Mistero pop

Tiziano Scarpa



Visitando l’intelligente e contraddittoria (intelligente perché contraddittoria) mostra sulla Pop Art alle Scuderie del Quirinale, si prova un sentimento di euforia e rammarico storico. (Euforia:) In quei decenni l’arte ha trovato una soluzione, ma (rammarico:) ha ceduto le armi. Ha trovato il suo posto nel mondo nuovo, scoprendo con felice sbalordimento che il modo per vincere la guerra contro la società di massa era semplicissimo: bastava arrendersi. Ha accettato di essere una propaggine della pubblicità, della merce, della televisione, del sistema di fabbricazione delle star, del tempo come agenda giornalistica, del presente come attualità.

Con la Pop Art non c’è più differenza di visioni fra arte e resto del mondo. Tutti si mettono a cantare la stessa cosa: le confezioni di detersivo! L’attrice famosa! Il cantante in testa alle classifiche dei dischi più venduti! Il presidente degli Stati Uniti! Per non sentirsi soli, gli artisti hanno pagato un pedaggio altissimo. Di fatto, sono ritornati a servire la committenza. Se una volta era la Chiesa o il Sovrano a imporre immagini, volti e scene da rappresentare, in quegli anni sono i mass media e il consenso monitorato dalle vendite, dalla celebrità e dal successo a indicare che cosa va ritratto, idolatrato, celebrato, irriso, comunque inquadrato. Andy Warhol era un ragazzo bisognoso d’affetto. (Ce l’ha fatta. Con la sua arte è diventato amico intimo delle star).

Anche il desiderio sessuale, che nella posa artistoide si stilizzava come anarchico, provocatoriamente perverso, bizzarro, controcorrente, si allinea a quello della maggioranza. C’è persino chi, come Mel Ramos, realizza con zelo le fantasticherie condivise, dipingendo una specie di collage masturbatorio: la faccia di Virna Lisi è perfettamente innestata su un corpo nudo, copiato da qualche immagine di anonima pin-up. Il risultato è plausibile, Virna Lisi nuda potrebbe avere davvero quel seno e quelle cosce, e così ecco realizzato un sogno pornografico collettivo, una Venere della propria epoca finalmente svelata agli occhi di tutti.

Poi ci si imbatte nell’alieno, in un quadro che da solo vale l’intera mostra e le fa da critica e controcanto. Che cosa c’entra Gerhard Richter in una mostra sulla Pop Art? "Forse l’hanno incluso qui perché anche le piramidi egizie sono un’immagine pop – mi dico –, arrivano su questa tela dopo essere passate attraverso innumerevoli cartoline, vetrine di agenzie turistiche, documentari televisivi, diapositive di viaggio, pacchetti di sigarette, raccolte di figurine…" Un’occhiata al catalogo conferma che l’intento del curatore era proprio questo. Pyramide è un quadro del 1966. Si riconosce a colpo d’occhio il profilo di una piramide di Giza. I contorni sono sfumati, tutta l’immagine è sfuocata. Spostandosi avanti o indietro non si riesce a collocare lo sguardo in un punto focale soddisfacente. Neanche scrutandole da vicino le pennellate svelano il loro trucco ottico. È irritante per gli occhi non riuscire a venire a capo di ciò che vedono. E così il mistero egizio si perpetua anch’esso in forma pop: l’antico Egitto (presentato come forma immediatamente riconoscibile ma impossibile da mettere a fuoco) è svuotato di contenuti storici e filologici, qui si offre come puro portatore di misteriosità. La piramide egizia è una delle figure più famose al mondo, più note e banali, eppure resta impenetrabile, inconoscibile, assoluta. Esoterismo nonostante la massa. Tutt’intorno è disincanto, fama, vetrina, ostentazione condivisa, riconoscimento immediato, eppure il segreto resiste agli occhi di tutti, e diventa tanto più potente ed enigmatico proprio perché nemmeno la sua esposizione sulla scena riesce a smantellarlo.

Pop Art!
1956-1968

A cura di Walter Guadagnini
Roma, Scuderie del Quirinale
26 ottobre 2007 – 27 gennaio 2008








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 6 gennaio 2008