Forza Smirne

Sergio Baratto + Comitato No Expo



Com’è noto, Milano è candidata a ospitare l’Esposizione Mondiale del 2015 . Il responso finale del Bureau International des Expositions è previsto per il 31 marzo 2008. L’altra "finalista" è la città turca di Smirne.
Il tema/titolo proposto dal comitato milanese, "Nutrire il pianeta. Energia per la vita", mi pare un piccolo capolavoro di vacua paccottiglia retorica; ma forse, viste le condizioni in cui versa il pianeta, andrebbe piuttosto interpretato come una flautata presa in giro.

(Che il marketing del Potere sia capace di sublimi sconcezze non prive di sarcasmo, peraltro, non è una novità: anche Stalin durante le purghe degli anni Trenta aveva coniato il leggendario slogan "Vivere è diventato migliore, compagni, vivere è diventato più allegro".)

È per me del tutto incomprensibile il meccanismo mentale con cui, evidentemente, gli ideatori dello slogan riescono ad associare il concetto materno di nutrimento con la colata lavica di asfalto e cemento che, si prevede, travolgerà una vasta porzione del Norditalia, dal Piemonte al Veneto. Né riesco a capire in che modo possa nutrire un pianeta già così duramente provato dalla più sfrenata e dissennata antropizzazione.

Pochi dubbi invece sul fatto che nutrirà abbondantemente più di una famiglia. Quali? I grandi gruppi bancari, LegaCoop, Cabassi, Pirelli, Zunino, Caltagirone, Ligresti, Compagnia delle Opere…
L’Expo milanese, così come è stato pensato e progettato, promette di essere un faraonico affare per i soliti pochi e un immenso scempio del territorio per tutti. In un’area, è bene ricordarlo, tra le più inquinate e congestionate d’Europa. Nel nome della speculazione e del diritto alla libera circolazione della merce.

La merce, tutta la merce, nient’altro che la merce.
La sua movimentazione è diventata essa stessa una merce, l’ennesimo prodotto immateriale nel cui nome i già precari equilibri sociali e ambientali vengono sacrificati. Di più: è l’ennesima necessità storica. Il nuovo imperativo del pensiero unico neoliberista: la logistica.
Come fili di una sconfinata ragnatela, lunghe strisce d’asfalto si protendono sulla pianura lombarda. Le auto e i tir hanno una sete divorante di nuovi corridoi.
Ogni filo d’asfalto porta con sé capannoni, outlet, centri commerciali.
Ciascuno di questi a sua volta porta con sé nuove auto, nuovi tir, nuove nubi di polvere sottile. Il tessuto sociale residuo si sfilaccia e si disfà. Anche le campagne e i piccoli paesi diventano hinterland, vengono inghiottiti dallo sprawl o più semplicemente si trasformano in periferia stepposa.

Dati i nomi e l’entità dei soggetti summenzionati, gli interessi ruotanti attorno all’affare Expo sono chiaramente enormi. Di qui, l’esigenza di una propaganda a tappeto che identifichi l’Expo con le magnifiche sorti e progressive e ne celebri – più ancora delle ovviamente innumerevoli virtù – l’assoluta mancanza di vizi. Nelle rappresentazioni della realtà del discorso ufficiale, il progetto Milano Expo è grandioso e senza macchia. Il coro unanime degli entusiasti – enti locali, meno locali e per niente locali, sindaci e governatori, centrodestre e centrosinistre, giornali e telegiornali – canta talmente forte che le pochissime voci stonate proprio non si sentono. Mi riferisco a quello sparuto gruppo di sfrontati – gente che per preconcetto pensa male di ogni cementificazione, apocalittici disintegrati pronti a demonizzare ogni nuova tangenziale – che, sotto forma di comitato No Expo, ha prodotto un breve ma documentato dossier per spiegare perché l’Expo 2015 a Milano sarebbe un disastro. Nei giorni scorsi, il dossier è stato consegnato agli ispettori del BIE.
Qui sotto ne riporterò alcuni brevi estratti: il mio consiglio è ovviamente di scaricarlo, leggerlo nella sua interezza (sono otto pagine) e farlo girare. Lo si può trovare qui sotto forma di articolo, senza grafici, e qui in versione completa in formato PDF.

