Lettera agli amici dell’Aquila

Antonio Moresco



Cari amici dell’Aquila,

prima di tutto grazie per come avete accolto noi e la nostra proposta di fare della vostra città il centro della Stella che vogliamo mettere al mondo l’anno prossimo.
Grazie alle persone e alle associazioni che abbiamo incontrato, a chi ci ha ospitato durante la notte, a chi ci ha accompagnato per le strade della vostra città così duramente ferita, a chi ci ha dato da mangiare in una casa di paglia.
Sono sicuro che il nostro incontro ha messo in movimento in tutti noi delle forze, dei sentimenti e delle passioni che daranno frutto.
Ci siamo lasciati con la convinzione che dovevamo inventarci qualcosa di significativo e forte per l’arrivo all’Aquila della Stella e io adesso vi scrivo per farvi una proposta.
Ma prima vorrei esprimervi l’emozione che ho provato camminando per le strade della vostra città. Parlerò con sincerità e senza censurare nulla di quando ho provato e pensato vedendo con occhio esterno tutta quella desolazione, perciò vi chiedo in anticipo di perdonarmi se qualcosa di quanto dirò andrà a ferire la vostra sensibilità, acuita in voi dal terribile trauma che avete vissuto.
Ci siamo avvicinati con la macchina al centro storico, siamo passati davanti alla Casa dello studente sventrata, agli striscioni e alle fotografie con le belle facce dei poveri ragazzi che hanno perso la vita durante il sisma. Abbiamo parcheggiato e poi ci siamo addentrati, con Nicoletta che ci faceva da guida, nelle strade della città. Abbiamo camminato per molto, per un paio d’ore. La prima cosa che mi ha sbalordito è che il paesaggio non cambiava mai. Non si trattava di strade e di piazze crollate, di cumuli di macerie in zone estese ma circoscritte, ma di un’intera città che si presentava di fronte a noi come imbalsamata. Io non so se esiste al mondo un altro esempio simile, di un’intera città annientata da un terremoto e che pure si presenta ancora così: deserta e viva.
Continuavamo a camminare in questo tremendo silenzio. Era domenica mattina e forse per questo non c’era nessun altro in giro. Abbiamo incontrato solo un paio di camionette con giovani soldati e soldatesse in divisa mimetica, che ci hanno detto che era proibito l’accesso in quella parte transennata della città. Ma noi abbiamo continuato a camminare addentrandoci sempre più nel suo cuore. Nessuno di noi aveva voglia di parlare perché quello che stavamo vedendo chiedeva silenzio. Io ero scosso dalla vista di un’intera città flagellata, con le case e i palazzi attraversati da parte a parte da crepe, eppure ripulita, spettrale, con pezzi di chiese e di case che non c’erano più, con le piastrelle delle cucine in vista, e anche da quella sorta di seconda città sovrapposta alla prima. Ogni casa, ogni facciata, ogni finestra, ogni porta erano puntellate da strutture di tubi neri su cui luccicavano i morsetti dorati, da migliaia e migliaia di assi e di travi ancora fresche, vere e proprie foreste di legno che tenevano in piedi questa città creando quasi una straziante unità architettonica aggiunta. Attorno a finestre e porte le assi erano in molti casi sagomate e tagliate in modo da formare degli archi, delle inutili prese di luce, dei rosoni, delle raggiere. I tubi erano in molti casi così numerosi e a strati così sovrapposti da dare a case, chiese e palazzi l’allucinante aspetto di sperimentazioni moderniste o di un’immensa istallazione a cielo aperto. Ormai sappiamo bene quale enorme operazione speculativa ci sia dietro questa immobilizzazione e spettralizzazione di un’intera città, e alcuni di voi stanno conducendo delle battaglie coraggiose, nobili e giuste per sollevare questo velo e pretendere verità e giustizia. Ma a me pare che, mentre succedeva questo, sia successo anche qualcosa d’altro che si può ritorcere contro coloro che hanno allestito questo allucinante e morto presepio. Mi pare che, mentre questi signori stavano facendo tutto ciò per i loro fini, per agevolare lo spopolamento della città e lo sradicamento dei suoi abitanti e sempre nuove speculazioni, sia successa anche un’altra cosa, incalcolata e di segno opposto, e che bisogna saper vedere anche questa.
Ero già stato una decina di anni fa nella vostra città. Eppure, adesso che la vedevo così annichilita, che la ritrovavo architettonicamente unificata da quelle allucinanti protesi di metallo e di legno -scusate l’enormità di quello che sto per dire- mi sembrava ancora più commovente e più bella. Mi pareva che, anche se era imbavagliata e non poteva parlare, ci stesse dicendo qualcosa di molto forte che noi dovevamo riuscire a comprendere. “Bisognerebbe fare qualcosa qui, proprio qui!” mi ha detto a un certo punto Fabiola, che camminava anche lei in silenzio “E’ da qui che bisognerebbe partire!” E Giovanni mi ha detto: “Sembra che questa città non voglia crollare, che se ne stia ancora rigida, come una persona dalle ossa rotte che però si tiene diritta sulle stampelle e che intanto ci dice che è ancora in piedi, che è ancora viva.”
Era la stessa cosa che stavo pensando anch’io. Quello che cercherò di dirvi da qui in avanti vi sembrerà forse avere a che fare più con la poesia che con la realtà, però io riesco a dirlo solo così, e poi certe volte è proprio con lo sguardo della poesia che si riesce a penetrare più a fondo la realtà. Mi sembrava che la vostra città ci stesse dicendo: “Io non sono morta, io non morirò. Io racchiudo nel mio scrigno tutti i vostri dolori e tutte le vostre gioie, tutte le vite che avete passato dentro di me. Io adesso sono qui, immobilizzata in questa camicia di forza, con le ossa rotte, ma le ossa si possono saldare, si salderanno. Io sono una crisalide e sto di nuovo nascendo. Non permettete che mi trasformino in una città fantasma, sotto teca, spettrale, da far visitare in futuro ai turisti come una Venezia del dolore. Lo so che adesso avete bisogno di separarvi per un po’ da me per poter riprendere le vostre vite e trovare un po’ di forza e di gioia dopo l’enorme trauma che avete sofferto e che anch’io ho sofferto con voi e che ha attraversato anche le mie giunture. Ma non abbandonatemi, non abbandonatemi! Toglietemi questa camicia di forza! Invadete di nuovo con le vostre calde vite le mie fredde case attraversate da crepe! Lo so che adesso sembra impossibile che io e voi possiamo risorgere insieme, che sembra un miracolo. Bene, allora facciamo questo miracolo!”
Perciò mi sembra che, alla fine di questo lungo cammino che ci porterà da ogni parte nella vostra città, facendola diventare la capitale sentimentale d’Italia e la sua prefigurazione, occorra pensare a qualcosa di più che a un gesto simbolico, che occorra rispondere al grido muto che emana dalla crisalide della vostra città con qualcosa che non si perda, che resti a voi, che serva a voi, non con qualcosa che viene e va e che non lascia traccia. Qualcosa che continui a crescere e a sedimentare anche quando questo nostro sogno collettivo sarà finito, che sia di aiuto alla rigenerazione della vostra città. Che la tenga sotto la luce dei riflettori, che impedisca che venga dimenticata e ibernata. Perché quello che ci sta dicendo e ci sta gridando rimanga di fronte ai nostri occhi e a quelli dell’intero Paese, incancellabile, fino a quando non resterà che ascoltare la sua voce.








pubblicato da a.moresco nella rubrica condividere il rischio il 24 dicembre 2011