Noi, condannati per danni morali a un bombarolo “idealista”

Gianfranco Bettin e Maurizio Dianese



Sono passati trentotto anni dalla strage di piazza Fontana e nessun colpevole di quell’orrendo crimine, vero cuore di tenebra della nostra recente storia, è stato individuato dalla giustizia italiana. Si sa bene, in realtà, in quale ambiente è stato concepito e realizzato l’attentato: quello dei fascisti veneti – i Tribunali hanno accertato la responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura, i quali però non possono più essere processati perché assolti in via definitiva – fiancheggiati da uomini dei cosiddetti "servizi deviati" (che in realtà deviati non erano affatto, anzi eseguivano scrupolosamente il compito) e di certi altri servizi "atlantici". Lo si sa come Pasolini diceva "Io so", ma anche per inconfutabili riscontri processuali. E tuttavia nessuno ha pagato, nessuno è stato condannato. Anzi, qualcuno sì. Qualcuno a pagare è stato condannato. Sono i familiari delle vittime – o i sopravvissuti – costituitisi parte civile e infine condannati, da uno Stato inetto e privo di ogni senso della misura, a pagare le spese processuali. A pagare, cioè, per non aver avuto giustizia.

All’elenco di chi deve pagare, adesso, stiamo per aggiungerci anche noi sottoscritti. Nel 1999 abbiamo pubblicato un volume che ricostruisce genesi e modalità dell’attentato. Il libro – La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria, uscito nell’Universale Economica Feltrinelli – si basa sulle nuove indagini che il pm milanese Guido Salvini (e altri, come Grazia Pradella, Massimo Meroni, Antonio Lombardi e Felice Casson) aveva aperto intorno alla metà degli anni Novanta a partire dalle confessioni di pentiti importanti come Martino Siciliano e Carlo Digilio. Era stato così possibile ritessere il filo di scoperte e intuizioni che, fin dai primissimi tempi, prima di finire insabbiate o deviate, erano state di magistrati come Giancarlo Stiz, Pietro Calogero, Gherardo Colombo, Emilio Alessandrini. Tra l’altro, le nuove indagini avevano condotto al rinvio al giudizio e alla condanna in primo grado del mestrino Delfo Zorzi, certamente implicato in attentati a suon di bombe oltre che in più ordinarie vicende di squadrismo e a un certo punto trasferitosi in Giappone, paese di cui nel frattempo era diventato cittadino e che da anni si ostina a negarne l’estradizione (Zorzi è tuttora latitante, per la giustizia italiana, in quanto accusato di essere implicato nella strage di Brescia del 1974). Sentendosi diffamato, Zorzi ci ha un giorno querelati, chiedendo il sequestro del nostro libro oltre che un risarcimento danni. La causa si è conclusa qualche settimana fa, in primo grado, presso il tribunale civile di Milano con una sentenza che, appunto, ci ha aggiunti all’elenco di coloro che pagheranno qualcosa per la strage del 12 dicembre 1969.

La sentenza rigetta la richiesta di sequestro del libro avanzata da Zorzi, anzi sottolinea come noi ci siamo premurati di dar conto delle versioni degli imputati, i quali, a cominciare da Zorzi, per la Corte si possono benissimo definire bombaroli e violenti e squadristi. Quindi niente sequestro e, però, condanna a togliere dal libro, in eventuali ristampe, alcune righe, che appunto ci costano un po’ di migliaia di euro per spese processuali e danni morali (causati a Zorzi). Cosa c’era scritto in quelle righe? Quello che numerosi testimoni ci hanno riferito, e che il Giudice non ha voluto ascoltare, e cioè che Zorzi aveva comportamenti brutali – tipo spegnere sigarette addosso ai propri stessi camerati quando doveva dimostrarsi padrone della situazione o tipo andare a sparare "ai cani comunisti", cioè ai cani randagi della vicina Emilia Romagna, per divertimento. Secondo la corte, queste notizie sono diffamatorie per Zorzi perché lo mettono in cattiva luce, mentre non lo è tutto il resto che abbiamo raccontato, compresa la sua appartenenza a Ordine Nuovo, il gruppo che senza ombra di dubbio è stato l’artefice primo – se non altro nel ruolo di esecutore – della stagione delle stragi in Italia. Certo – scrive il Giudice nella sua sentenza – "appare accertato che Zorzi fosse ritenuto persona decisamente tendente alla violenza, non aliena da comportamenti eversivi ed anzi disponibile a favorirli, amante delle armi e spesso attivo nel compimento di attentati e nell’uso di esplosivi." Però, ecco il punto nodale della sentenza: "i fatti addebitati a Zorzi e di cui nel volume si riferisce, nella loro gravità, comunque possono rientrare in un ambito di idealismo per quanto perverso e violento".

Avete capito bene. Dire che uno spara ai cani o fa il prepotente è diffamatorio. Raccontare del suo coinvolgimento nella trama stragista no, perché può rientrare in una scelta ideale!

Questo, anche questo, succede a trentotto anni da piazza Fontana. Ricorreremo in appello, sperando in un’altra sentenza, ma oggi siamo comunque onorati di aver subito questa condanna. Se questa è la giustizia italiana ancora nel 2007, preferiamo condividere l’ingiustizia subita dalle vittime e dai loro familiari.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 11 dicembre 2007