La parete di luce

Antonio Moresco



Il testo del mio intervento al Seminario Internazionale sul Romanzo, coordinato da Massimo Rizzante, che si è tenuto all’Università di Trento nel corso del 2007, e che uscirà in volume, assieme agli altri interventi, nel 2008.

Per parlare di queste cose devo andare a testa bassa e cercare di sbaragliare le parole. Le parole comuni, quelle che usiamo per intenderci gli uni con gli altri, sono terribili. Con parole simili riusciamo a capirci o almeno crediamo di capirci, ma solo in quanto ci allontaniamo dalla verità.
Ad esempio, per uno scrittore parlare di quelle due dimensioni polarizzate che si sono volute definire con le parole “realtà” e “finzione” è facilissimo e difficilissimo nello stesso tempo. Per uno scrittore come me in particolare, perché da quando ho cominciato a scrivere c’è in me questa indistinguibilità tra l’elemento della vita e della sua pregnanza e l’invenzione, il sogno, la proiezione, l’immaginazione, il combattimento. Sono per me aspetti talmente indistinguibili che non riuscirei neppure a percepirli e a definirli in modo separato. Per questo, per tentare almeno di avvicinarmi all’argomento che ho immaginato per questo incontro, parlerò male di ciascuno di questi due termini, che si vogliono vedere come opposti. Parlerò male della parola “realtà” e parlerò male della parola “finzione”, anche se gli uomini e tutto l’edificio della cultura si basano proprio su questa continua separazione e scissione.

E’ da quando è nato quel particolare sguardo concettuale che è stato chiamato “filosofia” che questo cerchio ha cominciato a chiudersi e a girare su se stesso: quando si è stabilito che ci sono l’essere e il non-essere, l’essere e il divenire, il principio di non contraddizione ecc… Anche lo sguardo sulla letteratura ha introiettato queste antinomie e queste astratte scissioni: realtà e finzione, forma e contenuto, natura e cultura ecc… Sono tutte modalità usate per cercare di avvicinarci alle cose, agli argomenti, per cercare di avvicinarcisi separandoli. Più vado avanti e più l’edificio della cultura mi sembra basato su questa separazione di cose e concetti che si fanno entrare in conflitto tra loro, per cui l’uno si schiera da una parte e l’altro dall’altra e su questa base e su questo giro a vuoto si costruisce l’edificio della cultura come i bambini costruiscono i loro castelli di sabbia sulla riva del mare.
Perché voglio parlare male di queste due parole? In realtà io non ho niente né contro la parola “realtà” né contro la parola “finzione”. Quello che non accetto è l’irrigidirsi di ogni cosa attorno a questi due termini elaborati attraverso la macchina del linguaggio, che va avanti proliferando, esasperando e rendendo definitive e insuperabili queste scissioni. Così, nei passaggi successivi, “realtà” è diventata addirittura “realismo”, “forma” è diventata “formalismo”, “contenuto” è diventato “contenutismo” ecc… C’è una pratica di criminalizzazione ininterrotta e questa pratica viene a coincidere con la costruzione dell’edificio della cultura.

Perché sono contro la parola “realismo”? Prima di tutto perché -come ho cominciato a pensare molti anni fa mentre ancora scrivevo Lettere a nessuno- la realtà non è affatto “realistica”. Ciò che è stato chiamato “realistico” deriva solo dall’avere selezionato alcuni elementi della realtà e solo questi, dall’averli messi insieme e dall’avere poi ritenuto di stabilire: questa e solo questa è la realtà. Il resto no. Tutto quello che sta fuori da questa piccola rete orizzontale è finzione, inganno. Invece, se la letteratura non riesce a sbaragliare sul proprio stesso corpo questa lobotomizzazione, se non riesce a compiere questo drammatico movimento all’indietro e in avanti, se non riesce a rovesciare questa mancanza di proporzionalità non solo con il mondo e la vita ma persino con le conoscenze su di essi che sono emerse nella nostra epoca, è fuori gioco, non avrà futuro.

