Pelle di vetro

Mauro Pianesi



Io ho visto tutto.
A testa in giù, ma ho visto tutto.
Mi chiamo ®marso, sono una lampadina trasparente da 60 watt.
Stavo avvitata al lampadario nel cucinino della vittima.
Alexia era una ragazza padovana di ventitré anni che viveva a Perugia da quasi quattro.
Quel sabato pomeriggio di agosto, saranno state le sette, è rientrata nel suo miniappartamento.
Non canticchiava come al solito.
Ha buttato la borsa di panno sul tavolo del cucinino e ha sbuffato.
S’è guardata attorno e ha sbuffato ancora.
M’ha guardata (io ricoperta di polvere).
S’è messa le mani sui fianchi poi ha mormorato: "T-t-t… e adesso che faccio?"
M’ha guardata ancora.
S’è avvicinata, ha allungato un braccio e m’ha accarezzata con le dita a spirale.
Dita lunghe dita.
Il suono del campanello!
"E adesso chi c…o è?"
È andata ad aprire, ma prima di uscire dal cucinino ha spinto il dito sul mio interruttore.
Duecentotrenta!
Avete presente quando 230 volt ti entrano in corpo tutti insieme in un millesimo di secondo?
E miliardi di elettroni ti corrono su e giù per i filamenti?
Che ti si gonfiano?
E ti si arrossano?
Una botta.
L’ultima, per me.
"Chi è?… Chi è?…" chiedeva Alexia al citofono.
Poi deve aver dato lo scatto di sotto.
Poi ha socchiuso il portoncino.
È rientrata nel cucinino mormorando "…Un telegramma? Chissà da chi…"
Forse ha aggiunto qualche altra parola, che non ricordo, essendo io ancora frastornata dal mio recente accendimento.
Attraverso i peli della mia pelle di vetro - hai voglia a spolverare una lampadina! La polvere non sa fare a meno di noi - ho visto Alexia aprire lo sportello del surgelatore.
Estrarne una piccola confezione fumante di frutti di bosco.
Aprirla.
Girarla a testa in giù (come me) sopra a un piatto dove ha fatto scivolare la tavoletta di ghiaccio viola rosso e blu.
Buttarne la scatola vuota nel secchio sotto al lavandino.
Leccarsi la punta delle dita guardando di fuori, dalla finestra aperta.
Poi ho sentito i passi.
D’estate andate tutti in sandali o mocassini leggeri ed è difficile che… ma quello portava una specie di scarponi.
Uno.
Due.
Tre.
QUATTRO…
CINQUE…!
"Stron-za…"
M’ha guardata in faccia dalla soglia del cucinino.
Mi si sono rizzati tutti i peli!
"Stron-za…"
Stringeva in mano il coltello così forte che le nocche erano bianche.
"St-ron-za…"
Aveva gli occhi iniettati di sangue e la faccia piena di brufoli.
Tozzo, non più di un metro e sessanta.
Avrà avuto sì e no quindici anni.
Alexia ha cacciato un urlo.
Brevissimo e inutile: il palazzo e il quartiere erano deserti (eravamo alla vigilia di ferragosto).
Mentre quello le diceva "Ti spacco… Stronza!" ho sentito il gorgoglìo della pipì di Alexia che cadeva sul pavimento, oltre a quella che le colava per la gamba.
"Ch… Chi sei?" ha fatto appena in tempo lei a piagnucolare, mentre il ragazzino faceva un passo avanti e - "Ti spacco…" – iniziava a scavare l’aria che - "Stronza!" – lo separava da lei a furia di fendenti verticali che – "Stronza!" – alla fine hanno incontrato:
1. la mano sinistra di A. (recisi l’indice più falangina e falangetta del medio)
2. il braccio destro di A. (lieve escoriazione: l’assassino stava per perdere la presa sul coltello)
3. l’avambraccio sinistro di A. (taglio longitudinale di circa 7-8 centimetri con apertura dell’arteria).
Il ragazzo ha tirato un breve respiro prima di accoltellarla alla sinistra del collo, trapassandolo da parte a parte.
Il coltello gli è rimasto incastrato – per riprenderlo lui l’ha mosso avanti e indietro, a destra e a sinistra, fino a strapparle un pezzo di carne.
Allora ho visto volare qualcosa di molto piccolo.
Allora la maglietta le si è inzuppata di sangue.
Allora ho sentito puzza di bruciato, e ho sentito per la prima (e ultima) volta che rumori fa la morte, quando arriva che ha fretta e ti vuole sfondare la porta:

