Signore della caffettiera

Emanuele Tonon




Signore della caffettiera,
che mi dolcifichi la mattina orribile,
quando ti prego di regalarmi il sonno
e tu mi mandi in fabbrica,
Signore adorato che prego mentre faccio partire la macchina,
Signore che prego nella tosse di mia madre,
Signore mio adorato,
mi lasci amare come prima,
quando la storia era davanti
e dietro c’era esattamente niente,
Signore, dietro ho tutta questa lava,
Signore ho queste catene di cose
che La prego, Signore, voglia spezzare,
Signore mi accechi pure gli occhi che stanno spalancati sulla nuca,
La prego, dolcissimo Signore,
mi guarisca gli occhi che ho sopra il naso,
Signore, Lei sa la fatica che faccio a camminare,
Signore ho le gambe che vanno avanti,
ho gli occhi sulla nuca che vedono dietro,
Signore della caffettiera e dello zucchero mattutino,
La prego mi cauterizzi la vista anteriore,
La prego mi guarisca la vista posteriore.

Signore mio che mi hai rotto i coglioni,
che mi lasci guardare solo dietro,
Signore immenso che mi sembra non te ne freghi niente,
c’è questo orrore spalancato davanti e anche dietro,
dove cazzo guardi, immenso Signore?
Che cazzo di occhi hai, Signore immenso dell’altro mondo?
Perché scassi ancora il cazzo e non mi lasci
nella mattina che stavo pagando il fumetto,
quella cosa che tremava, così?

Tremava così, nella stazione,
come un impastamento di farina e uova e zucchero,
stavo così bene, lì,
c’era tanto da vedere davanti,
quella volta profumavano gli scappamenti
fuori della stazione, buttavano profumo nell’aria,
io, Signore adorato dell’altro mondo,
stavo così bene lì e tu mi hai portato via,
qui c’è la caffettiera, lo zucchero, la tazzina,
qui adesso vado nella fabbrica,
lì leggevo il fumetto, avevo quella luce
che mi regalava la vista dell’altro mondo,
lì c’erano, fuori, gli scappamenti profumati,
non dovevo tenere duro, ero pienamente nel combattimento,
quella era la lotta,
quella era la luce che inondava tutto,
quello era il senso della sofferenza,
il senso della caffettiera, della tazzina, dello zucchero,
quello, Signore, era il senso,
quello addormentato di un Signore dovevi lasciarmi
(quanto ti amo Signore immenso dell’altro mondo),
non questa vista anteriore,
questa che mi lasci, Signore, adesso,
questa che mi lasci, adesso che chiudo gli occhi di sonno,
proprio adesso, Signore, adesso.








pubblicato da a.moresco nella rubrica poesia il 15 ottobre 2013