Prima di cedere loro direttamente la parola, vorrei dire ancora due piccole cose.
In apparenza l’Expo può sembrare una bega "locale", una questione di milanesi e per milanesi.
Non è così. Come non è così per molte altre questioni calde degli ultimi anni – l’allargamento della base americana di Vicenza o i cantieri dell’Alta Velocità in Val di Susa, tanto per citare i due casi più noti. Niente di tutto questo rappresenta solo una faccenda locale. È un trucco, non bisogna cascarci. Né bisogna credere al nuovo spauracchio che i portavoce del neoliberismo si sono inventati: oggi è il NIMBY, Not In My Back Yard, "Non nel mio cortile". I megafoni obbedienti dei mass media e delle istituzioni hanno sempre bisogno di un feticcio su cui esercitare l’arte dello sputo.
Non esiste nessun NIMBY. Esiste il NIABY: Not In Anybody’s Back Yard. Non nel cortile di chiunque.
I problemi connessi al progetto dell’Expo riguardano tutti.

Infine, qui si può trovare (in formato PDF) un illuminante, interessantissimo documento ufficiale dell’Expo 2015 (datato luglio 2007). La sua lettura è illuminante: ne riporto qui di seguito due brevi brani. Presi singolarmente sembrano inerti; accostati l’uno all’altro lasciano affiorare all’improvviso, come in un film di Indiana Jones, il loro significato esoterico:
«La genuinità (…) di prodotti agro-alimentari è innanzi tutto una necessità sociale, oltre a rappresentare un importante valore economico. Centrale è il ruolo del territorio, in quanto la qualità e la genuinità del cibo vanno di pari passo con la tradizione consolidata nelle attività di coltivazione e di allevamento dei popoli e delle comunità locali, frutto d’esperienze millenarie sulle quali oggi si innestano forti innovazioni scientifiche e tecnologiche.
(…) L’Expo intende offrire un momento di confronto alla comunità scientifica internazionale per fare il punto sulle più recenti innovazioni che tutelano la salute del consumatore finale, con particolare riferimento (…) al ruolo svolto dalle bio-tecnologie, unito a una riflessione sull’utilizzo di Organismi Geneticamente Modificati (OGM), per meglio comprendere i loro potenziali effetti sulla salute.»

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Dal sito del Comitato No Expo e dal dossier intitolato "Expo 2015: una grande opportunità o una sciagura da evitare?":

«Il Comitato No Expo (…) è nato per opporsi ad un progetto che vede concordi tutte le istituzioni dal Comune di Milano al governo Prodi. Un progetto che nasce col peccato originale di una gigantesca speculazione fondiaria ed immobiliare, destinato a portare a sintesi la ridefinizione di tutti gli assetti territoriali attraverso il proliferare di tangenziali, bretelle, autostrade, linee ad alta velocità, centri direzionali, centrali elettriche e centri commerciali. (…) Sarà un affare enorme, un grande evento commerciale simbolo dell’economia globalizzata, del prevalere dei mercati sulla politica e la società.
– 4 miliardi di euro d’investimenti (1,4 mld di euro pubblici)
– milioni di mq di nuove aree cementificate
– 160.000 visitatori attesi al giorno per 180 giorni
– realizzazione del Tav e di nuove autostrade (Brebemi, Pedemontana)
– 2 nuove tangenziali a Milano, Broni-Casale e Boffalora-Malpensa
– terzo teminal a Malpensa
– alberghi, parcheggi, poli logistici di servizio
Una macroregione che va da Torino a Verona, già oggi tra le più inquinate e congestionate al mondo, alterata in maniera irreversibile.»

