Ritorno a L’Aquila

Serena Gaudino



Sono passati quindici mesi circa da quando Stella d’Italia è arrivata a L’Aquila, riunendo tutti i suoi cinque bracci.
Siamo tornati a L’Aquila, Antonio, Tiziano, Fernando e io, perché di quell’esperienza si è fatto un libro, per guardare da vicino come stavano le cose oggi, per capire se stava cominciando a cambiare qualcosa, ma anche per riabbracciare gli amici, per chiacchierare un po’ con loro e per un’altra valanga di motivi che qui ora non sto a elencare.
Al Palazzetto dei Nobili, un gioiello ristrutturato con i soldi di senatori e deputati, abbiamo mostrato circa un migliaio di immagini; abbiamo parlato di Stella d’Italia e di Freccia d’Europa; Tiziana Irti, l’attrice che all’arrivo, in teatro, ci accolse con lo spettacolo Mille giorni, ha letto per noi alcuni pezzi dal nostro libro, il libro dei camminatori di Stella.
Alla fine, tutti insieme siamo andati in giro per la città di notte. C’era Graziella e suo marito Michele, Nicoletta e la sua amica Paola, Rosanna, Rosaria, Paolo, Giancarlo, Alberto, Enrico, Alessandro, Vera, Cristina. E tanti altri con cui abbiamo cenato al Circolo Querencia. Proprio lì dove avevamo fatto i nostri incontri organizzativi, i nostri incontri politici, lì dove era nata Stella d’Italia.
Mentre consumavamo una cena buonissima, ho detto che sentivo nell’aria qualcosa di diverso. Che mi pareva che stesse rinascendo in tutti un sottile filo di speranza. Graziella mi ha guardata malissimo e mi ha chiesto di elencarle le differenze che notavo. Io l’ho fatto ma lei mi ha detto: "ti stai arrampicando sugli specchi, scivolosissimi specchi insaponati".
A qualcuno stanno per buttar giù la casa. Oddio ho pensato io. Invece, ho scoperto, che è una splendida notizia sapere che ti stanno per buttar giù la casa. Significa che hai davanti a te ancora, solo due anni di patimenti e poi torni là! A casa!
Domenica mattina, invece mi ha sorpresa la gente, tantissima, a passeggio lungo il corso, a curiosare tra i banchi del mercato, in fila davanti all’entrata del Castello,

per cercare di rivedere, in occasione della Prima Giornata nazionale delle famiglie al museo, finalmente, dopo quattro anni e mezzo, lo scheletro del famoso "mammuth" aquilano ovvero del Mammuthus meridionalis “vestinus”, recentemente restaurato grazie ai fondi delle Guardie di Finanza di tutta Italia.

Mi sono fermata anche a guardare il famoso e contrastato Auditorium di Renzo Piano.

L’Auditorium era chiuso, ma da fuori mi ha fatto una bella impressione: una gigantesca scatola di fiammiferi sbilenca e uno spiazzo davanti curatissimo. Non trovo che strida con la fortezza spagnola cinquecentesca (costruito tra l’altro dallo stesso architetto del napoletano Castel Sant’Elmo sopra San Martino)! Certo, come dice Alessandro, i soldi impegnati per realizzarlo (Piano aveva regalato il progetto) potevano servire per realizzare altro, ma è bello!
E poi l’orologio della piazza ci ha ricordati che era già oltre mezzogiorno e che dovevamo avviarci verso la stazione degli autobus di Collemaggio e ho girato le spalle alla città, a malincuore.
Tornata a casa ho riguardando i pezzi che per mancanza di spazio non sono confluiti in Alfabeto Stella, ne ho trovato uno che riassume bene ciò che è diventato il quartiere napoletano di Scampia, e che L’Aquila invece rischia di diventare.

Anticittà
Sono città sospese. Anzi, come le chiamerebbe Stefano Boeri, sono “anticittà”: luoghi che nascono dalla “frammentazione e dalla dissipazione delle energie vitali che scorrono in ogni ambito della vita umana” [1].
Luoghi che costringono all’esilio chi li abita. A restare inchiodato alla propria solitudine. Tagliato fuori da ogni forma di vita culturale, sociale e economica.
L’Aquila come Scampìa, periferia napoletana che tanto periferia non è: senza confini tra città e campagna. Fagocitata, quest’ultima, dalla bruttura urbana.
Lo stesso processo che oggi coinvolge l’Aquila: la città invade la campagna con i quartieri dormitorio che ospitano migliaia di deportati. E a fianco alle palazzine nessun servizio. Non una piazza, non un centro di aggregazione.
Ispessendo la condizione di frammentazione e alienazione.




[1] Anticittà di Stefano Boeri. Ed. Laterza 2011





pubblicato da s.gaudino nella rubrica stella d’Italia il 16 ottobre 2013