Bontà.

Tiziano Scarpa



Li vedo entrare nell’atrio dell’ospedale mentre studio la segnaletica dei reparti: una decina di giovani, gli uomini indossano redingote, mantelli e tube, le donne cuffie, scialli e gonne alla caviglia. "Che cosa fanno?" domando a un’infermiera. Non lo sa, non li ha mai visti. La comitiva del diciannovesimo secolo si dirige verso le scale, sparisce svoltando dopo la prima rampa. Andranno in pediatria, penso, a portare un po’ di buonumore ai bambini. Salgo da un’altra parte a visitare una persona. Dopo un quarto d’ora, nell’aria si diffonde un canto natalizio: i parenti dei ricoverati e anche qualche paziente escono dalle stanze. Il coro si è piazzato in fondo al corridoio: cantano in inglese, forse sono americani. La stranezza di vedere un coro in un reparto ospedaliero è aumentata dal vestiario ottocentesco: la bontà oggi è un’aliena, atterra su queste plaghe sentimentalmente aride sbarcando dalla macchina del tempo, ci raggiunge da obliati secoli dickensiani.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 26 dicembre 2007