Tutto questo ha radici lontane nelle nostre strutture mentali. Pensiamo alle prime scissioni portate in filosofia da Platone, ad esempio. Al suo atteggiamento nei confronti della poesia e dell’arte, che riteneva il regno della menzogna e della non verità, contrapposto al regno della verità della filosofia. Nella Repubblica ci sono diversi esempi tesi a dimostrare che l’arte mente, che la verità sta da un’altra parte, dalla sua parte. Due di questi esempi mi sono rimasti impressi. Platone sostiene, ad esempio, che il poeta mente perché mostra che dagli dei viene sia il bene che il male:

Non crediamo, dunque, e non consentiamo alla leggenda che Teseo, figlio di Posidone, e Piritoo figlio di Zeus osarono rapimenti tanto delittuosi, e neppure che qualche altro eroe figlio di un dio abbia potuto tentare imprese criminali ed empie come quelle che vengono a torto attribuite loro. Costringiamo invece i poeti ad ammettere che esse non sono opera loro oppure che questi non sono figli degli dei. Ma non bisogna assolutamente sostenere entrambe le affermazioni, e tentare di convincere i nostri giovani che gli dei sono responsabili del male e gli eroi niente affatto migliori degli uomini. Come infatti dicevamo prima, questi racconti non sono né rispettosi né veri, perché abbiamo già dimostrato l’impossibilità che dagli dei provenga il male.

Perché non è giusto pensare che dagli dei possa provenire anche il male? Semplice: per il principio di non contraddizione.

E’ chiaro che una persona non potrà fare o subire cose contraddittorie nel medesimo tempo e in relazione al medesimo oggetto. Perciò, se scopriremo che questo accade nel caso di tali facoltà spirituali, sapremo che esse non sono identiche ma diverse.

Secondo esempio portato da Platone per rafforzare la sua dimostrazione è che il poeta mente perché lascia intendere che non è vero che il virtuoso è sempre fortunato e lo scellerato sempre sfortunato, ma che anzi a volte avviene esattamente il contrario:

Perché forse dovremmo dire che i prosatori e i poeti parlano sul conto degli uomini in modo completamente errato, quando affermano che molte persone ingiuste sono felici e i giusti sono infelici.

Ma chi dei due, in questi casi, tra il poeta e il filosofo, ha detto una sia pur scomoda verità e chi invece l’ha negata in nome di un’astratta impalcatura concettuale? Chi l’ha espunta perché avrebbe fatto franare tutto il suo castello?
Se così stanno le cose, non è Platone ma Omero a non occultare la verità e la “realtà”, ed è lui a essere più profondo anche come pensatore. Il filosofo, separando il pensiero concettuale da tutto il resto e dal pensiero stesso e facendone un genere letterario, il genere letterario della filosofia e della verità, esibisce e impone la propria menzogna. Mentre il poeta -“diseducativo” per ogni regime sia esso politico che concettuale- non nasconde l’esistenza della contraddizione e del male nel cuore stesso della vita e della “realtà”, cosa che il possessore e il gestore della verità vorrebbe invece occultare.
E poi c’è la mossa di Aristotele che dice, in apparenza al contrario di Platone, che i poeti non sono figure negative, però nello stesso tempo costruisce attorno a loro una normativa ingabbiante. Tira dentro gli artisti ma li depotenzia all’interno di un codice prestabilito in cui devono stare, quello dell’”estetica” e delle sue presunte leggi.
Sono queste le operazioni concettuali che stanno alla base delle nostre strutture mentali e culturali. E’ su queste, è su queste divisioni di ruoli che si sono giocate molte cose, che si sono fossilizzate antinomie e ruoli all’interno di quella cosa che abbiamo chiamato “cultura”.
E invece, come la “realtà” non è “realistica”, così la “verità” non è “veritiera”. Ciò che ciascuno di noi ha fatto durante questa giornata -mentre abbiamo guidato come condottieri d’altri tempi attraverso il resto della vita e del mondo tutte le colonne e gli eserciti delle nostre molecole e delle nostre strutture genetiche disseminate e duplicate miliardi di volte nel nostro corpo- lo potremmo raccontare in mille modi diversi. Mentre ci sono figure e istituzioni agoniche specializzate che ci inducono a pensare che invece possiamo farlo in un solo e unico modo, rispetto al quale le stesse varietà non sono altro che una conferma. Io non posso accettare uno che venga a dirmi che c’è un solo modo per raccontare la realtà e tutto il resto è menzogna.

