Pornopotere

Teo Lorini



Quello su liceità e limiti della pornografia è un dibattito annoso e mai completamente esausto, a cui la diffusione massiva del porno online ha aggiunto nuovi elementi e scenari prima nemmeno ipotizzabili.
Quali sono i mutamenti più significativi della pornografia di massa dallo sdoganamento che si ebbe al principio dei ’70 (nel 1972 uscì Gola profonda, con le code fuori dai cinema e i dibattiti da salotto ben rievocati da F. Bailey e R. Barbato nel documentario Inside Deep Throat, 2005) ad oggi? Non direi che si possa parlare della qualità o di eccessi delle performances: il già citato Gola Profonda verteva appunto su scene di fellatio estrema e non risparmiava penetrazioni bizzarre (una bottiglia, se la memoria non tradisce). Più in generale il porno, cinematografico e su rivista, degli anni ’70-’80 non si risparmiava quanto a sperimentazione dell’eccesso, si pensi solo alla fortuna di una serie a tematica incestuosa come i vari Taboo interpretati dalla pornostar inglese Kay Parker, o ancora ai primi hard italiani che Joe D’Amato/Aristide Massaccesi filmò nei Caraibi, inaugurando, fra l’altro, la tendenza a sfruttare attori e attrici di Paesi economicamente depressi. Neppure la quantità è in discussione: la diffusione di pornografia su carta stampata, super8 (i brevi filmetti che giravano a loop nelle cabine dei sex-shop d’Europa e USA), betamax e vhs fu tanto massiccia quanto lo consentivano i mezzi di quegli anni.

La differenza radicale è senza dubbio determinata dalla facilità di accesso prodotta dalla rete. Internet toglie di mezzo l’intermediario in ogni senso: dal disagio di dover interagire con un venditore (edicolante, commesso di videoteca o sex-shop) all’esborso più o meno cospicuo di denaro. Non solo: la pornografia online, oltre ad essere virtualmente infinita e pressoché gratuita, moltiplica esponenzialmente l’industrializzazione dell’hard. Le possibilità messe a disposizione dalla rete imprimono alla produzione porno un’accelerazione senza precedenti e in constante aumento: Gola profonda costò 25.000 dollari e ne incassò 600 milioni, aggiornandola ai parametri correnti, la forbice fra le due cifre si è divaricata in modo incommensurabile. La realizzazione di un video hard ha costi infinitesimi e rientri astronomici. Un film come Boogie Nights (1997) illustra in modo eccellente la parabola che ha trasformato il porno da una comunità pionieristica e in buona misura dilettantesca, pur nei suoi aspetti intrinsecamente tragici (sfruttamento, droga, malattie), nella quintessenza dell’impresa capitalista.
«Bassi costi; ampi margini di profitto; manodopera a buon mercato, disponibile all’estero quando l’offerta casalinga non è sufficiente; mercato vasto e con nicchie merceologiche facilmente individuabili; numerosi canali di distribuzione»: la citazione viene da Pornopotere. Come l’industria porno sta trasformando la nostra vita, un saggio di Pamela Paul, appena pubblicato in Italia da Orme.

Benché mortificato da una sventurata traduzione e da una cura redazionale davvero indecorosa (la celeberrima pornostar Jenna Jameson diventa "Jemenson", lo stato dei Mormoni "Yutah", tanto per citare due refusi agghiaccianti), Pornopotere ha il pregio di fornire alla discussione dati ed esperienze preziose.
La pornografia esisteva, l’abbiamo già detto, anche prima della rete. Quello su cui forse è opportuno interrogarsi è in che modo la facilità d’accesso al porno abbia trasformato la percezione del sesso, i comportamenti, le relazioni familiari e sociali, in una parola la vita degli utenti. Con praticità tutta americana, la Paul presenta numerosi casi in cui la fruizione, dapprima casuale, divertita o curiosa, di materiale hard dalla rete ha generato un’autentica dipendenza. Uomini con relazioni appaganti, buone posizioni professionali, famiglie apparentemente solide confessano di avere perso tutto, in modo non diverso da un alcolista o un frequentatore compulsivo di casinò. Accanto a tali storie ci sono quelle di chi passa in rete ore e nottate, negando di avere un problema, di chi ammette che l’hard canonico non gli basta più e che per raggiungere la cosiddetta «scossa» è necessario materiale sempre più bizzarro, esasperato o manifestamente violento.

