La scatola nera del comando

Tiziano Scarpa



La telefonata fra Silvio Berlusconi e Agostino Saccà, (ex) direttore di RaiFiction, è uno di quei regali che bisogna tenersi stretti. Non era mai successo, in Italia, di poter ascoltare pubblicamente un’intercettazione telefonica a un così alto livello di potere, e probabilmente non accadrà mai più. Le reazioni politiche sono state quasi unanimi nel condannare la violazione della privacy: ai parlamentari è venuta una strizza tanta (per parafrasare un’espressione pronunciata dall’ex presidente del consiglio in questa stessa telefonata). Sicuramente una legge restrittiva verrà emanata in tempi brevi. Un’altra occasione come questa di entrare dentro la scatola nera del potere ce la sogneremo.

Le trascrizioni non sono altrettanto efficaci, lo si è visto limpidamente in questo caso: tra le altre cose, Saccà è stato sbeffeggiato per il suo "glielo dico senza piangeria", mentre facendo attenzione all’audio è evidente che lo strafalcione non è suo, ma di chi ha trascritto la telefonata; tantomeno Berlusconi ha detto "operazione libertaggio", come risulta nella versione trascritta. A parte questi dettagli, ciò che più conta è che l’ascolto diretto permette di soppesare i toni delle voci, com’è ovvio, ma soprattutto i ritmi, la tempestività delle interruzioni, la meccanica di cessione dei turni conversazionali, insomma tutto ciò che riguarda la detenzione del discorso e la soggezione fisica del linguaggio.

Questa telefonata è stata commentata dai media quanto basta, e tuttavia non è stata chiosata. Come mai? La risposta, banale e sbalorditiva, è: non ce n’era bisogno. L’avrebbe capita anche un bambino.

In particolare, tutta l’ultima parte del colloquio fra Berlusconi e Saccà è sorprendente da quanto è esplicita. "Lei non mi deve spiegare niente", ribatte prontamente Saccà alla richiesta di Berlusconi di agevolare un’attrice. Invece, contro ogni aspettativa, Berlusconi si mette a spiegare per quale fine sta chiedendo ciò che sta chiedendo: la raccomandazione gli serve a ingraziarsi un senatore nel tentativo di farlo passare dalla sua parte per far cadere il governo Prodi, ecc. In questo senso la telefonata non ha bisogno di chiose: ci pensa Berlusconi stesso a farle, le annette nel suo discorso, dice tutto, non tiene nascosta la sua strategia, non si avvale del privilegio di reticenza del capo. Perché lo fa? Per giustificarsi? Per salvaguardare la sua onorabilità presso un suo inferiore? Perché il suo sottoposto non possa pensare che sia in gioco una triviale questione di amanti personali? Perché non si ritrovi in mano un motivo di disprezzo e un argomento di maldicenza contro il capo?

P: ti spiego che cos’è questa qui ..
S: ma no, Presidente non mi deve spiegare niente ..
P: no, te lo spiego: io stò cercando di avere ...
S: Presedente, lei è la persona più civile, più corretta..
P: allora ... è questione di .. (parola incomprensibile, le voci si accavallano) ....
S: ma questo nome è un problema mio ...
P: io stò cercando ... di aver la maggioranza in Senato ...
S: capito tutto ...
P: eh .. questa Evelina Manna può essere .. perchè mi è stata richiesta da qualcuno ... con cui sto trattando ...

Questa parte del dialogo è esemplare nel mettere a confronto due idee di potere, e due modi di gestirlo.
Da una parte Saccà, con la vecchia concezione di tipo mafioso del potere, a cui obbedire alla cieca, senza chiedere spiegazioni; dall’altra Berlusconi, con la forma mentale aziendalistica che, per ottenere i migliori risultati, prevede di motivare i dipendenti mettendoli a conoscenza degli obiettivi.

L’atteggiamento di Saccà può ricordare quello di un picciotto pronto a eseguire qualsiasi ordine senza domandare perché. Berlusconi invece insiste per mettere a parte dei propri scopi il suo sottoposto. In questo modo lo responsabilizza e lo coinvolge. Gli fa sapere che la cosa che gli sta chiedendo è cruciale per un obiettivo che va ben al di là della raccomandazione di un’attrice (trovarle un ruolo in qualche fiction televisiva è una merce di scambio che può far cadere un governo e cambiare le sorti di una nazione intera). Gli rivela il senso della manovra. Lo motiva ad agire. Gli mostra che cosa c’è dentro l’ordine che gli sta dando, qual è il suo significato ultimo. Gli spalanca i penetrali del potere.

Nello spiegare un comando, il capo dona un segreto al suo inferiore. Dico che glielo dona perché, come abbiamo visto, si tratta di un’elargizione non richiesta; e, naturalmente, il termine "dono" è carico delle risonanze analizzate dall’antropologia classica. Con questo dono, l’inferiore riceve contemporaneamente un tesoro e una maledizione: ora che sa, deve prodigarsi a eseguire, perché sottrarsi equivarrebbe a contrastare consapevolmente il grande disegno. Non si tratterebbe di una semplice trascuratezza, ma di un grave tradimento. Allo stesso tempo, è positivamente motivato a collaborare, si sente orgogliosamente destinatario di una fiducia smisurata, gli è stata affidata una missione fondamentale, dal suo zelo dipendono le sorti del potere del capo.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 29 dicembre 2007