Perché non ho firmato l’appello per la Fiera del libro

Carla Benedetti



Penso anch’io che la cultura ebraica sia importante e che sia tutt’altra cosa dall’attuale politica del governo d’Israele. Credo anche che la Fiera del libro di Torino abbia il diritto di invitare Israele come paese ospite. Ma pur condividendo queste cose che sono scritte nell’appello pubblicato qui e contemporaneamente su altri blog, mi è stato impossibile firmarlo.

Provo a spiegarne le ragioni sperando possano servire da spunto di riflessione su quanto possano essere nocive le semplificazioni.

Il problema per me sta infatti solo nel testo dell’appello, nel come è formulato.

1. E’ troppo generico, nel senso che glissa su alcuni punti, e proprio su quelli più difficili da toccare.

2. Semplifica e parodizza le ragioni dei "boicottatori", e getta implicitamente su di loro il sospetto di "antisemitismo".

3. Trasforma una questione particolare in una questione di principio talmente generale da permettere a tutti di essere d’accordo senza entrare nel "merito doloroso" della questione.

Spiego punto per punto cosa intendo.
Su cosa glissa il testo dell’appello? Per esempio sul fatto che il 2008 è il sessantesimo anniversario dello stato d’Israele, e che per questo la scelta degli organizzatori della Fiera di Torino è potuta apparire ad alcuni come un appoggio indiretto al governo israeliano, e non semplicemente come un omaggio alla cultura ebraica. Probabilmente questa è una valutazione sbagliata, ma perché allora non parlarne nel testo dell’appello, mostrando una maggiore consapevolezza delle ragioni della controparte?
Tanto più che circola la notizia, non so quanto fondata (ma mi sarebbe piaciuto che chi ha proposto l’appello la smentisse, se non era vera) che inizialmente doveva essere l’Egitto il paese ospite, ma che poi la direzione della Fiera avrebbe cambiato idea. Forse sotto pressione di Israele? - sospettano i boicottatori. Forse perché l’evento si sarebbe così inserito in un festeggiamento internazionale, godendo di una maggiore eco, e quindi anche di maggiori finanziamenti? Non lo sappiamo, e forse non è nemmeno importante saperlo. Però questo è ciò che pensano i "boicottatori", ciò che li spinge a sostenere che la scelta degli organizzatori della Fiera sia ingiusta verso i palestinesi o quanto meno politicamente inopportuna. Quindi da un appello in favore degli organizzatori della Fiera io mi aspetto, per poterlo firmare, che mi chiarisca questi punti. Altrimenti a cosa fa appello? Solo a un principio? che è talmente giusto che non c’è nemmeno da discutere?

Come dicevo, mi pare che il testo dell’appello semplifichi e parodizzi le ragioni dei "boicottatori". Infatti non nomina, neppure per smentirli, i loro argomenti. Questo è forse il vuoto più grave dell’appello, perché in questo modo lascia a chi legge la "libertà" di attribuire loro i peggiori pregiudizi, ivi compreso un antisemitismo strisciante, inconsapevole. Lo scrittore Beppe Sebaste, uno dei firmatari dell’appello, ha infatti esplicitato il sospetto, che nell’appello restava invece solo implicito: "Penso con estrema amarezza che l’antisemitismo sia cresciuto con gli stessi luoghi comuni di sempre all’interno della sinistra, e mi amareggia sconfinatamene".
Ma non è possibile che qualcuno ritenga politicamente inopportuna la scelta di Israele proprio nel sessantesimo anniversario della sua nascita, temere che essa rischi di celebrare indirettamente il governo di Israele e la sua agghiacciante politica di guerra, senza per questo essere antisemita? E’ possibile sposare una posizione di questo tipo senza avere in sé neanche una briciola di intolleranza né di antisemitismo? Si o no? Se pensate che sia possibile, provate allora a immaginare quanto possa essere insultante quel sospetto di antisemitismo, che il testo dell’appello non fa nulla per impedire, e che uno dei suoi firmatari esplicita! Per non parlare poi delle dichiarazioni grottesche di molti politici, che in coro alzano voce e sopracciglia, come se il boicottaggio pacifico di una manifestazione culturale fosse qualcosa di esecrabile, invece che la manifestazione di un dissenso, legittima e tollerabile in ogni democrazia.

Tra l’altro lo sanno o non lo sanno, questi che scomodano l’antisemitismo, che il primo boicotaggio viene dal poeta israeliano Aharon Shabtai che in questi giorni ha rifiutato l’invito a partecipare al Salone del libro di Parigi con queste parole: "Ritengo che si tratti di un’occasione di propaganda, in cui Israele si metterà in mostra come uno Stato con una cultura, dei poeti, ma nascondendo che in questo momento sta compiendo dei terribili crimini contro l’umanità".

Io ho sempre pensato che le semplificazioni siano nocive. E che a volte vengano fatte ad arte per mettere a tacere altri modi di pensare, soprattutto altri modi di immaginare e di creare vie alternative all’esistente. E che esse funzionino come un ricatto. Lo si è visto tante volte. Ricordo che all’indomani dell’11 settembre Shimon Peres, considerato responsabile del massacro di Kfar Kana, dichiarò che bisognava fare nel mondo un’opera di divisione, come nei ristoranti - diceva - dove ci sono stanze per fumatori e per non fumatori. Così bisognava chiedere a ogni stato di schierarsi: o contro il terrorismo, o a favore! So bene che la vicenda di cui stiamo parlando è tutt’altra cosa, ma lo schema mentale che la sottende non è poi tanto diverso. Ciò che il testo dell’appello rischia di suggerire, per troppa genericità, è appunto un aut aut di questo tipo: o sei con l’organizzazione della Fiera di Torino oppure sei antisemita. O canti in questo coro oppure vai a unire la tua voce a quell’altro coro.

Io sono convinta che l’appello sia stato scritto con le migliori intenzioni. Si sente che è dettato dalla spontaneità e da una giusta indignazione. Però non posso firmarlo finché resta così generico da assomigliare a una stanza per non fumatori, dove tutti si possono trovare bene evitando di interrogarsi troppo sulla materia dolorosa che è coinvolta in questo episodio, sulle ferite di una tragedia che dura da decenni, evitando soprattutto di inventare qualcosa di diverso da una semplice celebrazione, che faccia davvero pesare la cultura ebraica in direzione di una fratellanza, di una rigenerazione dei tessuti lacerati, in Israele e in Palestina.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica democrazia il 8 febbraio 2008