Israele

Antonio Moresco



Sta montando sempre più la diatriba pro o contro Israele alla Fiera del Libro di Torino. Io sono tra quelli che hanno -immediatamente e senza esitazioni- sottoscritto la mozione dei sostenitori e di quanti criticano la scelta dell’ostracismo e del boicottaggio. Mi sembrava -e mi sembra- una cosa talmente giusta e ovvia che non ci fosse bisogno di spiegazioni. Vedo che non è così. Per questo sento ora il dovere di motivare la mia posizione, che non credo dettata da superficiale unanimismo o da predisposizione a cantare in coro. Io non ho mai nascosto le mie critiche alle scelte politiche e militari dei governi israeliani. Non l’ho fatto in privato ma pubblicamente e senza reticenze. Ripropongo qui, prima di una piccola considerazione finale, un esteso brano tratto da Lo sbrego (pagine 86,87,88,89), libro uscito nel 2005 da Rizzoli, contenente una riflessione che sottoscrivo anche adesso parola per parola, tanto più dopo l’ultima invasione del Libano e le continue scelte spietate e cieche che hanno caratterizzato le politiche israeliane degli ultimi tempi:

"Le case editrici religiose producono ormai nient’altro che un genere letterario, come è ormai purtroppo diventato un genere letterario persino l’Olocausto, usato a volte e pianificato a livello mediatico per coprire e paralizzare ogni critica a politiche criminali di apartheid dell’attuale governo dello Stato di Israele verso altri oppressi, che avrebbero fatto inorridire un uomo retto come Primo Levi, che aveva avuto il coraggio di parlare con chiarezza e con forza, al tempo dell’invasione del Libano da parte del governo israeliano di Begin e dei massacri di Sabra e Chatila, dicendo a voce alta che nulla, neppure la ragion di Stato, poteva giustificare un simile orrore e arrivando a definire "fascista" Begin (Per Begin "fascista" è una definizione che accetto. Credo che lo stesso Begin non la rifiuterebbe. È stato allievo di Jabotinski: costui era l’ala destra del sionismo, si proclamava fascista, era uno degli interlocutori di Mussolini)… L’antisemitismo è una cosa orribile, una lebbra, e continua a esistere ed è diffusa e anche all’interno della macchina religiosa che è nata dall’esperienza cristiana è stata ed è scopertamente o subdolamente presente. Voglio essere chiaro. Io non sono neutrale. Io sono filosemita. E non mi nascondo e non esorcizzo con delle belle parole la macchina terroristica criminale dispiegata, giocata sotto altre insegne religiose totalitarie. Ma mi fa orrore, tanto più, questo uso strumentale e pilotato e generalizzato dell’accusa di antisemitismo, che fa di tutte l’erbe un fascio, nei confronti di chi non nasconde il suo orrore verso certe politiche criminali e suicide del governo di Israele, giocate in un inestricabile intreccio e rilancio reciproco con le stragi dei kamikaze e il massacro indiscriminato di civili, bambini compresi, da parte di altri gruppi dirigenti e Stati che giocano disperatamente e criminalmente la carta dell’irredentismo. Scegliendo di non lasciare altro spazio, per potersela giocare tutta lì, dove ci si sente forti e si crede di poter vincere una volta per tutte. Ci sono molti che si sono specializzati nel lancio di queste infamanti accuse attraverso i media ma che, a differenza di Primo Levi, non hanno mai detto una parola, una sola parola su quanto sta succedendo all’interno degli attuali confini dello Stato di Israele, se pare a loro che sia giusto, che vada bene, che mostri intelligenza politica e lungimiranza il comportamento delle attuali leadership israeliane, se siano accettabili e giusti l’apartheid, le annessioni forzate dei territori, la pretesa di immunità assoluta, il disprezzo per ogni regola e risoluzione internazionale, coperti dall’alleanza di ferro con l’arrogante superpotenza di turno, la politica del fatto compiuto, della ritorsione e delle colonie, la stessa che era stata impiegata nei secoli passati in America nei confronti dei pellerossa e che ora si pretende di attuare nell’epoca dei media e sotto gli occhi di tutti, l’odioso abbattimento delle povere case palestinesi, la distruzione delle culture e lo sradicamento degli ulivi, i bombardamenti indiscriminati sui civili, le torture, la sistematica umiliazione, il terrore e molte altre pratiche che ebrei israeliani, che sono l’onore del loro Paese, hanno il coraggio di rifiutare dall’interno, in una situazione pesante, correndo rischi, mentre altri finti amici di Israele, al sicuro all’esterno e che scrivono su libri e giornali, non fanno nulla per criticare queste politiche disonorevoli e suicide, ma anzi fanno da copertura a leadership politiche che si battono con le unghie e coi denti per la loro sopravvivenza. È più amico di Israele chi dice va bene così, continuate così, a menare le mani e basta, a spaccare le ossa e basta, o chi invece si dispera per tutto questo e cerca di lanciare un allarme perché si imbocchi un’altra strada, e che ora spera non sia solo l’ennesimo tragico bluff la nuova situazione che pare si stia finalmente aprendo? Mancanza di coraggio, per non uscire da potenti macchine che danno l’illusione di fornire protezione in questi tempi spaventosi dominati da una corsa cieca e finale. Chi avrebbe mai immaginato, solo pochi decenni fa, che i popoli fossero ancora qui a farsi la guerra imbracciando gli stessi identici vessilli religiosi di mille anni fa, duemila anni fa? Cristiani fondamentalisti e imperiali, islamici criminali e fanatizzati, crociati e controcrociati, capi di Stato israeliani che si nascondono strumentalmente dietro antisemitismo e Olocausto per proseguire politiche di pura forza, senza genio politico, senza giustizia, senza lungimiranza, in un abbraccio mortale con l’unica superpotenza di turno rimasta, alla quale in questo momento tutto questo fa comodo, ma domani chissà. E allora voglio vedere chi saranno veramente gli amici di Israele…"