L’altra parola di cui voglio parlare male è “finzione”. Da molti anni è diventata la parola su cui sembra che la nostra epoca stia campando (o crepando). Sembra, sembrerebbe che ci sia qualcosa che è altro rispetto a quella piccola cosa che è stata definita “realtà”. Ma devo avere prima ridotto enormemente lo spettro della parola “realtà” per poter pensare che esista qualcosa che è avulso da essa. Ad esempio, usare la parola “virtuale”, sostenere che noi viviamo in un mondo sempre più virtuale (perché guardiamo la tv, navighiamo in rete, perché per accordo comune ci percepiamo in uno spazio informatico separato, in una seconda vita, addirittura…), come qualcosa che è altro, che non si capisce in che spazio galleggi, è un modo di semplificare, è una convenzione culturale che non vuole fare i conti con i cerchi infinitamente più grandi dentro i quali gli altri piccoli cerchi sono compresi. Ma poi, dove si trova tutto questo? Le onde elettromagnetiche composte di fotoni che creano la percezione o l’illusione della luce cosa sono, dove sono? In quale polpa o in quale colpa siamo immersi o ci percepiamo immersi per avere bisogno di queste costruzioni e di queste costrizioni delle nostre identità o della fuga da esse attraverso i nostri versi fonetici e culturali?
Essere e non essere, essere e divenire… Su queste scissioni sembra che si sia costruito l’intero edificio della parola, della cultura. In questi anni la scissione più in auge è quella operata in base alla categoria della virtualità. Ogni epoca e ogni forza che prende o crede di prendere il sopravvento tende a plasmare tutta la nostra percezione dell’esistente anche attraverso il linguaggio e i condizionamenti culturali e a dare di sé un’idea vincente e definitiva. Nel passato poteva essere di tipo religioso, politico, sociale o di altro genere. Adesso abbiamo soprattutto questa categoria occultante della virtualità, questa scissione per cui una persona che esce di casa, si mette le mutande, il cappello, va in tv e comincia a parlare di fronte a una telecamera (mentre la sua immagine viene riprodotta a distanza attraverso un movimento di particelle che si muovono nello spazio) diventa -non si sa perché- una cosa aliena, fagocitato da qualcosa che addirittura si mangerebbe tutto il resto. Come se la vita si potesse muovere in una sola direzione e tutto il resto non potesse che essere non vita. Ci sono state epoche, ad esempio, in letteratura, nell’Ottocento, in cui la categoria del “realismo” si mangiava tutto il resto. In questa semplificazione venivano tirati dentro anche scrittori che nulla avevano a che fare con essa. Adesso sono le categorie della “virtualità”, della “finzione”, dell’autoreferenzialità e dell’artificialità fine a se stesse a mangiarsi tutto il resto.
Qualche anno fa ho conosciuto un notevolissimo scrittore americano di nome William Vollmann, il quale sosteneva -come altri bravi scrittori americani che, per loro e nostra fortuna, sono stati i primi a sfuggire a questa semplificazione e a questa ingiunzione- che si deve scrivere solo di ciò che si conosce. Ma ci sono molti modi, per uno scrittore, di scrivere di ciò che conosce e di cui ha fatto esperienza. Faccio un esempio: è evidente che quando Jack London scriveva Il popolo degli abissi, un reportage sui miserabili dell’East End di Londra, dopo essersi aggirato in prima persona tra queste povere folle, aveva a che fare con qualcosa che conosceva e di cui aveva fatto esperienza. Ma quando, pur non essendo un lupo e non avendo conosciuto in prima persona questa esperienza, scriveva Il richiamo della foresta oppure Zanna Bianca scriveva forse qualcosa di meno vero e di cui non aveva fatto esperienza?

Ecco, adesso vorrei concentrarmi su questo esempio e svilupparlo un po’, anche a costo di staccarmi dal mio intervento al vostro seminario sul romanzo, che Walter Nardon ha pazientemente sbobinato e che mi ha mandato perché lo potessi rivedere prima della pubblicazione.
A questo punto del mio intervento mi ero soffermato, tra gli altri, su un brano tratto dal Richiamo della foresta di London. O meglio, che io credevo fosse tratto da questo libro mentre invece, andando a cercare la citazione esatta, mi sono accorto che si trova in Zanna Bianca. Il quarto capitolo di questo romanzo, intitolato La parete del mondo, comincia con queste parole:

Durante il periodo nel quale la lupa cominciò ad abbandonare la caverna per andare a caccia, il lupacchiotto aveva imparato a conoscere quella legge che gli impediva di avvicinarsi all’ingresso. Questa legge non era nitidamente e ripetutamente impressa nella sua mente solo dalle nasate e dalle zampate della madre, ma anche dall’istinto della paura che si stava sviluppando in lui.

Oltre l’imboccatura della caverna si apre infatti il mondo ignoto della foresta, con le sue incognite e i suoi tremendi pericoli. In particolare, tra il buio della caverna e il resto del mondo c’è una lama di luce, impenetrabile come una parete, che rende invisibile e opaco tutto ciò che c’è dall’altra parte:

Così, in obbedienza alla legge per cui egli si doveva sottomettere alla madre e in ossequio a quell’altra legge riconosciuta, la paura, egli si tenne lontano dall’imboccatura della tana. (…) Una volta, mentre era sveglio e giaceva così silenzioso, sentì uno strano rumore proveniente dalla parete bianca. Egli ignorava che di fuori, tremante per la propria audacia, ci fosse un volverone, il quale fiutava cautamente l’odore che gli perveniva alle narici dall’interno della caverna.