Il saggio, va detto, risulta carente sotto il profilo più strettamente scientifico: la Paul cita quasi esclusivamente un esperimento condotto da Dolf Zillmann e Jennings Bryant in Alabama nel lontano 1982 e l’ampio sondaggio da lei stessa commissionato alla Harris Interactive per questo libro. Tuttavia quantità e forza delle testimonianze raccolte compensano in buona parte tale lacuna, soprattutto nell’ultimo capitolo, dove l’autrice mette a fuoco alcune constatazioni ardue da eludere: nei dibattiti contemporanei, sottolinea la Paul, appoggiare la pornografia è la posizione naturale dei liberali, dei progressisti e dei sostenitori delle libertà civili.
In USA ogni processo che coinvolga i produttori di materiale hard torna sempre a gravitare attorno al Primo Emendamento della Costituzione, quello che difende la libertà di espressione, affermando che nessuno possa essere perseguito per ciò che dice, scrive o pubblica, a meno che questo non costituisca un pericolo chiaro, diretto e specifico. A tal proposito, nel 2004 Lewis Lapham, redattore capo di Harper’s, rifiutò di sottoscrivere un appello di solidarietà per Larry Flint, il fondatore di Hustler, dicendo: «Non sono sicuro che Thomas Jefferson avesse in mente proprio questo». Pensando ai filmati di penetrazioni multiple, sadomaso estremo o bukkake che chiunque oggi può scaricare con un programma peer-to-peer, è difficile dargli torto.

È un dato di fatto che quella del porno è oggi una corporation esattamente come le altre e appare calzante il paragone che Pornopotere fa con la lobby del tabacco, che per decenni ha negato fermamente ogni possibile relazione fra il fumo e la dipendenza, fra le sigarette e le patologie tumorali e cardiovascolari. Analogamente al modo in cui per anni televisione, pubblicità e cinema hanno utilizzato l’icona del fumatore come sinonimo di successo e realizzazione, l’industria del porno e i suoi protagonisti appaiono, negli Stati Uniti come in Italia, sempre più protagonisti del mondo dei media: dai videoclip di MTV agli spot con Rocco Siffredi alle pornostar ingaggiate per i reality o per l’infotainment alla Vespa/Mentana/Lucignolo.

Sia chiaro: l’intenzione di Pamela Paul (e a maggior ragione la nostra) non è quella di bandire una crociata. La rappresentazione dell’erotismo è antica quanto l’uomo e, per tornare all’inizio, l’argomento è senza dubbio sterminato. Ma non c’è nemico peggiore per una discussione equilibrata degli schieramenti di comodo. Il rischio è scivolare in una dicotomia che vede da una parte l’oscurantismo dei telepredicatori e degli integralisti (evangelici o cattolici) che assimilano la pornografia alla prevenzione dell’AIDS e all’educazione sessuale e dall’altra un’acritica tolleranza liberal che non vede differenza, poniamo, fra un nudo di Courbet o un film di Bertolucci e un video commerciale prodotto al solo scopo di eccitare lo spettatore.

Ragionare sulla pornografia significa affrontare con obiettività anche «l’enorme, confusa zona d’ombra in cui le persone ne subiscono gli effetti» e non arrendersi solo perché il dilemma suscita serie difficoltà. Magari ponendosi di volta in volta una domanda complicata: cosa siamo disposti ad accettare e a difendere in nome della tolleranza? E perché?








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 14 gennaio 2008