- il cic-ciàc del ferro nella ferita

- il lamento da corsia ospedaliera della ragazza.
Il tipo si è fermato, ansimando.
Alexia tremava in piedi sul suo sangue piscio.
Si sono guardati attraverso le lacrime (piangevano tutti e due).
Lui le ha mollato un fendente alla pancia.
Lei è rinculata, appesa al coltello.
Lui ha guardato oltre la sua spalla destra, verso il lavandino.
Lei ha strabuzzato gli occhi.
Lui ha sollevato più che poteva il braccio nella sua pancia, per poterle fare più male.
Lei ha reclinato la testa a sinistra.
Lui l’ha guardata e ha pensato: "Adesso sono solo".
Lei si è affastellata a terra come una marionetta.
La vita le è scappata via con un verso lungo e sgraziato di scoreggia.
Poi lui è uscito dalla cucina, a testa bassa.
Si è sentita scorrere dell’acqua.
Poi dev’essersi fermato davanti allo specchio dell’ingressino.
Ha tirato su col naso.
Ha aperto il portone, è uscito, ha richiuso il portone.
Io sono rimasta a guardare quella carneficina coi miei 60 watt.
Nel silenzio più totale.
All’inizio ero convinta che Alexia si rialzasse in piedi da un momento all’altro.
Almeno fino ad arrivare al telefono.
Macché.
Sono rimasta accesa a fissare la morte senza potermi coprire gli occhi.
Silenzio.
Inoltre mi si era appiccicato addosso una specie di moscerino che mi faceva incrociare la vista.
Silenzio.
Il campanile di San Domenico aveva battuta da poco mezzanotte.
La cucina si è riempita del ronzio di una falena.
Mi veniva contro.
Per poco non si arrostiva su di me.
Ha sfarfallato ancora a lungo, poi s’è messa a dormire su una parete, vicino a due schizzi di sangue.
Dèn. Dèn. La luna scivola dentro alla finestra.
Dèn. Dèn. Dèn.
Luna bagnata e cielo blu marino ("Ehi… Lassù!…")
Dèn. Dèn. Dèn. Dèn.
Luna in uscita; grilli; violino.
Dèn. Dèn. Dèn. Dèn. Dèn.
Ho sentito raspare contro il portoncino di casa: un pastore tedesco aveva fiutato il corpo di Alexia e s’era messo in agitazione.
I padroni – gli abitanti del piano di sopra che tornavano dal mare – non sono riusciti a tirarlo via…
Dèn. Dèn. Dèn. Dèn. Dèn. Dèn. Quindi:
1. squilli ripetuti al campanello di casa + guaiti del cane eccitato
2. squilli e colpi sul portoncino "Signorina? Signorina, è in casa? Tutto bene?"
3. stridio di gomme dalla strada + urla maschili + guaiti del cane pestato su una zampa (tanta la concitazione) dal padrone
4. ordini dei poliziotti + le domande ad alta voce di cui già al n. 2 del presente elenco (e tutti i convenuti hanno pensato insieme: "Che originali, eh?, ’sti poliziotti")
5. sfondamento del portoncino d’ingresso + stridio delle unghie del cane che tirava per entrare (ma il padrone lo tirava a sé per il guinzaglio) contro le mattonelle del pianerottolo
6. commenti ad alta voce + svenimenti delle donne presenti + ordini del poliziotto in capo "Nessuno tocchi niente!"
7. guaiti e sibili del cane ma più in lontananza, come se al piano di sopra
8. riapparizione nella finestra della luna, bianca come un cadavere ("Ehi… Laggiù!…")
Molte ore dopo il corpo della ragazza è stato infilato in una specie di sacco a pelo molto techno.
Sigillato con la zip da quelli della scientifica e ciao Alexia, non ci rivedremo mai più.
Dopo una ventina d’ore di ininterrotta attività un milite ha proposto "Ispettore, la possiamo spengere mo’ ’sta lùcia?"
Quello gli ha risposto "Ma sì" e io ho finito di esistere.
