Di pesi e di misure

Teo Lorini



Pochi giorni fa la squadra dell’Inter è stata citata in giudizio dall’avvocato turco Baris Kaska. Secondo il legale, l’UEFA dovrebbe revocare ai nerazzurri i punti della vittoria sul Fenerbahce di Istambul, perché la squadra di Moratti non ha giocato con i soliti colori, ma ha indossato la divisa del suo centenario, una maglia bianca con la croce rossa che -così l’avvocato Kaska- ricorderebbe il simbolo dei templari, offendendo la sensibilità islamica.

Teoria stravagante, vero? E infatti i quotidiani italiani si sono prodotti in una gara di ironie e motti di spirito. Ma forse varrebbe la pena di ricordare che l’umorismo dipende sempre dal punto di vista e dall’alleanza che si instaura con il destinatario. Non a caso le Lettere persiane di Montesquieu assumono lo sguardo straniato e straniero del mediorientale Usbek per mettere in ironico risalto le contraddizioni della Francia cattolica e assolutista di primo Settecento.

Così non stupisce che l’humor e la superiorità sciorinati nei riguardi dell’avvocato Kaska tendano a scomparire quando proposte non solo bizzarre, ma talvolta persino apertamente contrarie alla ragione e alle leggi vengono sollevate in casa nostra. Qualche mese fa, ad esempio, proprio sul Primo Amore immaginavo uno scenario paradossale in cui il Vaticano esercitasse pressioni sul governo italiano per sanzionare medici e farmacisti colpevoli di prescrivere e vendere prodotti anticoncezionali. Poche settimane dopo, neanche a farlo apposta, è arrivata la celebre sortita di Benedetto XVI sui farmacisti italiani che dovrebbero rifiutare ai propri clienti medicinali "dagli scopi chiaramente immorali", ancorché regolarmente prescritti. Basta ricordare che i clienti delle farmacie italiane non sono necessariamente cattolici per rendersi conto che l’appello pontificio è non solo più strampalato ma decisamente più lesivo, sotto il profilo dei diritti che attengono alla società civile, rispetto alla trovata pro Fenerbahce dell’avvocato di Istanbul…

Gli eventi, però, incalzano e il paradosso di ieri è scalzato da quello di oggi, con il governo tenuto in fibrillazione da alcuni senatori determinati, costi quel che costi, a espungere dall’atteso "decreto sicurezza", una clausola che dovrebbe porre anche le persone omosessuali fra quelle tutelate contro i crimini d’odio, come avviene per le minoranze razziali, etniche o religiose. Votando questa norma, è opportuno ricordarlo, l’Italia non farebbe altro che recepire una risoluzione già approvata dal Parlamento europeo e vincolante per gli Stati membri dell’UE. Eppure i cattolici, più o meno integralisti, non ne vogliono sapere e, da Mastella alla Binetti minacciano di far cadere il governo piuttosto di approvare un pasticciato codicillo che lascia intravedere la possibilità di riconoscere un diritto agli omosessuali.

Sembra una questione di lana caprina, ma in realtà è solo una delle manifestazioni di un problema molto più vasto, in cui l’intolleranza religiosa viene a confliggere con l’evoluzione della società e le sfide che ogni mutamento sociale inevitabilmente pone al legislatore.

E infatti ferve di discussioni l’assemblea costituente del PD: una legge che tutela gli omosessuali -ci si chiede- deve essere riconosciuta come tema "eticamente sensibile", di quelli cioè per cui i singoli parlamentari votano in libertà di coscienza e senza sanzioni dal partito?

Vediamo le posizioni. Da una parte ecco la senatrice dell’Opus Dei Paola Binetti. A suo parere gli omosessuali non corrono alcun rischio di discriminazione: lei stessa confessa la sua ammirazione per la "sensibilità" di stilisti come Dolce & Gabbana, Valentino e "il povero Versace". A parte l’autogol (proprio nel caso dell’omicidio Versace il ruolo dell’omofobia sembra tutt’altro che secondario), l’equivalenza fra gay e haute couture è di una banalità desolante, offensiva per i milioni di gay che fanno mestieri meno glamour e li svolgono bene, o magari male, ma comunque a prescindere dal proprio orientamento sessuale. Viene in mente la battuta di Kubrick su Schindler’s List: "non è sull’Olocausto. È un film sul successo. L’Olocausto riguarda sei milioni di persone che vengono ammazzate, Schindler’s List parla di seicento persone che non vengono ammazzate".

Di contro ci sono deputati come la ministra Barbara Pollastrini che sostengono la norma anti-omofobia per poi sentirsi spiegare da Giuliano Amato che non si può appoggiare una legge che "fa diventare reato l’opinione del Vaticano".

Brutale finché si vuole, la sintesi del ministro dell’Interno è efficacissima.

Il Vaticano è a tutt’oggi cocciutamente arroccato su una posizione di palese discriminazione nei confronti delle persone omosessuali; ne fa testimonianza un volume come il Lexicon, ponderoso repertorio di "termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche", edito nel 2003 a cura del Pontificio consiglio per la famiglia (presidente il cardinale Lopez Trujillo, vicinissimo all’Opus Dei) in cui spicca la definizione di omosessualità come "disordine psichico".

