La messinscena del sabato

Andrea Tarabbia



Nella sua Psicologia storica del carnevale, l’amico di Benjamin Florens Christian Rang scrive di un’epigrafe risalente a 3000 anni fa, dove si racconta che in Mesopotamia – in un regime cioè perfettamente teocratico - esisteva un giorno di festa in cui «l’ancella prendeva il posto della signora, lo schiavo incedeva nel rango del signore» mentre «il potente stava in basso come l’uomo comune». Lo scherzo insolente, sostiene Rang, la culla della follia, stanno nella casa della saggezza: lo sberleffo e il Riso sono tali se sono fatti nella casa di dio e sono rivolti a lui. Il carnevale è un interregno dove tutto è goliardicamente permesso, l’ebbrezza della festa è la rivoluzione di un giorno contro il mondo, contro dio, contro il potere.

Invece ieri a Milano è partita ufficialmente la campagna elettorale del centrodestra. berlusconi ha arringato agli Ipoventilati di San Babila prima di trasferirsi nell’appendice coperta della piazza, il Teatro Nuovo, e dire le solite cose facendosi strada tra le sciùre, i bauscia e le autoreggenti della brambilla. È molto facile scrivere che, più o meno nello stesso momento, a poche centinaia di metri di distanza, transitavano i carri del carnevale, i bambini si gettavano i coriandoli, la gente girava in maschera, spernacchiava, si faceva la doccia di schiuma da barba; è molto facile scrivere anche che, per un osservatore attento, in questo piccolo sabato milanese le manifestazioni non sono state due, ma è andata in scena un’unica, immensa messinscena mascherata dove il popolo e il potere, entrambi ridicolmente agghindati per la festa, si sono impossessati della strada.

La povertà del nostro carnevale, la sua insignificanza antropologico-culturale, vengono proprio da qui: dalla fine della differenza tra l’uomo di potere e il popolo. Le autoreggenti della brambilla sono il suo costume e il suo tratto distintivo, come lo era la mitra del sacerdote o l’abito della regina; solo che le sue segretarie le acquistano al mercato di Bosisio Parini o alla peggio da H&M. La figura da self-made di berlusconi, la sua ignoranza e la grettezza paesana esibite, appartengono al popolo, alla classe media che lo vota. Ciò che distingue berlusconi dal resto della popolazione è semmai il fatto che la popolazione sa che è ricco: ma si tratta di un sapere che non è direttamente verificabile, perché l’uomo di potere è piccolo, vestito sempre uguale (ha pertanto un suo «costume»), stupidotto, popolano nei gusti e nel linguaggio. È insomma l’immagine perfetta (anche se truccata) della massa che lui stesso guida e rappresenta.

Il nostro carnevale è opposto a quello descritto da Rang: è un carnevale dove non si deride più il potere, perché il potere nella sua accezione teocratica e sacrale non c’è. C’è invece un potere truccato, piccolo e volgare, che scende in piazza insieme al popolo da cui dovrebbe essere deriso e lancia i suoi proclami elettorali. Questo tragico cambio di prospettiva ieri è stato celebrato definitivamente in centro a Milano, con l’allegoria potentissima delle due manifestazioni nello stesso luogo e nello stesso momento. La cerimonia anarchica del carnevale è pertanto finita, perché l’espressione media del potere si è impossessata del suo interregno e ha posto la parola «fine» alla possibilità di un ribaltamento delle prospettive. Non posso più deridere il potere perché esso è in questo momento qui con me, è uguale a me ed è goliardico quanto me.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 10 febbraio 2008