Le belle statuine

Andrea Amerio



Respinta l’idea di erigere un monumento a George Orwell di fronte alla nuova sede della BBC. La ragione? “Too Left-Wing”. “Troppo di sinistra”.

“non possiedo altro se non ciò che ho visto con i miei occhi, e le testimonianze dirette di persone che ritengo affidabili. … Tutto ciò mi spaventa molto perché mi fa pensare che il concetto stesso di verità oggettiva stia lentamente scomparendo dalla faccia della terra. Dopo tutto, è più che probabile che siano quelle bugie, o bugie simili, a passare alla storia … L’obiettivo implicito di una simile linea di pensiero è un mondo da incubo in cui un dittatore, o qualche cricca al comando, controlli non soltanto il futuro, ma anche il passato. Se il dittatore dice che questo o quell’avvenimento non è mai successo – allora, l’avvenimento non è mai successo. Se dice che due più due è uguale a cinque – beh, due più due sarà uguale a cinque” (G. Orwell, Omaggio alla Catalogna)

“Un tempo, in Inghilterra, la destra e la sinistra si azzuffavano per accaparrarsi Orwell. Allora entrambe le parti lo volevano e, come disse Raymond Williams, quel braccio di ferro rendeva ben poco onore alla sua memoria” (S. Rushdie Outside the Whale, «Granta», 11, marzo 1984)

Ieri i quotidiani di mezzo mondo davano grande risalto alla decisione dell’ex direttore generale della Bbc, Mark Thompson, che ha respinto la proposta di erigere un monumento a George Orwell di fronte alla nuova sede dell’emittente. Perché? “Too Left-Wing”. “Troppo di sinistra”. Grazie a tale affermazione il Sig. Thopson, eccezionale epitome della sensibilità e cultura degli odierni vertici aziendali dell’industria della comunicazione, dimostra la sua profonda ignoranza di un Grande Classico del Novecento. Come può infatti il Sig. Thompson, non ricordare l’ottavo episodio della settima stagione dei Simpson (Mother Simpson, 1995) in cui Homer incontra sua madre, scomparsa da anni, che si scopre essere un’ attivista degli anni Sessanta in fuga dall’FBI? Forse non ricorda, il Thompson, che la madre di Homer, archetipo radical-dem (la voce era di Glenn Close), trova un’immediata affinità e intesa con la piccola Lisa proprio perché entrambe detestano Orwell? Non riesco a darmi pace dell’ignoranza di certe persone. E dire che l’avevo anche già detto (va beh, adesso ditemi che non legge neanche “il primo amore”, che non gli arriva in rassegna stampa…)

“Ma sì, d’altronde”, avrà pensato l’ex direttore Thompson, “Orwell aveva lavorato per la Bbc solo tra il’41 e il’43 ed è morto povero ben prima di diventare davvero famoso. E poi negli archivi non abbiamo alcuna documentazione della sua voce. Cosa ce ne viene? E poi sai che gran voce avrà avuto, ferito alla gola da una pallottola nazista… ”. Ci sta. Ormai ci sta tutto, sempre. Ma perché invece di un Niet! con una motivazione tanto risibile, “troppo di sinistra”, non proporre alternative più serie, tipo al posto di Orwell un monumento a Duffy Duck?

Ma magari sono io che ho la vista corta e sbaglio tutto. Thompson in realtà sa bene che nel 1938, Orwell, a sua insaputa, era stato oggetto delle indagini dell’India Office. Un editore liberale indiano infatti voleva offrirgli il posto di direttore di un giornale basato a Lucknow, il «Pioneer», e a tal proposito aveva scritto alle autorità di Londra per chiedere consiglio. La risposta che ricevette, redatta da A. H. Joyce, Direttore dell’Informazione dell’India Office, era un capolavoro di eleganza burocratica:

Non ho dubbi riguardo alla sua competenza e trovo sarebbe un ottimo direttore, tuttavia ritengo anche giusto prepararvi alle sicure difficoltà cui andrete incontro in caso di una vostra divergenza di vedute. Dovete sapere che a caratterizzare la persona in questione non è solamente una simpatia per la sinistra ma un modo di vedere molto probabilmente di tipo estremistico, oltre a una certa forza di carattere

Questo tributo alla “forza di carattere” di Orwell è stato reso pubblico dal Ministero degli Esteri soltanto nel 1980 ed esiste tuttora un dossier segreto che lo riguarda. Forse il direttore Thompson lo conosce perché lo stesso A. H. Joyce che scrisse l’informativa di cui sopra fu anche incaricato di supervisionare le trasmissioni sull’India della Empire Section della BBC curate da Orwell negli anni Quaranta. Dunque o Thompson non ha fatto che attenersi alle quelle antiche riserve per le sue “simpatie di sinistra”, oppure copia delle carte di questo Joyce contenenti esplosivo materiale “left wing” sono rimaste chiuse in un caveau dell’emittente di cui solo il direttore conosce i codici di accesso. Chissà. O magari no, aspetta! È così: Thompson in realtà è il buono, un cultore segreto dello scrittore che si sta coscientemente sacrificando quale indispensabile olocausto mediatico per far sì che il socialismo democratico di Orwell possa tornare finalmente in voga presso quella sinistra in cui lui si sentiva a casa (benché non fosse mai stato accolto), facendo dimenticare per sempre che, ad esempio, Italo Calvino invitava a difendersi dalla “pericolosa infezione” del suo anticomunismo.

