I nuovi mostri

Teo Lorini



Sin dal primo sorgere dell’idea di morale laica, svincolata cioè dalla dinamica di premi e castighi post-mortem tipica di quella fase del pensiero umano che il caustico Richard Dawkins definirebbe "arcaica", non c’è filosofo o intellettuale che si sia illuso di trovarsi davanti a un soggetto di facile formulazione. La caduta delle ideologie novecentesche e il ritorno delle grandi confessioni religiose a forme di ingerenza pervasiva e militante hanno fatto il resto, complicando esponenzialmente il quadro.
In un’epoca di rielaborazioni teoriche e di snodi tanto traumatici, si fa ancor più arduo il compito di chi ambisce a formulare analisi e interpretazioni razionali per i problemi e le sfide della modernità. Spesso, anzi, tale aspirazione sembra cedere alla tentazione di cavalcare l’incertezza, ritagliandosi una posizione di vantaggio purchessia. O magari a quella di mettersi in disparte in attesa di tempi migliori.
Difficile scordare Goya e la sua ammonizione sui prodotti del sueño de la razón: fra tutti i prodigiosi ibridi generati da questa difficile temperie, Giuliano Ferrara appare uno dei più inquietanti. Post-comunista, post-socialista, post-agente CIA, il direttore del Foglio è tanto esperto di contraddizioni, smentite, cambi di gabbana, da aver tenuto a battesimo l’inedita commistione dell’ateo col bigotto.

Ne fa fede (ci si perdoni il bisticcio) la sua ultimissima iniziativa.
Si poteva essere favorevoli o contrari alla visita presso la Sapienza che il Papa tedesco ha infine soppresso per motivi d’immagine. Ma nella canea di editoriali, manifesti, mobilitazioni che ha accompagnato (e dato risonanza) all’evento, spicca l’idea di Ferrara che, in coerenza con la sua natura ibrida, ha bandito una "Veglia laica", formula che sposa l’autonomia di pensiero, la libertà dai condizionamenti religiosi o ideologici col lessico del rito e della liturgia.

La voglia di sorridere, che ha fin qui accompagnato il lettore, scompare però quando il quotidiano diretto da Ferrara parla di "meditazione laica sul carattere illiberale della contestazione del diritto di parola del professor Joseph Ratzinger-Benedetto XVI".
Al di là delle calcolate ambiguità su cui gioca il Papa tedesco con allocuzioni che, a seconda dell’opportunità, vengono pronunciate ora in qualità di dotto teologo, ora con l’alto suggello dell’autorità pontificia, ora come "semplice" vescovo di Roma, l’onestà intellettuale non consente di ignorare, come fa con manifesta ipocrisia Ferrara, due semplicissime considerazioni.

La prima, del tutto evidente, è che, qualunque veste egli adotti per pronunciarle, le parole di Ratzinger hanno una risonanza e un peso incomparabili: l’episodio della sciagurata lectio magistralis di Regensburg ne fornisce bastante esempio.

La seconda, che alla prima strettamente si lega, è che non c’è forse in Italia persona o autorità più ascoltata, commentata, citata del Papa tedesco. Tralasciamo, ché il discorso si farebbe complesso, l’informazione radiotelevisiva, tanto soggetta al minimo flatus vocis che spiri d’Oltretevere da impressionare chiunque, pur credente, la paragoni a quella di altre nazioni europee. Limitiamoci pure alla stampa. Da due giorni la vexata quaestio della visita alla Sapienza occupa la prima pagina di tutti i giornali italiani, di qualsiasi parte o colore, mentre la scorsa settimana, il quotidiano più venduto d’Italia ha dedicato per ben due volte l’intera prima pagina della sezione culturale alla miscellanea che raccoglie gli scritti del Ratzinger teologo: tutto ciò in uno Stato che proclama nella sua Costituzione il principio di laicità.
Il primo ad esserne consapevole, è proprio Benedetto XVI, tant’è vero che la visita è stata soppressa non per i motivi d’ordine pubblico che certo Ferrara e altri scherani più realisti del re sbandiereranno, ma per "motivi d’immagine". Ratzinger non avrebbe cioè gradito che quegli stessi media pronti a confezionargli un servizio ad ogni sua sortita riprendessero anche le immagini di una contestazione verso di lui e verso il modello di Chiesa che lui sta costruendo.
Infatti, in omaggio alle regole della democrazia e al fatto che l’universitas è -anche etimologicamente- comunità universale di studiosi, docenti e discenti, che affrontano e commentano la realtà, lo stesso rettore che ha invitato il Papa bavarese, ha autorizzato anche una manifestazione per coloro che su quella visita trovavano da ridire. Sarebbe stata una contestazione dura? Goliardica? Di sicuro, non sarebbe stata pericolosa: il Ministero degli Interni si è attivato sino a darne esplicita garanzia.
Messa agli atti tale doverosa, doverosissima, rassicurazione, è opportuno ricordare che il diritto di critica fa parte delle regole democratiche, un diritto che, con ogni evidenza, non piace a colui che è a tutti gli effetti un monarca assoluto. L’esistenza e l’utilizzo dei media, in altre parole, è utile quando funziona da cassa di risonanza per il pensiero ratzingeriano, ma non quando potrebbe mostrare un’opinione discorde a tale pensiero e proprio nel Paese dove il Vaticano ritiene normale intervenire, con frequenza altrove ignota, presso la classe politica.

Sarebbe dunque questo il pontefice bisognoso d’una assemblea di politici e giornalisti che si raccolgono in veglia a "meditare sul carattere illiberale della contestazione del suo diritto di parola"?
Beato, è il caso di dirlo, chi ci crede.








pubblicato da t.lorini nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 16 gennaio 2008