Tale opinione non solo perdura fra i ministri del culto cattolico, ma da lì (grazie a costanti allocuzioni largamente riprese dai media) dilaga fra gli adepti di quella religione fino a farsi opinione diffusa, sentire comune che trova conferma nel silenzio dello Stato. È del tutto evidente che il perdurare di tali convincimenti rende la condizione delle persone omosessuali tutt’altro che priva di rischi.

La questione è esposta con chiarezza e abbondanti riferimenti storici, psicologici, sociali in un volume appena pubblicato per il Saggiatore dallo psichiatra Vittorio Lingiardi: Citizen Gay; famiglie, diritti negati e salute mentale.

Lingiardi parte da una constatazione: lo Stato liberale moderno è, per definizione, indifferente all’orientamento sessuale dei suoi cittadini. Nella misura in cui accettano il contratto sociale e rispettano le leggi, essi dovrebbero essere tutti uguali e "sostanzialmente anonimi in tale eguaglianza". Esiste invece una categoria di cittadini che assolve a tutti i doveri prescritti dal contratto sociale, rispettando codice civile e penale, pagando le tasse, contribuendo -in una parola- al funzionamento della res publica, ma che ha un diritto in meno.

All’apparir dei DICO, sostenitori delle famiglie tradizionali e organizzatori di Family Day (spesso competenti in materia, visto che di famiglie ne hanno due o tre) hanno ripetuto fino alla nausea che riconoscere diritti alle coppie conviventi equivaleva ad assecondare le bizze di chi, quasi per un capriccio, non aveva voglia di affrontare la responsabilità di un matrimonio vero e proprio. Tale asserzione, già fragile rispetto alle relazioni tra due eterosessuali, perde ogni consistenza nel caso degli omosessuali, cui è del tutto preclusa l’alternativa del matrimonio. Il mancato riconoscimento da parte dello Stato, pone dunque tutte queste coppie in un limbo in cui è loro negato un diritto di cui invece godono tutti gli altri cittadini.

Giustamente Lingiardi ricorda che dal 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha eliminato dal novero delle patologie psichiche l’omosessualità. Essere gay o lesbiche non è questione di meriti o demeriti: è una cosa che accade. La Chiesa è liberissima di continuare a sostenere il contrario e magari di rivedere le sue posizioni fra qualche secolo (come è accaduto per Erasmo da Rotterdam, per i "perfidi giudei" o per i sostenitori della teoria eliocentrica), ma è necessario che la politica non perda di vista un fatto basilare e cioè che "l’esperienza amorosa e la costruzione di legami affettivi" non avvengono in un deserto, ma nel contesto sociale, nel trascorrere della storia nel mutare della cultura: "il concetto di famiglia, dunque, non è unico e immodificabile".

Da ciò derivano due conseguenze di non piccolo peso. La prima è che non riconoscere il legame affettivo fra due persone che lo richiedono mina in profondità il loro benessere psichico, la loro vita relazionale e, in ultima analisi, la loro realizzazione individuale e sociale: e uno Stato i cui cittadini sono infelici è, in tutta evidenza, uno Stato più debole.

La seconda è che il mancato riconoscimento per le relazioni fra persone omosessuali equivale de facto a confinarle in una condizione di implicita delegittimazione, di "cittadinanza minore" che ha inevitabilmente tra i suoi effetti collaterali il proliferare di una mentalità in cui l’omofobia diventa un atteggiamento socialmente plausibile ("Se la Chiesa considera costoro indegni di formare una famiglia e lo Stato ne tollera la convivenza ma senza accordare loro diritti e tutele, non vorrà dire che, davanti a Dio e agli uomini, questi omosessuali non sono proprio cittadini come gli altri?").

Coerente con il titolo del suo saggio, Lingiardi dimostra come oggi siano mutati i termini di una questione millenaria. "Se in passato lo scandalo era la devianza omosessuale, oggi ciò che preoccupa e spaventa è la rivendicazione di una normalità omosessuale" o, meglio ancora, se l’attrazione fra persone dello stesso sesso è antica quanto l’uomo, "a essere nuove sono le idee di pari diritti e opportunità, di cittadinanza, di regolamentazione sociale e giuridica" con tutte le loro conseguenze. Citizen gay ripercorre l’evoluzione degli statuti giuridici, politici, medici, psicologici e (non meno importante) di mercato, sottolineando come nella modernità non siano più la legge o la medicina a occuparsi delle persone omosessuali, ma siano invece queste ultime a occuparsi, per la prima volta con tanta chiarezza dei propri diritti e della propria salute.

In tanta messe di dati, Lingiardi non dimentica (ed è un’attenzione che va tutta a suo merito) che l’unione civile o il matrimonio non possa né debba costituire un percorso obbligato lungo la strada della realizzazione del sé, ma certo sarà difficile al lettore che affronti Citizen gay con pacatezza e senza preclusioni ideologiche o religiose, non condividere la citazione di Hannah Arendt che, a proposito dei dibattiti che infuriavano in USA sul tema dei matrimoni interrazziali, ebbe a definirli: "un diritto umano elementare".








pubblicato da t.lorini nella rubrica democrazia il 17 dicembre 2007