedenti (il che ne farebbe semplicemente un atto di buon senso), per provocare la reazione idrofoba del principale partito razzista del Paese: “Non si azzardino a farlo”, “sarebbe una discriminazione nei confronti dei cittadini padani e italiani” (graziosa da parte di Maroni, l’ex ministro responsabile della prima schedatura razziale dai tempi del fascismo, l’inclusione dei cittadini di uno stato straniero come quello italiano sotto la fremente ala della sua indignazione). Insomma, è sempre la rivolta dei ricchi contro i poveri, sebbene declinata secondo la logica leghista: togliere ai negri poveri per non toccare i padani bianchi. Ma qui ogni tentativo di analisi si ferma: in assenza d’aria, a queste profondità fognarie, il raziocinio boccheggia. Bisogna tornare su in fretta e furia per riprendere fiato, prima di tornare a immergersi nella merda.


2 PENSIERI SU “LE BRACCIA, LO STOMACO, LO SFINTERE”

Pingback: Menenio Jr. e la rivolta dei ricchi

Pingback: Le braccia, lo stomaco, lo sfintere « La dimora del tempo sospeso








pubblicato da s.baratto nella rubrica emergenza di specie il 5 gennaio 2012