Christopher Hitchens, un ricordo

Andrea Amerio



Una vignetta, due personaggi, alla Altan.

“Hai visto? Hitchens ha provato il waterboarding e ha cambiato idea. È tortura”.

“Perché non hanno usato il gin!”

Leggendo su un periodico statunitense la battuta a proposito del suo famoso esperimento, avevo riso. Era l’autunno del 2008 e ripensavo all’incredibile serata di alcuni mesi prima, il 15 maggio 2008. Ricordo la data perché per me fu un giorno speciale, magico. Lo andai a prendere nel primo pomeriggio in Via Magenta. Camminammo fino in Piazza della Scala, parlando di Martin e Kingsley Amis, del suo rapporto con loro, delle loro scorribande nella campagna londinese, della morte dolorosa di Amis Senior. Di come viveva Martin all’epoca di The Rachel Paper, il suo primo romanzo (inedito in Italia) che svela l’inganno della supposta rivoluzione sessuale, e della sua delusione per Koba il terribile, che definiva “fuori tempo massimo”. Ovviamente parlammo di Orwell e del pregiudizio tipico di accademici e “radical” tanto diffuso e radicato negli Usa da poter essere un segno distintivo, citato persino dei Simpson nell’episodio in cui Homer incontra sua madre che si scopre essere un’attivista degli anni Sessanta scomparsa per sfuggire alla legge. La madre di Homer trova un’immediata affinità e intesa con la piccola Lisa (altro archetipo radical-dem) proprio perché entrambe detestano Orwell. In breve vennero le quattro del pomeriggio, l’ora del Negroni. Io mi fermai al secondo, lui affrontò il terzo e poco prima delle cinque arrivammo al Ridotto dei palchi della Scala, dove avrebbe presentato il suo La vittoria di Orwell. Dopo l’introduzione di Salvatore Carrubba e l’intervento di “Pigi” Battista, venuto il momento di parlare, tra lo stupore generale Hitchens chiese direttamente dal microfono informazioni su dove fosse il bagno. Dalla sala qualcuno indicò una porta. Lui chiese scusa, scese dal palco e andò via come se niente fosse. Fece quello che doveva fare e tornò in sala tra il brusio. Io ridacchiavo pensando alla scena di quel film con Leslie Nielsen dove il microfono resta aperto e si sente tutto in diretta dal cesso. Risalito sul palco Hitchens parlò del suo libro in modo lucido, brillante, convincente, impeccabile. Più che Gore Vidal, cui spesso è stato affiancato, avevo l’impressione di trovarmi di fronte un Norman Mailer. Affrontò nel merito tutti i luoghi comuni che accompagnano l’opera di quel socialista convinto che fu Orwell, considerato autore di apologhi ingenui e datati. Citò tra i suoi detrattori Raymond Williams e Claude Simon, i comunisti, i conservatori, i filosofi post-moderni, i critici dell’imperialismo, le femministe, Calvino… tutti concordemente ostili. Hitchens difese Orwell nella maniera a lui più congeniale: attaccando il presente della cultura americana: come Thomas Carlyle nel suo volume su Cromwell dichiarò che aveva dovuto dissotterrarlo dal mucchio di cani morti e di frattaglie che lo ricoprivano per farne una figura degna di una biografia, così Hitchens ha dovuto liberare Orwell “dal cumulo edulcoranti e fazzolettini di carta smoccolati che lo seppellivano”…
Applausi. Aperitivo in galleria, allo Zucca. Altri due Negroni. Poi cena al Boeucc. Dopo due bicchieri di barolo chiese di continuare a Negroni… Al cameriere che insisteva per fargli assaggiare altro vino disse: “It’s a rape!” e nella foga della conversazione mi resi conto imbarazzato che stavo monopolizzando l’ospite con discorsi di cui agli altri magari non fregava nulla. Hitchens mi parlava di Klemperer negli anni della DDR, trascurato rispetto al critico del Terzo Reich, e senza di lui forse non ne avrei mai saputo nulla. Ero alticcio ma Hitch era con me, e teneva banco. Riaccompagnandolo al taxi ero in preda alla foga politica… ovviamente divergevamo su molti punti ma le sue critiche a un certo conformismo della sinistra progressista erano fondate, e quella sera forse consigliò anche un titolo a Battista. Mi colpì la generosità dimostrata con uno sconosciuto trentenne signor nessuno, il suo calore umano, la sua simpatia istintiva, e come il profumo della sua colonia armonizzasse con quello del Campari. Ricordo il senso di confidenza al ritorno in taxi verso l’hotel di via Magenta, la foto fatta dal taxista davanti al portone di legno e la dedica sulla prima pagina del suo libro, all’una del mattino: “… words are not enough”.

Avevi ragione. Mi mancherai, Hitch.


UN PENSIERO SU “CHRISTOPHER HITCHENS, UN RICORDO”
Pingback: Le belle statuine








pubblicato da a.amerio nella rubrica libri il 16 dicembre 2011