Da qualche mese me ne sto archiviata in questa specie di buio museo delle cere del crimine di provincia.
In compagnia di un registratore a nastri (che qui chiamano il nonno), un paio di forbici da sarto, un lettore mp3 (scaricato qui non più di due settimane fa), un paio di guanti da cucina scuri di sangue secco, un martello da stradino, più tanti altri compagni di soggiorno sugli scaffali sotto e sopra al mio, che non riesco a vedere ma di cui sento le voci.
Tutti dentro al loro bravo involucro di cellofan, con su l’etichetta "reperto n. __".
Come mai sono finita qui?
Due giorni dopo il delitto, sono entrati in casa quelli del R.I.S. vestiti da astronauti, coi guanti di lattice e le mascherine sulla bocca.
Hanno spruzzato per tutto l’appartamento coi loro vaporizzatori il famoso Luminol, un reagente chimico che, a contatto col sangue di un cadavere, diventa blu cobalto fluorescente.
E io ho capito che non era un moscerino quello che mi si era appiccicato sul vetro quella sera.
No.
Era un microcicciolo di Alexia, evidentemente schizzato via dalla tagliata del suo collo.
Il microcicciolo si è illuminato di blu cobalto e immediatamente uno zelante agente del R.I.S. ha provveduto a svitarmi dal portalampade, a infilarmi in una bustina, a darmi un numero di repertorio riponendomi dentro a una specie di grande borsa da ginnastica.
Mentre perdevo per sempre (forse) la luce del giorno, ho fatto in tempo a vedere avanzare un altro agente con una grande lampada tra le mani. "Si chiama Crimescope Cs-16", m’ha poi spiegato il martello da stradino che sta qui accanto. "Serve a scoprire le tracce di liquido organico presenti sulla scena del delitto: sudore, saliva...", m’ha fatto l’occhiolino, "…sperma".
Sperma
Si atteggia a gran conoscitore di cose sconce solo perché l’hanno nominato "reperto n. _1_" per un caso di ammazzamento orribile: la moglie di uno stradino che ha scoperto il marito a letto con la sua migliore amica.
Ha trovato il martello lì vicino, a portata di mano...
Ciao Alexia.
Della nostra breve vita insieme ricorderò le tue lunghe dita sexy, quando mi accarezzavi spenta.
Il bacio che mi stampasti sulla testa, dopo avermi estratta dalla scatolina per avvitarmi al lampadario.
Le cenette in due, io e te, davanti alla tivù.
O le sere trascorse cercando di decifrare qualcosa – a testa in giù come mi trovavo – dai libri o dai giornali che leggevi appoggiandoti al tavolino.
I tuoi libri.
Le tue mezze frasi sarcastiche sul sonoro tivù.
La tua morte inutile.
Le tue storie d’amore.
Una sola storia d’amore, veramente.
E neanche intera.
Perché quel ragazzetto, magro e basso come eri tu, non era neanche entrato in casa – quella volta – che subito t’aveva schiacciata contro il muro della cucina – neanche in camera da letto! - prendendo a baciarti con la lingua, frugandoti i vestiti, strusciandosi contro te come un pennello pieno di colla.
A un certo punto devi aver pensato di entrare un po’ più… nel merito.
E gli hai tirato giù la lampo, ma non ha fatto in tempo a finire l’operazione che quello… Gu-ah…! Uhh…!, ha fatto tutto da solo, per così dire.
Tanto che l’hai messo alla porta senza neanche dirgli ciao e fine della (mezza) storia.
Insomma, io me ne sto su questo scaffale polveroso.
Appoggiata dal lato della scritta con su il mio nome e il mio wattaggio.
Avendo la pelle di vetro, non mi beccherò le piaghe da decubito.
