Luce d’estate
ed è subito notte


Andrea Cirolla



Jón Kalman Stefánsson, Luce d’estate ed è subito notte, Iperborea, Milano 2013

Il titolo dice già tutto. O quasi. Luce/buio: non è questo il solo contrasto di cui vive l’ultimo romanzo tradotto in Italia (da Silvia Cosimini, per Iperborea) di Jón Kalman Stefánsson. Un altro, ben più importante, è quello che porta a collaborare velocità e lentezza: la prima usata come simbolo del presente; la seconda del passato, e in riferimento a un’Islanda – rappresentata sineddoticamente dall’autore attraverso un villaggio dei Fiordi Occidentali – che non c’è (non ci sarebbe) più, forse non troppo lontana dal presente, eppure già troppo lontana.
Al villaggio che Stefánsson presenta, attraverso le vicende incrociate di donne, uomini, vecchi e bambini – persone comuni – narrati in otto capitoli, quanti sono i racconti che abbinati l’uno all’altro configurano una somma non scomponibile nei suoi addendi, è rimproverato il fatto di non lasciar accadere niente («se fosse vero che la quiete è il sogno della velocità, magari dovremmo istituire una casa di cura per cittadini stressati […]. Venite dove non succede niente, dove niente si muove se non il mare, le nubi e quattro gatti»), come se anche i luoghi avessero le loro colpe, ed è rimproverato di ospitare una vita collettiva fin troppo ordinaria, di non lasciar sedimentare la Storia (Benedikt, alto uomo solitario dal naso ingombrante, lo nota andando in viaggio a Londra, dove può incontrare una mummia vecchia quattromila anni quando nel suo villaggio ci si deve accontentare di «un museo della civiltà agricola, un trattore del 1936, attrezzi del 1920, una pipa di cent’anni fa e cose del genere»). A questo vuoto congenito si aggiunge – ed è un altro rimbrotto del narratore – il vuoto formale e sostanziale del modello consumistico statunitense, cui nemmeno l’Islanda scampa.
Ma tutto ciò accade a dire il vero sottotraccia. Il vero corpo dello strano romanzo intitolato Luce d’estate è nel contrasto (un altro) tra ordinarietà delle vite dei personaggi creati e la loro singolarità: ciò accade quando quel corpo si distende come in un bagno galvanico che lo riveste di una certa materia, di un tenue bagliore. È la poesia, e non a caso le prime pubblicazioni dell’autore (tre) sono in versi; versi narrativi stando a ciò che si legge in Postfazione (sempre a cura di Silvia Cosimini), che infatti cedono successivamente il passo alla prosa poetica dei suoi romanzi. Una poesia stralunata, popolata di oggetti del quotidiano associati in modo dolce e bizzarro a elementi di una metafisica fatata, come la modernità elettronica incontra la tradizione acustica nella musica dei conterranei Múm (senza andare a scomodare i soliti Sigur Rós).
Strano romanzo, ma la stranezza sta poi in sostanza soltanto in questa poesia eccentrica e personale, e tangenzialmente in alcune soluzioni stilistiche: nei dialoghi, che talvolta sono inseriti nella prosa senza i tipici elementi interpuntivi (in modo analogo a ciò che accade nei libri di Saramago, ma senza quella “regola”) e talaltra sono risolti senza formule di accompagnamento (ad es.: disse lei), ma presentati come battute sciolte di una pièce; nella voce narrante che si è scelta, plurale e collettiva, ed è la coscienza del villaggio, la voce di tutti i suoi abitanti e di nessuno, un noi storico, narrante e riflessivo, che in conclusione di ogni singolo capitolo (tranne tre) diviene corsivo e tira un bilancio del racconto e della vita vissuta con quella ancora da vivere, ma senza essere onnisciente. Qui viene in mente il Lars von Trier vestito di tutto punto che davanti a un sipario, prima dei titoli di coda, commenta a favore di telecamera la puntata appena conclusa di Kingdom, la sua serie per la televisione danese, versione grottesca e orrorifica di E.R.
Ma in Luce d’estate non c’è ombra di grottesco e nemmeno traccia di orrore. C’è l’entusiasmo per la vita serena e, certo, anche il male, anche quello, ma contenuto e non lasciato tracimare, scappare là dove gli occhi non illuminano più; è affrontato, sempre, e spesso col dialogo, un dialogo morbido e clemente o duro e comunque leale sia tra uomini che tra uomini e natura, e pure tra il “noi” narrante e il “tu” – ogni singolo lettore – al quale la voce cosciente del villaggio dimostra di rivolgersi. «E poi?» Così si conclude il libro.
E poi cosa rimane di questa lettura? Rimane la leggerezza di un sogno, la malia di una fantasia pacata che non pretende rivoluzioni ed è semplice, basilare, figlia di un’economia agìta sull’immaginario ma a priori, per renderlo essenziale.
C’è una poesia di Stefánsson che raccoglie tutto questo, è citata nella Postfazione:

Mi chiese
cosa avrei portato su un’isola deserta

Una barca e te
Dissi
e la barca la bruciamo sulla spiaggia

Poi me ne andai
lasciandola lì
per tenermi il sogno








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 17 ottobre 2013