Due tempi

Giorgio Falco



Cinque anni fa ho smesso di usare il motorino. Ero appena uscito dal lavoro alle sei del pomeriggio, circondato dalla festosa e malinconica euforia natalizia. Arrivato all’ultimo incrocio in fondo a via Lorenteggio, Milano, quasi al confine di Corsico, ho visto arrivare un furgone alla mia destra. Ecco, non sono sicuro che fosse un furgone. Il casco mi ostruiva la visuale, o era la stanchezza di tutte le inutili ore precedenti, o gli occhi dovevano guardare contemporaneamente la strada davanti, la strada laterale, la strada alle mie spalle incorniciata dallo specchietto.

Forse non era un furgone ma uno di quei minibus da nove posti guidati da un uomo di quarantacinque anni in divisa blu, un uomo che stazionava davanti ai palazzi aziendali fumando appoggiato alla portiera, ascoltava notiziari alla radio, mandava sms eccessivamente romantici e poi accendeva il motore duemila e otto diesel e partiva verso la fermata Bisceglie della metropolitana, scaricava due persone che, per tutto il breve tragitto, con commovente e immutata fiducia, avevano parlato al telefono di file excel, di report, di incremento medio annuo, o scaricava due persone invece stanche, silenziose, ipnotizzate dalla propria immagine riflessa nel finestrino quasi illuminato.

Non ricordo il colore del furgone. Grigio metallizzato è il colore dei minibus aziendali. Non sono mai bianchi. Fosse stato bianco, a tre posti, sarebbe stato il furgone di un padroncino arrabbiato per l’ennesima consegna complicata dall’incongruenza della bolla di accompagnamento. Nonostante avessi la precedenza ho rallentato confidando nello Stop. Il furgone invece ha accelerato proprio in prossimità dello Stop. Ho frenato bruscamente, sono rimasto in piedi, sfiorato dal furgone e dalla Punto che seguiva. Impaurito dal mancato impatto, sono rimasto stordito per pochi secondi fino a quando i due ragazzi della Punto, fermi al centro dell’incrocio, hanno abbassato i finestrini e urlato: pezzo di merda, levati dal cazzo! I due sono ripartiti sgommando. Il motorino si è spento, l’ho riacceso velocemente e li ho inseguiti, le lucine della Punto sempre più distanti, come lumini funebri appartenuti a qualcun altro.

Per tornare a casa ho percorso lentamente vie laterali, la luce del motorino tremava per gli scossoni dell’asfalto irregolare.

Sarà stato il casco, la sciarpa, il giaccone, il parabrezza, il pantalone rannicchiato a feto, le gambe unite e i piedi paralleli, però non sentivo altro che il rumore del motorino, mi isolava da tutto il resto. Iniziavo a pensare ma subito il rumore del motorino prendeva il sopravvento. Come sarebbe stato l’impatto con il furgone? A quanti metri mi avrebbe scaraventato? Sarei morto sul colpo? Qualcuno avrebbe portato fiori il giorno dopo? A quello Stop in questi anni ci sono stati morti, ho visto fiori secchi e una sciarpa del Milan al palo del cartello stradale. La sciarpa del Milan non sembra nemmeno più una sciarpa, è come se il tubo di ferro avesse un filamento, una nervatura filamentosa di inquinamento.

Non sapevo se tornare a casa o girare, solo per sentire il rumore del motorino. Nei film dei Fratelli Dardenne, c’è spesso una scena in cui un personaggio è sul motorino nella periferia belga a volte perfino luminosa e soleggiata, per smentire il luogo comune sulla piovosità del Belgio. Il personaggio è in primo piano o di profilo, i capelli mossi nel vento rumoroso di un due tempi che lo isola dal resto del mondo e lo mette in una culla ambientale, prenatale. C’è solo la sua faccia e il rumore del motorino. Cosa combinerebbe la maggioranza dei registi italiani per risolvere una scena del genere? Violini, fisarmoniche, sintetizzatori, tutto l’armamentario che dovrebbe aumentare il loro grado di autorialità. Cosa combinerebbe Ken Loach, il regista da allegato militante? Non è già una dichiarazione esistenziale e politica la visione dei Fratelli Dardenne? Arrivato a casa, ho tolto il casco e l’ho annusato per sentire l’odore umido dell’interno, il calco dei capelli schiacciati. Mi sono seduto sul divano, il giaccone addosso e il casco in mano, grande e pallido come un teschio, quasi felice con l’egoismo dei vivi. Capita a tutti i morti, anche quelli morti stamattina per un qualsiasi motivo; diventare i morti di un’altra epoca, così lontana.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 15 dicembre 2007