Jean Paul che mangiò l’anello

Andrea Tarabbia



Questa è una storia vera, i nomi, i fatti e i personaggi che la popolano sono vivi o realmente esistiti, non ci sono filtri. È successo, e io lo racconto. Alla fine del pezzo troverete un link che vi permetterà di visionare quello che considero uno dei filmati più sconvolgenti e commuoventi che mi sia mai capitato di vedere, e di cui questo pezzo costituisce una descrizione e una precisazione.

Camerun, anno 2006. E’ il villaggio di Baloum, circondato dalle montagne, lontanissimo da tutto: per andare a scuola, i suoi abitanti percorrono a piedi due volte a settimana i quaranta chilometri che li separano da Bansoa, il centro più grosso nelle vicinanze, portandosi dietro il necessario per sopravvivere. A Baloum vivono circa otto-novemila persone, organizzate dentro abitazioni di argilla (ma i più ricchi stanno scoprendo il mattone traforato e ci costruiscono delle piccole ville), dove, in angoli remoti della casa, sui pavimenti, vengono conservati i teschi dei morti della famiglia. Qui c’è il cattolicesimo, ma un cattolicesimo all’africana, animista, mescolato con paganesimo e superstizione. A Baloum è nato Raymon, che da molti anni ormai vive a Bologna dove si è laureato e dove lavora, sentendosi ormai un europeo. Raymon torna a Baloum molto raramente, anche se lì vive ancora la sua famiglia. L’ultima volta che ci è tornato è stato nel maggio di due anni fa, in compagnia di Francesco, che è mio amico e che di mestiere gira documentari. Francesco ha seguito Raymon per alcuni giorni nel cuore del Camerun, ha filmato la sua famiglia, ha intervistato la gente del posto, è stato al mercato, ha cercato di capire come si vive nel cuore dell’Africa nera.

Il filmato che vedrete è un estratto del girato, un "a parte" del documentario sul Camerun fatto da Francesco. Gli otto minuti di Jean Paul probabilmente troveranno una collocazione all’interno del film, ma Francesco non ha ancora deciso: le immagini e le parole di Jean Paul possiedono una vita propria, e hanno una dirompenza che rischia di andare perduta se viene contestualizzata in un documentario normale.
Jean Paul e la sua storia sono stati scoperti e filmati per caso, e io li ho visti. Da qualche tempo stanno girando per vari festival, e qualche organo di stampa ne ha parlato.

Jean Paul è un giovane nato e vissuto a Baloum. Dice Francesco che era una persona irrequieta e violenta, e che probabilmente era affetto da qualche disturbo psichico; la cosa però non è dimostrabile perché a Baloum non ci sono né medici, né psicologi, né assistenti sociali. Di sicuro c’è che non aveva voglia né di studiare né di lavorare, e che era un tipo strano da cui gli abitanti del villaggio preferivano stare alla larga.
Jean, che è il vero protagonista del filmato, è considerato l’uomo più forte del villaggio. Come molti altri abitanti di Baloum non ha mai visto un bianco di persona, e la presenza di Francesco e della sua videocamera lo sovraeccita: ci sono scene - che non sono finite nel documentario - in cui mostra i propri muscoli a Francesco e si esibisce sollevando dei grossi massi per dimostrare la propria forza. Il suo vigore fisico è tenuto in gran conto da tutti gli abitanti del villaggio, che lo hanno eletto rappresentante della sicurezza. Egli può diventare, all’occorrenza, tutore della legge, uomo d’ordine e carceriere. Se le forze dell’ordine glielo chiedono, tiene rinchiusi i malviventi nella propria casa d’argilla, legati alla catena. Ha rapporti diretti con la gendarmeria, il cui capo è uno zio di Jean Paul, e si sente un uomo importante. Parla a ruota libera con la videocamera, sembra perfettamente a suo agio con l’uomo bianco che lo filma e sembra, soprattutto, non rendersi conto della mostruosità di quello che dice. Jean, l’uomo più forte del villaggio, ha paura di Jean Paul: gli si rivolge ricordandogli continuamente che queste, ormai, sono le sue ultime ore sulla terra, e che quando sarà dall’altra parte egli non dovrà gettare le sue maledizioni su di lui, su Jean, perché Jean è solo un carceriere e fa quello che gli ordinano di fare. Jean Paul dovrà prendersela con sua madre e con la sua famiglia che lo hanno voluto morto.

