Into the Wild

Sergio Baratto



Questi sono gli appunti che ho preso mentalmente durante e per iscritto subito dopo la visione del film di Sean Penn Into the Wild.
SPOILER WARNING! A chi sta leggendo queste righe: fai attenzione, qui di seguito vengono rivelati diversi elementi della trama nonché il finale.

Doppiaggio fastidioso. Non so perché, ma qui più che in altri film finisce per sottolineare involontariamente a ogni istante che stiamo vedendo un film, non la realtà. Non saprei dire se sia per colpa di questo particolare doppiaggio o se sia deleterio il doppiaggio in sé su un certo tipo di film (su film di un certo spirito). Fatto sta che qui non fa altro che svelare l’aspetto posticcio.

Standing ovation al vecchio intagliatore di cuoio: Hal Holbrook, così si chiama nella realtà, straordinaria faccia americana, l’unico attore in tutto il film che mi ha fatto dimenticare che quello che stavo guardando era un film.

Il protagonista: un angelo della morte per chiunque lo incontri. Sembra quasi un suo perverso talento: far innamorare di sé le persone che incontra – ma innamorare sul serio – "solo" per spezzare loro meglio il cuore al momento di andarsene.

A M. l’attore non è piaciuto, anzi per dirla tutta sostiene che con quella faccia poteva giusto fare le pubblicità.
Leggo su internet che per questa interpretazione ha vinto un premio. Boh.
A me non è parso né un James Dean né una scarpa. Forse perché in certi momenti e da certe angolazioni la sua faccia lo faceva assomigliare a un mio vecchio avventuroso amico con cui ho fatto l’interrail dopo la maturità, e in altri a un mio compagno di studi all’università che dopo la laurea si è fatto frate.

Dopo un po’ le frasi-slogan diventano stucchevoli. Diciamo dopo due. Il film ne ha almeno venti.
Anche la voce fuori campo, che rimesta nella vita interiore di Alex come in uno zaino aperto, è un po’ invadente. Poteva starci, mi dico, ma con più parsimonia.
M.: "Ma perché gli americani devono sempre spiegarti tutto? Fatemi vedere lui che agisce, Non lui che teorizza sul proprio agire!".

Sembra incredibile che esistano ancora famiglie americane incarnanti l’incubo borghese nei modi esatti dei quadri di Norman Rockwell o dell’epoca dei "ribelli senza una causa". I genitori di Alex paiono usciti direttamente dai tempi della Beat Generation o, tutt’al più, dal Laureato. Persino la pettinatura della mamma di Alex non appartiene agli anni Novanta, ma ai Cinquanta.

L’ultimo film-cammino che mi abbia commosso fino alle lacrime è stato Una storia vera di David Lynch.
Chissà perché cominciano a commuovermi più gli eroi vecchi, che escono dai binari della consuetudine e della vita stagnante da vecchi, che improvvisamente si imbizzarriscono quando secondo ogni buona creanza e credenza non sarebbe più loro concesso. Che diventano pazzi fuori tempo massimo. O forse è proprio per questo: perché c’è nel loro gesto qualcosa di più eroico. La giovinezza è l’età dei possibili futuri, dell’esordio e della compresenza di ogni possibilità. A ventidue anni, mi viene da dire, si è – o almeno si dovrebbe essere – naturaliter londoniani. Cercare una traccia sul cammino dei fratelli maggiori, non importa se in carne ed ossa o solo di carta e inchiostro – Rimbaud, Jack Kerouac, Martin Eden –, è normale, persino doveroso. A settant’anni è eroico e commovente. Ti dice che l’uomo a volte è talmente imprevedibile da uscire di carreggiata e fare 2+2=5 anche fuori tempo massimo, tanto per dare uno schiaffo supplementare alle ferree leggi della logica e del buonsenso.

