Bilanci e oroscopi

Christian Raimo



Nel 2006 sono usciti due libri su cui si è addensata una giustamente enorme attenzione convergente. Gomorra di Roberto Saviano e Troppi paradisi di Walter Siti riuscivano a fare splendidamente quello che molti altri scrittori di talento stavano/stanno tentando in Italia: creare una tabula romanzesca aperta ai generi; ibridare fiction e non fiction, inchiesta sociale e biografia; parlarci del male a partire da sé, descrivendocene la fascinazione e il coinvolgimento (la camorra per l’uno, il perverso mondo dello spettacolo per l’altro). Se c’era un senso di gratitudine diffuso (oltre che l’invidia certo) nei confronti di questi due libri, è accaduto perché sembrava finalmente possibile in Italia percorrere con successo una strada maestra, contare come scrittori senza dover produrre, da esperti del ramo, manufatti d’intrattenimento; e perché si è visto come potesse spettare ancora alla letteratura occuparsi del tragico; e ancora, perché sembrava confutata la cattiva profezia, lanciata chessò da Mauro Covacich qualche anno fa, che gli scrittori italiani non sapessero raccontare il mondo, che qui da noi non emergessero la prospettiva visionaria e politicamente determinante di un Houellebecq, di un Sebald, di un DeLillo.

In quest’ultimo anno, nel 2007, non ci sono stati casi altrettanto esemplari, ma si è fortunatamente propagata la sensazione di una consapevolezza da parte degli scrittori che il loro lavoro non costituisse una produzione di nicchia, o un modello di emulazione – al massimo di dissenso – rispetto al culto dell’entertainment praticato con la parola scritta. Ed è un buon segno, non fosse altro che per contraddire lo sconsolato e ripetuto piagnisteo per cui gli italiani non leggono manco un libretto all’anno, lamentazione che ha come suo esito non secondario il fatto che gli scrittori stessi poi creino un genere esistente solo per se stessi: il letterario. (Data l’avvenuta sparizione di una legittimazione esterna – la critica, il rapporto con la tradizione, la selezione prima della pubblicazione –, gli autori finiscono per muoversi in un habitat autoreferenziale, avendo come lettore di riferimento l’editor della casa editrice in cui gli piacerebbe essere pubblicati, e a compiere un lavoro sulla lingua che si limita a accentuare l’aspetto di "letterarietà", qualunque cosa si presuma possa voler dire).

Sono usciti invece quest’anno libri ambiziosi (dagli esiti assai alterni, è vero, vista l’altezza della mira) di scrittori che supponevano che la loro singolarissima esperienza nel mondo fosse la chiave di lettura non solo di sé ma del pianeta intero: Sappiano le mie parole di sangue di Babsi Jones, Presentimento di Andrea Canobbio, S’è fatta ora di Antonio Pascale, Il ponte – un crollo di Vitaliano Trevisan; ma anche – vale la pena ricordare – tutto il costoso lavoro della collana "Fuori formato" curata da Andrea Cortellessa (Franco Arminio, la riproposizione di Amelia Rosselli, Laura Pugno, Tommaso Ottonieri...); oppure gli sperimenti scopertissimi di Marco Candida, La mania per l’alfabeto o La cultura enciclopedica dell’autodidatta di Davide Bregola. La dichiarazione che sostiene questi libri è il binomio che accoppia l’"Io so e ho le prove" di Gomorra all’"Io sono l’Occidente" di Troppi paradisi: una presentazione di sé che nella sua evidenza è titanica e fallimentare insieme, un modo di coinvolgere il lettore che è quasi in una chiamata in correità, e che ha come risultato quello di esaltare la fragilità autoriale, trasformando la scrittura in una piccola seduta di autocoscienza collettiva.

L’altra ambizione, speculare a questa, è quella di raccontare l’Occidente secondo i suoi canoni più visibili: il consumo di massa, la società delle apparenze, la violenza repressa... Questa linea che potrebbe essere avvicinata a un’estetica neo-realista, dopo anni di sontuosità linguistica, di esibizionismo della prosa (la lunghissima ondata dei fratelli minori di Tondelli), aspira a un registro di classicità, a una canonicità novecentesca aggiornata a un paesaggio umano esploso, a un’antropologia post-freudiana. Libri che guardano esplicitamente alle costruzioni di morale multidimensionale del romanzo contemporaneo, a Roth, a Amis, a Bellow. Per cui: Rio di Leonardo Colombati, I compagni del fuoco di Ernesto Aloia, Se consideri le colpe di Andrea Bajani...

