Continuare a esordire. Richter alla Tate Modern

Tiziano Scarpa



Togliendo gli occhiali, le immagini dipinte da Gerhard Richter fanno comunella con la mia miopia. Quell’effetto sfumato lo otteneva passando un pennello secco sulla pittura ancora fresca. Se rimetto gli occhiali, riesco a focalizzare le particelle della foschia, i filamenti primari che la sostanziano: distinguo l’indistinzione, ne divento consapevole.
Negli anni Sessanta, Richter chiamava la sua arte Realismo Capitalista: un’etichetta meno fortunata ma più suggestiva di Pop Art. Noi, oggi, più che alle figure, possiamo sospettare che quella definizione si riferisse alla difficoltà di mettere a fuoco il mondo. Che cosa significa avere davanti le immagini sfuocate di una Ferrari presa da una rivista di automobilismo, di una brochure turistica, del cadavere impiccato di Ulrike Meinhof? Una risposta si può cercare in L’uomo è antiquato di Günther Anders. Nel 1956 descriveva le le conseguenze esistenziali di televisione e mass-media: “Il mondo ci viene fornito in casa. Gli avvenimenti ci vengono imbanditi… il mondo, che non è né presente né assente, diventa un fantasma”. Così, nei quadri di Richter, l’intimità domestica diventa spettrale: non solo le immagini dei giornali, ma anche la sedia, il rotolo di carta igienica, le foto di famiglia si fanno nebulose.

È entusiasmante e salutare, la grande retrospettiva che gli ha dedicato la Tate Modern. Attraversando le tredici grandi sale “sembra di visitare una collettiva”, ha commentato la mia amica scrittrice londinese Michelle Lovric. La moglie nuda scende le scale. Monocromi grigi. La figlia di Richter si gira a guardare uno di quei monocromi: il padre le fa il ritratto di schiena, non riesce a vedere che faccia fa lei di fronte alla sua arte. Il mare è sovrastato dalle nuvole: guardi meglio, e ti accorgi che il cielo in realtà è un altro mare capovolto. Una candela. Molti “unicum”, senza coerenza con il resto delle sue opere.

Pozzanghere, guazzabugli, poltiglie, poi improvvisamente griglie ordinate di colori, come nel catalogo di un arredatore. Ma anche installazioni, vetrine sovrapposte, lastre verniciate, una sfera d’acciaio escheriana appoggiata sul pavimento, chiazze di pittura sbucciate per mettere a nudo il colore che c’era sotto, come la riemersione di un “pentimento”.

Persino un trittico di nuvole ha dipinto. Quanta libertà! Quanto sano menefreghismo verso quello che, secondo l’estetica contemporanea, si può o non si può più fare. Richter mi ha ricordato Antonio Moresco: noi non siamo obbligati a “continuare” una tradizione (nemmeno quando questa continuità assume le forme dell’anti-tradizione forzata). Noi possiamo esordire! Possiamo sbocciare come vogliamo.

Pubblicato su “Il Fatto Quotidiano / Saturno”, 9 dicembre 2011.

Gerhard Richter, Panorama, Tate Modern, Londra, fino all’8 gennaio 2012. Corinna Belz, Gerhard Richter painting, dvd, 97 minuti, Soda pictures.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 15 dicembre 2011