Una tragedia, peraltro, la sua storia. Che mi sembra la storia di una vittoria e di un fallimento, di una vittoria che costituisce il proprio fallimento: arrivare in fondo a sé stessi, arrivare a realizzare perfettamente i propri piani, il proprio sogno di felicità lungamente sognato e pazientemente inseguito, per capire nella pienezza del sogno incarnato che la felicità vale in fondo solo se hai altri occhi in cui specchiarti e un’altra pelle odorosa da annusare. Capirlo davvero solo nel momento in cui si è raggiunta la perfezione del sogno, quindi venir colti da una comprensibile fregola di tornare nel mondo. E morire proprio allora.
A me è sembrata una beffa atroce del destino.

Uno dei momenti più fastidiosi: quando abbraccia la ragazzina – lei è disperata perché è innamorata fino alle lacrime, e lo è con i genitali e col cuore, che è la forma più incurabile e disperante di innamoramento – e lui le molla lì l’ennesimo aforisma londoniano: qualcosa del tipo "Ricordati che quando vuoi una cosa, nella vita, devi solo allungare la mano e prenderla".
A parte la battutaccia greve greve che mi è irresistibilmente affiorata in quel momento, mi permetto di dire che nel "mio film" non sarebbe mai successo nulla del genere. Di certo non si sarebbe sentita quella frase da bacio perugina londoniano.

Invece la "asessualità" di Alex ci stava, ci stava perfettamente. Alex Supertramp è (stato) anche un supereroe, a modo suo, un superman etimologico, cioè un uebermensch. Un eroe asceta. È un erede sui generis dei nichilisti radicali russi ottocenteschi, di Rachmetov, il superuomo-asceta nichilista di Cernyshevskij (nel brutto, noioso romanzo Che fare?), le dico mentre torniamo passeggiando a casa. Magari sto prendendo una cantonata.
Insomma, quando compi un viaggio dentro te stesso non puoi uscire da te stesso.
Il sesso è la più grande evasione dal proprio Io. Mica la droga.
Quindi l’obiezione del mio vicino di poltroncina, secondo cui nella realtà nessun ventitreenne in quel frangente sarebbe riuscito a trattenere il proprio istinto riproduttivo, è una stronzata.
Nessun ventitreenne normale, forse.
Il mio vicino di poltroncina, del resto, per tutto il film non ha fatto altro che mormorare sconcertato "Ma quello era pazzo!" (lo mormorava alla fidanzata, o forse a sé stesso). Quindi c’erano tutte le premesse perché anche la sua testona giungesse a questa lampante e banale conclusione: che Alex era – come si preferisce – pazzo (sano) in un mondo di normali (babbani!) oppure normale (sano) in un mondo di pazzi (babbani! Babbani!).
E che anche nella realtà ne esistono, di queste persone "fatte strane".

Non mi permetterei mai di dare lezioni di cinema, però da semplice spettatore dico che – fosse per me – eviterei di mettere in un film scene di cavalli che corrono liberi in controluce al ralenti e giovani che spalancano le braccia al vento (almeno dopo Titanic una scena così diventa ingombrante…).

La colonna sonora è bella (nella fila dietro di me un ragazzo la canticchiava all’unisono ogni volta, forse per amore fanatico di Eddie Vedder o forse per esibirci il suo amore fanatico per Eddie Vedder). Purtroppo rischia più volte l’effetto videoclip. I Canned Heat per sottolineare una scena di autostop: è seducente, perché nel mio occhio di spettatore scatta subito un clic di riconoscimento: ah, i film "on the road", il caro vecchio spirito dei Sessanta… Ma è un sotterfugio disonesto e un déjà vu. Allora, se a quel punto dalla striscia d’asfalto sfuocata fosse apparsa una motocicletta, perdio, cosa mi avresti fatto sentire? "Born To Be Wild"?
Credo che la musica in un film bisognerebbe invece sottrarla il più possibile. Dovrebbe sempre apparire necessaria, apparire dove è necessaria.
Non mi sembra giusto drogare una scena con la musica. È come una dichiarazione di incapacità: "Siccome non siamo capaci di far deflagrare esteticamente (o emotivamente) questa scena senza additivi, aggiungiamo un po’ di glutammato". Ma nella vita reale le nostre scene madri non hanno quasi mai una colonna sonora, eppure la loro deflagrazione emotiva ci investe lo stesso in pieno. Io non voglio accettare questa dichiarazione di resa del cinema nei confronti della realtà.