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Orwell è uno scrittore maneggiato senza la minima cura. Eppure da qualunque parte lo prendi, taglia. Nel periodo immediatamente successivo all’11 settembre 2001, trovò grande diffusione un messaggio di posta elettronica con un suo brano da Note sul Nazionalismo (1945): «molti pacifisti o appartengono a qualche oscura setta religiosa oppure sono filantropi che non vogliono vedere la realtà e preferiscono non spingere il loro pensiero oltre un determinato livello. Ma c’è una minoranza d’intellettuali pacifisti i cui motivi reali, sebbene inconsci, sembrano essere l’odio per la democrazia occidentale e l’ammirazione per il totalitarismo. La propaganda pacifista si riduce di solito a dichiarare malvagie entrambe le parti, ma se si leggono con attenzione gli scritti dei giovani pacifisti, si vedrà che essi quasi mai esprimono una disapprovazione imparziale, ma che dirigono i loro strali interamente contro Gran Bretagna e Stati Uniti». Taglietti che bruciano cent’anni, capaci di screditare la scusa del “contesto storico” e l’ambiguo alibi, sempre accampato, che date determinate circostanze, non era possibile comportarsi in altro modo da come si è fatto. Di Lionell Thrilling riguardo a Orwell resta una celebre dichiarazione: «Non è un genio – che sollievo! E che grande incoraggiamento. Perché ci trasmette la nozione che tutti possiamo realizzare ciò che lui ha realizzato» e ancora: «Qualche volta mi sono chiesto come fosse arrivato a lodare valori come lealtà e signorilità, senso del dovere e coraggio fisico. Credo che abbia intuito, e con ogni probabilità aveva ragione, che quei modi di essere potevano tornar comodi come virtù rivoluzionarie». Anche se rivoluzionario non è l’aggettivo oggi più calzante – anch’esso usurato dalle più varie e distorte appropriazioni (segnalo a proposito il poderoso memoir di Huber Matos, e un bel saggio di Jacques Dewitte) – Thrilling si era messo sulla strada giusta; così come Hitchens quando decise di porre a epigrafe del suo magistrale saggio un brano di un autore che ad alcuni, almeno quanto a stile, potrebbe sembrare l’antitesi di Orwell e ne è, invece, come Hitchens intuì, il necessario complemento:

«Ma il genio, e anche il grande talento, emerge, più che da elementi intellettuali e d’affinamento sociale superiori a quelli degli altri, dalla facoltà di trasformarli, di trasporli. Per riscaldare un liquido con una lampada elettrica, il problema non è di avere una lampada che sia il più forte possibile. Ma una la cui corrente possa, smettendo di illuminare, venir derivata a dare, anziché luce, calore. Per passeggiare nell’aria non occorre avere la più potente delle automobili, ma un’automobile che, interrompendo la corsa a terra e tagliando con una verticale la linea che stava percorrendo, sia capace di convertire in forza ascensionale la sua velocità orizzontale. Analogamente, gli uomini che producono opere geniali non sono quelli che vivono nell’ambiente più squisito, che hanno la conversazione più brillante, la cultura più vasta, ma quelli che cessando bruscamente di vivere per se stessi, hanno il potere di rendere la loro personalità simile a uno specchio, in modo che la loro vita, per quanto potesse essere mondanamente e persino, in un certo senso, intellettualmente mediocre, vi si rifletta, giacché il genio consiste nel potere riflettente e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso». (Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore).

Nota

Su quanto detto vedi il classico L. Thrillig George Orwell and the Politics of truth. Portrait of the intellectual as a man of virtue, qui. L’epigrafe di Rushdie, la chiusa e molto più di quanto sarei disposto ad ammettere vengono da C. Hitchens, La vittoria di Orwell’s Victory (2002; tr. it Libri Scheiwiller 2007); altre letture per me illuminanti furono J-C. Michéa Orwell, anarchiste tory (1995) e Id., Orwell éducateur (2003). Infine non dovrebbero spiacere agli orwelliani i citati H. Matos, Cómo llegó la noche (2004) e J. Dewitte, Le pouvoir de la langue et la liberté de l’esprit: Essai sur la résistance au langage totalitaire (2007).








pubblicato da a.amerio nella rubrica democrazia il 24 agosto 2012