Pare che Jean Paul abbia commesso dei reati, terrorizzando il villaggio: ha rotto delle tegole prendendole a sassate, ha bruciato dei vestiti nel dormitorio studentesco di Bansoa, ha chiesto alla propria matrigna (suo padre ha molte mogli) di mostrarsi nuda e, infine, ha morso la mano al gendarme che lo ha catturato. Francesco dice che anche per Raymon non è semplice distinguere ciò che è vero e ciò che non lo è nel racconto di Jean. Di sicuro Jean Paul non è un cannibale, e non ha tentato di mangiare nessuno. Ha morso un uomo, per rabbia e per tentare di liberarsi, ma non lo voleva mangiare. Jean Paul è un ragazzo strano, da tenere sotto controllo, ma non è né un cannibale né un assassino né un pervertito. La sua matrigna dice che la voleva vedere nuda, ma non ci sono testimoni che lo possano confermare.

Jean Paul è legato da diciotto giorni a un albero e viene lasciato morire di fame e di sete. La cosa, all’inizio del filmato, per lo spettatore non è chiara ma lo diventa presto: incatenato mani e piedi, Jean Paul viene lasciato alla mercé degli elementi e delle bestie a qualche centinaio di metri dal villaggio, in mezzo alla vegetazione. Tutti aspettano che muoia, e Jean il carceriere lo va a trovare un paio di volte al giorno per vedere se respira ancora. Jean Paul non capisce quasi più niente, è stremato, non riesce a parlare. La posizione in cui lo hanno legato lo costringe a tenere le braccia e le gambe nella stessa posizione da molti giorni. Ha perduto totalmente le forze, non si muove praticamente più. A un certo punto del filmato chiede dell’acqua, che non gli verrà data. Francesco ha filmato per caso uno degli ultimi, terribili momenti della vita di Jean Paul.

Quella dell’incatenamento, dice Francesco, non è una pratica fuori dall’ordinario in Paesi come il Camerun. Ciò che rende eccezionale il caso di Jean Paul è la decisione di lasciarlo morire di fame e di sete. La condanna a morte, a questa morte, è una novità per gli abitanti di Baloum, ed è qualcosa di cui, dice Francesco, nelle case di argilla non si vuole parlare: si sa che Jean Paul sta morendo sotto l’albero, e che è cattivo, ma si evita il discorso. Il villaggio da diciotto giorni continua la sua vita normale, con il mercato, le interminabili camminate fino alla scuola, l’agricoltura e il silenzio.

È la famiglia stessa di Jean Paul che ne ha chiesto la morte, questa morte: il padre, la matrigna, perfino lo zio, che è il capo della gendarmeria. Appellarsi alla legge non serve, chiamare le forze dell’ordine è inutile e pericoloso: la gendarmeria approva l’agonia di Jean Paul e lascia che sia Jean a occuparsene.

Perché Jean Paul è maledetto e deve morire: egli ha mangiato l’anello e non lo vuole restituire.
L’anello che ha mangiato Jean Paul è sacro e prezioso, e Jean Paul lo tiene in pancia. L’anello è sacro, e chi lo inghiotte commette peccato e diventa malvagio: l’anello contiene una forza sovrumana che fa uscire di senno e fa commettere atti contro la società come il cannibalismo, l’incesto, l’incendio. È magico, e obbliga chi lo possiede a mangiare le persone per rimanere in vita. L’anello è prezioso, e chi lo ha inghiottito e non lo vuole restituire è perché non ha voglia di lavorare, di collaborare con la comunità, e spera che la presenza dell’anello all’interno del proprio corpo gli porti piaceri e ozio e ricchezze. L’anello è maledetto, è qualcosa di demoniaco e deve essere espulso per cacciare la maledizione.
L’anello costringe a uccidere. Chi non abbandona l’anello non può essere aiutato e deve morire. Raymon e Francesco non possono fare niente. Toccare Jean Paul o cercare di aiutarlo significherebbe mettersi contro il villaggio, la gendarmeria, significherebbe essere maledetti, probabilmente arrestati e lasciati morire come Jean Paul. Significherebbe, forse, aver ingoiato l’anello e subirne gli influssi.

L’anello non esiste, è una superstizione, un modo di dire che porta alla morte. Jean Paul era un giovane abitante di Baloum, un tipo strano e problematico. È morto di fame e di sete, incatenato e solo, il 5 maggio 2006, in una data che ricorda altre e più celebri morti e che a qualcuno, forse, da oggi ricorderà anche la sua.

Jean Paul








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica il dolore animale il 4 gennaio 2008