Anche se non è certo piacevole, sentirsi appiccicato addosso questo cellofan ventiquattr’ore su ventiquattro!
Per fortuna non fa freddo.
Però mi sento sporca.
Da morire.
Dopo le loro prove, i R.I.S. m’hanno lasciata tutta spruzzata di Luminol che quasi non ci vedo più.
E poi m’annoio.
Il mio Fabbricante ha stampigliato nel mio D.N.A. di tungsteno questa indicazione lapidaria: "vita 1000 ore".
Ho fatto il conto del tempo che ho realmente "vissuto" da quando Alexia m’ha avvitata al lampadario, fino al giorno dopo il suo omicidio.
E sono circa seicento ore.
Quindi me ne restano ancora quattrocento di vita "attiva", se mi limito a considerare solo il tipo di realtà in cui vivono gli umani.
Che è - lo dico senza offesa per nessuno – del tutto… superficiale e incompleta.
Anche se per voi uomini sembra proprio essere l’unica possibile.
Noi oggetti, invece, abbiamo una dimensione interiore che è, a dir poco, spaventosa.
No-oh?
Provate a darci un’occhiata con un… microscopio elettronico! La nostra struttura molecolare possiede una varietà di forme semplicemente stu-pe-fa-cen-te: piramidi, anelli, spirali, catene a zigzag…
Ancora più in profondità, poi, cioè a livello atomico, potreste scoprire in noi dei veri e propri universi di particelle che orbitano simultaneamente, avanti e indietro e di lato… scoppiettando e fiammeggiando a velocità inimmaginabili per chi è abituato a eccitarsi per i km/h di un Max Rossi o di uno Schumacher.
A livello atomico, dentro di noi, comincia la "magia" vera e propria. È in questa dimensione che possiamo sfruttare il moto degli elettroni che sfrecciano nei nostri corpi.
Per muoverci.
Per pensare.
Per parlare…
Per una lampadina poi il divertimento è doppio, perché dalla "realtà" umana ci arriva pure quella che chiamate "corrente elettrica dell’Enel".
Lo so, non ci credete.
Gli uomini non sanno pensare agli oggetti se non come a cose "morte".
Io potrei tenere un intero ciclo di conferenze per convincervi del contrario.
Ma non mi va.
Siete troppo occupati in altre, più "serie" questioni.
Vi basti questo racconto.
Quindi mi avanzano circa quattrocento ore di vita nella dimensione "umana", più una quantità imprecisata di tempo nella mia dimensione intramolecolare e subatomica.
Oltre a una terza chance, a metà fra le prime due, costituita dai bonus gentilmente offertici dal caso o dalla fortuna (perché anche noi lampadine ne abbiamo una da pregare)
Pare che la cosa funzioni: alcune – per puro culo - sforano tranquillamente le mille ore di vita, continuando a illuminarsi.
A patto che si trovino in case senza bambini col vizio di accendere-spegnere-riaccendere ad oltranza l’interruttore (il che è causa provata d’infarto per il 78% delle lampadine ad incandescenza oggi in commercio).
Con un po’ di fortuna, insomma, si può vivere più di mille ore (così come, con un po’ più di sfiga, si può arrivare a malapena alle cinquecento).
Questo l’ho sentito dire in catena di montaggio, mentre Günther mi arricciava i filamenti in tungsteno.
Günther è uno dei diecimila lavoratori della sede del Fabbricante, che come saprete sta a Monaco di Baviera.
E sovrintende alle attività manipolatorie dei filamenti in tungsteno.
È biondo e muscoloso.
Immagino sia uno degli uomini di fiducia del Fabbricante.
Perché è bravo e veloce.