Un’ulteriore sintomo di questa presa in carico dell’immaginario, senza controproducenti modestie, è la nascita di una forma ibrida di romanzo storico o fantastico, narrazioni come eterotopie del passato o del futuro possibile. Non è singolare come diversi tra gli scrittori più talentuosi dal punto di vista linguistico si siano cimentati nell’elaborazione di mondi derivativi, di universi paralleli, di metafore globali? Una storia romantica di Antonio Scurati, Il signor figlio di Alessandro Zaccuri, L’eterna notte dei Bosconero di Flavio Santi, Manituana dei Wu Ming, Accademia Pessoa di Errico Buonanno, ma anche Sirene di Laura Pugno e Il precursore di Ivano Bariani. Il grottesco, il parodistico, la citazione, la filologia, sono i luoghi del "calco" dove poter ricreare, come i superstiti dei film catastrofici, un focolaio di resistenti che combatta, dall’interno, in nome dell’autenticità.

C’è poi una congerie variamente distribuita, ma vitalissima, di scrittori comici, ostentatamente eretici, che rispetto ai destini dell’Occidente, alle sue forme di rappresentazione, alle sue dinamiche sociali, esibiscono un tono comicamente apocalittico. E qui potrebbe essere citato un unico autore straniero, Patrick Ourednik, che con Europeana e Istante propizio, 1855 (:due punti edizioni, va ricordato il merito) è diventato una specie di nume tutelare, di oriundo acquisito da quella che per convenzione anche nelle quarte di copertine viene definita la "scuola emiliana". Scuola emiliana che quest’anno ha prodotto quattro notevolissimi pseudo-romanzi: La vergogna delle scarpe nuove di Paolo Nori, Le pratiche del disgusto di Ugo Cornia, Fìdeg di Paolo Colagrande, Storia naturale dei giganti di Ermanno Cavazzoni. E a questi si potrebbero accostare Apocalisse da camera di Andrea Piva, Verderame di Michele Mari, Non avevo capito niente di Diego de Silva, e l’ultimissimo arrivato Flavio Soriga, Sardinia Blues. Cosa c’è che li accomuna? Un uso del comico, e dunque un’idea di spazio letterario: lo sfumare della questione sociale, il ripiegamento sul microscopico dell’esistenza, la possibilità di una dimensione aurale quotidiana (di disincanto e reincantamento), la passione militante per la digressione narrativa fanno sì che questi libri semi-fiabeschi, queste parabole morali, siano tra i libri più politici che si pubblicano in Italia, proprio per l’esibita mancanza di una retorica a tesi, per la loro trasparente libertà.

E in fundo, l’oroscopo. Cosa accadrà quest’anno? Tra i libri in uscita ci sono almeno quattro autori che vanno segnalati perché accomunati da una missione da eletti nella narrativa italiana contemporanea: l’incarnazione del tragico. Nella grande nuvola psichica delle storie noir e della denuncia e del disagio sociale, il compito più difficile per uno scrittore italiano oggi forse è proprio quello di raccontare il male. I libri precedenti di Giuseppe Genna, Valeria Parrella e Girolamo Di Michele, Tommaso Pincio ci sono riusciti, sostenendo uno sforzo narrativo corposissimo. Hanno utilizzato il genere (il poliziesco, il racconto di Napoli, il racconto politico, il fantastico) per depotenziarlo fino a farlo diventare uno stereotipo, un panorama a due dimensioni, su cui riapparecchiare le figure spaurite della tragedia che oggi non sappiamo alle volte neanche vedere. Nel 2008 dovrebbero uscire rispettivamente i loro Hitler, Lo spazio bianco, La visione del cieco, e un romanzo ancora senza titolo. Vedremo, buon anno.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 23 gennaio 2008