«…L’Expo sarà l’occasione per attirare concentrare e spartire decine di miliardi di euro (si parla di un volume complessivo di 34 mld di business vari), consolidando quel sistema affaristico e di potere che da qualche anno sta coprendo Milano e provincia di quartieri esclusivi, centri commerciali e operazioni immobiliari varie che niente hanno a che vedere con uno sviluppo sostenibile del territorio. Un sistema trasversale agli schieramenti politici, che detta lo sviluppo urbanistico della metropoli suddividendosi gli interventi relativi a tutte le grandi trasformazioni urbanistiche che stanno interessando la città sulle ex aree industriali e sui terreni agricoli della cintura metropolitana. Esempi di nomi dei protagonisti? Ente Fiera, LegaCoop, gruppi della Grande Distribuzione, Cabassi, Pirelli, Zunino, Caltagirone, le grandi banche, Ligresti, Compagnia delle Opere, Assolombarda, Camera di Commercio. Ognuno di questi attori, coinvolto a vario titolo nell’operazione Expo, è parte di una nuova mappa del potere, di una nuova stratificazione sociale, culturale, economica, che porta avanti il disegno di un nuovo modello di città funzionale a logiche di profitto finanziario anziché a valutazioni di impatto ambientale, sociale o lavorativo.

…Oltre al territorio immediatamente circostante, l’Expo 2015 sembra presentarsi come occasione per accelerare una serie di interventi legati ad infrastrutture per la mobilità, completando la saturazione di un territorio ampio che va dal Piemonte al Veneto, dalle Prealpi al Po. L’obiettivo emergente è un grande conglomerato dedito alla logistica e allo smistamento di merci, alla loro commercializzazione in spazi sempre più grandi e diffusi. La Val Padana e i suoi circa 10.000.000 di abitanti potrà essere trasformata in un grande centro intermodale per i trasporti, con autostrade che solcano la superficie in ogni direzione collegando centri commerciali, interporti, grandi infrastrutture; mentre i nostri diritti alla salute, ad un territorio libero dal cemento, ad una mobilità sostenibile, a beni comuni fruibili, puliti, accessibili... dimenticati.

…Non è difficile immaginare lo scenario post Expo: urbanizzazione intensa del territorio a nord-ovest di Milano, saturazione delle aree residue attorno alla Nuova Fiera, realizzazione di nuove infrastrutture e nuove residenze, erosione delle aree verdi (Parco delle cave, Parco di Trenno, Parco Agricolo Sud Milano), ed infine "valorizzazione" del territorio. Ma per chi?
È un progetto ad impatto ambientale enorme, economicamente costoso. Prendiamo il caso della terza pista di Malpensa. Oggi Malpensa è in crisi, inutile e inutilizzato come hub, soffocato dalla concorrenza di almeno altri dieci aeroporti sparsi lungo la direttrice Torino-Trieste. Come si può pensare di ingrandirlo? E quando si concluderà l’Expo cosa succederà? Cosa ci faremo con la terza pista? Gare di auto?»

«L’Expo, come si legge nel programma, si configura come un luogo dove le multinazionali potranno tranquillamente tornare all’attacco per esporre i vantaggi degli OGM e farci credere che sono un mezzo per lottare contro la fame nel mondo.
Ma la fame nel mondo non è legata principalmente alla scarsa resa dei terreni e dei semi, bensì alle sovvenzioni all’agricoltura in Europa e negli USA che consentono massicce esportazioni di alimenti dal Nord del mondo verso i paesi più poveri; direttive che hanno l’effetto principale di buttare fuori dal mercato le economie locali, così che si arriva al paradosso per cui il riso locale costa di più di quello in arrivo dall’occidente. Il risultato è la distruzione dei mercati locali e la spinta obbligata a comprare OGM che devono essere comprati ogni anno, mentre i semi naturali posso essere ripiantati. Questo è stato finora l’atteggiamento dei Paesi ricchi e delle multinazionali, il che ci sembra perfettamente compendiato nel titolo "Nutrire il pianeta".»








pubblicato da s.baratto nella rubrica emergenza di specie il 7 febbraio 2008