Bene. Pur con tutto questo, continuo a pensare che sia sbagliata, inaccettabile e miope la richiesta di ostracismo e boicottaggio per Israele e per i suo scrittori alla Fiera del Libro. Un rifiuto che criminalizza e riduce a un unico insieme un intero Paese con la sua tragica ragion d’essere e la sua varietà e ricchezza. E che si pone soltanto per Israele, come se si trattasse del Paese più esecrabile e criminale del mondo. Gli Stati Uniti sono responsabili in questi anni di politiche disastrose e di uccisioni e stragi su larga scala. La Russia della spaventosa e devastante "soluzione" del problema ceceno. La Cina ha inghiottito il Tibet in un solo boccone. La Turchia ha alle spalle il genocidio armeno… Eppure non credo che se quest’anno fosse stato prescelto come ospite alla Fiera del Libro uno di questi paesi, sarebbe sorto un problema analogo e si sarebbe verificato in alcuni un simile rigetto. Mi pare lecito domandarsi perché. Perché questo avviene solo per Israele?
Quanto a me, mi sarei ugualmente detto in disaccordo con i fautori dell’ostracismo e del boicottaggio dei Paesi che ho citato prima. E così se nei prossimi anni venisse invitato un paese come l’Iran ed i suoi scrittori, ad esempio (e nonostante il mio disaccordo insanabile con le posizioni dei suoi leader), io non mi allineerei certo con gli eventuali fautori di un’altrettanto insiemistica esclusione.
Ma il Paese che più mi piacerebbe potesse venire invitato è il piccolo e nuovo Stato di Palestina.
Certo, fa notare giustamente Carla Benedetti, l’appello era generico, superficiale, però la posta in gioco mi sembrava così importante che non me la sono sentita di stare lì a spaccare il capello in quattro. Si vede che, di fronte a certe cose, a ognuno di noi scattano delle priorità diverse.
Le mie critiche alla politica dello Stato di Israele sono profonde (e sono tra l’altro le stesse portate al governo del loro Paese dagli scrittori israeliani di cui si vorrebbe impedire la presenza alla Fiera del libro). Ma mi sento nello stesso tempo profondamente vicino alle ragioni della sua difficile esistenza e presenza. Israele, per il dramma della sua nascita, suscita particolari reazioni in cui si intrecciano molte cose. E non mi sfugge nemmeno l’uso che può venire fatto di certe campagne, da una parte e dall’altra. Ma ci sono dei casi in cui qualsiasi scelta tu faccia porta comunque con sé una parte di errore. A me è evidentemente sembrato più giusto commettere questo tipo di errore piuttosto che altri. Israele è una ferita ancora e sempre aperta e ha molti amici e molti nemici. Io, nonostante le mie critiche e anzi proprio per queste, faccio indissolubilmente parte dei primi.








pubblicato da a.moresco nella rubrica democrazia il 9 febbraio 2008