Un film "programmatico": invece no, tutto doveva scaturire spontaneamente. Il "messaggio" di Alex Supertramp (chiedo scusa per la semplificazione) io volevo vederlo, non volevo sentirmelo spiegare da voci fuoricampo e scene didascaliche.

La scena della morte invece è molto bella, mi ha colpito. Soprattutto quel cielo abbacinante.

L’autoscatto del vero Christopher McCandless che chiude il film è il momento più commovente (forse l’unico davvero commovente) del film: non a caso, mi rendo conto adesso. È ovvio, stupido! mi dico: è l’unica cosa "realmente reale" di tutto il film, l’unico momento in cui veramente mi sono sbarazzato della fastidiosa consapevolezza di stare assistendo a una messinscena, a una finzione, a una ricostruzione. Il che è triste, per un film che mette in scena una persona ossessionata dalla verità, kantianamente fedele alla verità (come ci viene più di una volta ripetuto).

Mentre vedevo il film, mi sono reso progressivamente conto che dovevo il mio coinvolgimento emotivo a un processo spontaneo di "scavalcamento". Ovvero, il mio cervello da un certo punto in poi ha come deciso di accantonare ogni percezione della messinscena, insomma di ignorare l’artificiosità, e di usare il fluire delle scene e dei personaggi come un canovaccio su cui costruire una storia propria, un proprio viaggio nelle terre selvagge, immaginando cosa doveva aver pensato/fatto il McCandless reale (sapevo al momento di andare al cinema che si trattava di una storia vera) e utilizzando come materiale di ricostruzione dell’avventura interiore del McCandless reale il mio mondo interiore. Cioè, in pratica, ricreando nei miei occhi in visione un ibrido, in cui usavo il film così come al cinema si usano i movimenti di un attore, monitorati da una rete di elettrodi attaccati al suo corpo, per poi costruire al computer una creatura affatto differente.
Insomma, ho usato una mia versione artigianale e pre-informatica della cosiddetta "computer grafica" (computer-generated imagery, CGI): catturando i movimenti del film di Penn, scarnificandolo per rimpolpare il tutto con la carne della mia immaginazione.
Il Chris McCandless/Alex Supertramp così scaturito nella mia visione non c’entra dunque più nulla con il suo omonimo del film (né certamente ha niente a che vedere con il Chris McCandless/Alex Supertramp reale).

Forse allora è stato proprio grazie a questa mia spontanea opera di CGI, che il film di Penn è riuscito a parlarmi.
È bello, quando un film (un libro ecc.) ti "parla". Ma non è una cosa, bella per chi ha girato il film, se di esso ti parla solo ciò che non dipende dal film. A me è successo proprio questo: del film di Penn mi ha parlato (cioè ha prodotto in me una risonanza) ciò che da esso eccede, ciò che niente deve alla sceneggiatura, alla regia, alla fotografia o alla recitazione.
Cosa? Forse il mistero indecifrabile che si nasconde (e si nasconderà per sempre) dietro il sorriso del vero McCandless in quel fotogramma finale toccante e terribile. Forse quel rifiuto del mondo e quella sete del mondo che vegetano anche in me, e che ho impiegato senza nemmeno accorgermene per sostituire a un girato che non mi soddisfaceva una storia diversa, mia. Con protagonista un Frankenstein che di profilo, imperscrutabilmente, mi assomigliava.








pubblicato da s.baratto nella rubrica a voce il 13 febbraio 2008