Fin troppo, veloce: tutte le lampadine della mia covata avrebbe fatto volentieri un altro giro sotto le sue cure.
Perché il filamento è la nostra parte sensibile.
Molto sensibile.
Voi provate a guardare dentro a una lampadina.
Tenete a mente la forma dei filamenti e poi date un’occhiata a una riproduzione qualsiasi di un collo d’utero umano.
Trovate i punti in comune tra i due e capirete cosa intendo per molto sensibile.
In fondo, per noi, i fotoni sono una specie di ormone sessuale, come gli estrogeni e il progesterone per le donne.
Ciao Alexia.
Tu sei morta, io mi annoio.
Ho ancora qualche anno luce da passare sulla Terra e non ho voglia di aspettare il Giudizio Universale per uscire da questo archivio.
Allora faccio appello alla mia forza interiore.
Comincio ad oscillare.
Un millimetro a destra e ritorno.
Due millimetri a destra e ritorno.
Tre millimetri…
Fino a che il mio diventa un dondolio vero e proprio.
Il registratore a nastri strabuzza gli occhi inorridito: per lui la seconda e la terza dimensione non esistono.
Non vuole nemmeno sentirne parlare.
È il migliore amico dell’uomo.
Oplà!, sono saltata giù dal mio scaffale, sopra a una matassa di carta da imballaggi, stratificata di polvere ma morbidissima.
La porta dell’archivio, tenuta aperta con una sedia per far circolare l’aria e non farci ammuffire tutti, è distante poco più di quattro metri.
Continuo ad oscillare, sfruttando le curve di cui m’ha dotata il Fabbricante.
Le curve esplorate da Günther, carezzate da Alexia.
Non so cosa mi aspetta dopo quella porta.
Un’altra porta, sicuramente.
Ma è sempre meglio che aspettare l’Apocalisse negli scantinati di un tribunale di provincia.
Almeno potessi liberarmi del cellofan…
Una sera Alexia, leggendo un quotidiano, alzò gli occhi verso di me e, sbattendo la mano sulla carta – Ciàc! Ciàc! –, mi fece l’occhiolino dicendomi:
"Si parla di te, qui, signorina!"
Sollevò il giornale e lo rovesciò perché potessi leggerlo senza storcermi gli occhi (diavolo d’una ragazza, aveva capito tutto, lei!)
Un titolo bello grosso diceva: "il movimento degli elettroni somiglia a una danza. Insegnare la scienza è facile, basta creare nuovi punti di vista. Il movimento degli elettroni non somiglia a una danza?"
Ripenso a questo e mi dico che sì, in effetti quel giornale aveva ragione.
Non parlo degli elettroni dell’Enel, ovviamente, soprattutto adesso che mi avventuro verso l’ignoto contando solo sulle mie risorse interne.
Molto più affidabili, tra l’altro.
Ma il movimento degli elettroni, praticamente, è una danza.
Deve averlo capito anche l’mp3 che dallo scaffale mi saluta a modo suo, mettendo su una colonna sonora firmata Ryan Adams.

Nobody with no one to call
And all this time
Hot metal as her clothes dissolve
Emergency lights
It’s genocide
It’s sucide

I’m spinning around the room in awe
I’m spinning around the room

I’m floating through a room of halls
Partytime
Stops breathing like a china doll
And broken eyes
It’s genocide
Suicide

I’m spinning around the room in awe
All bloody in the luminol
I’m spinning around the room in awe
In awe

Save my life...
Say my name

It’s genocide
It’s suicide

I’m floating through a room of halls
All bloody in the luminol
I’m spinning around the room in awe
In awe
And on and on and on

E per ora, davvero, non c’è altro…








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 19 dicembre 2007