Per un po’ nella mente del cucciolo di lupo agisce l’obbedienza alla madre e la paura. Finché un giorno:

…la paura e l’obbedienza furono sopraffatte dall’impeto della vita e il lupacchiotto, strisciando, si avvicinò all’imbocco della tana.
Contrariamente alle altre pareti di cui aveva già pratica, questa, a mano a mano che egli si avvicinava, sembrava allontanarsi. Nessuna superficie dura colpì il suo tenero naso, che egli protendeva davanti a sé come a tentare la strada. La sostanza di quella parete sembrava permeabile e cedevole come la luce. E siccome aveva creduto che tutto ciò fosse una sostanza solida, egli entrò in quella che per lui era stata una parete, immergendovisi.
Era una cosa sbalorditiva. Stava strisciando attraverso una cosa solida e la luce si faceva sempre più diffusa. La paura lo spingeva a tornare indietro, ma l’impulso della vita lo spingeva in avanti. Improvvisamente egli si trovò all’imboccatura della caverna. La parete dentro alla quale egli si era immaginato di essere, ad un tratto, si ritirò davanti a lui a una distanza incommensurabile. La luce diventò acutissima ed egli ne fu quasi accecato. Nello stesso tempo egli si sentì stordito per la repentina e spaventosa estensione dello spazio. Automaticamente i suoi occhi si adattarono alla luce viva e le pupille si misero a fuoco, per dargli la possibilità di una visione esatta degli oggetti posti ora a una distanza molto maggiore di prima. La parete, nel primo istante, si era ritirata davanti a lui, ma ora egli la vedeva di nuovo, solo che era andata a finire molto più lontano da lui e anche il suo aspetto era cambiato.

Questo vale anche per la letteratura, e anche per quella cosa che è stata chiamata -con una parola insiemistica di cui si è ormai perso ogni legame con la sua stessa origine- “romanzo”. C’è una parete di luce tra noi e il mondo. Bisogna attraversare questa parete di luce. La creazione che si può esprimere, a volte, anche attraverso la letteratura e alcune delle sue opere è proprio questo attraversamento. Nella caverna di Platone l’imboccatura è dall’altra parte e chi sta dentro può vedere solo le ombre proiettate dalle fiamme contro la parete. Tanto che, una volta usciti, le ombre viste prima ci appaiono più vere delle cose che vediamo ora, e c’è bisogno dell’opera di verità del filosofo per connetterle. Nella caverna di Zanna Bianca l’imboccatura è davanti. Per il piccolo lupo non c’è “riconoscimento” e “reminiscenza” del mondo, che la sua anima avrebbe contemplato prima di unirsi al corpo. Non gli resta che gettarsi a capofitto nel muro di luce che c’è tra lui e il mondo.
Forse lo stesso London, cominciando a scrivere questo romanzo, non sapeva ancora che, in veste di lupo, si sarebbe trovato di fronte a questa parete di luce e che a quel punto avrebbe capito che solo se fosse riuscito ad attraversarla sarebbe uscito dalla caverna. Però è avvenuta questa cosa che prima non c’era ma che era già intrinseca, possibile, proporzionale, questa creazione, ma che per esistere doveva passare attraverso questa parete di luce. Descrivendo il lupo che si trova nella caverna e che vede di fronte a sé questa impenetrabile lama di luce e che l’attraversa, London ci ha detto una cosa profonda e nevralgica. Negare la possibilità di questa radicale e inaspettata esperienza significa negare la possibilità stessa di creazione e scoperta attraverso un’opera letteraria. Se quello che scrivo è solo il risultato di cose pregresse che già so e che devo e posso solo “riconoscere”, significa che non è possibile trovarsi dentro una terza cosa di cui prima che avvenisse non si poteva fare esperienza. Secondo questa logica prima c’è la realtà e poi ci sono io che la trascrivo sotto dettatura nella “finzione”. Ma dov’è allora la terza cosa? Quando può succedere che io ci finisca dentro? Può succedere esattamente in quel passaggio, nel mezzo, nell’attraversamento della parete di luce.

L’insieme delle parole scritte che è stato chiamato “letteratura” non è un unico piatto orizzonte. Questa definizione insiemistica da una parte ingloba al suo interno indistintamente tutto, dall’altra separa questa cosa indistinta da tutto il resto. Mentre l’universo delle parole scritte comprende sia I fratelli Karamazov di Dostoevskij e le poesie della Dickinson che l’ultimo thriller scemo appena uscito, che non sono la stessa cosa anche se sono entrambi un insieme di parole. Da una parte c’è rischio, creazione, invenzione, c’è la vita che si palesa inaspettata, c’è l’attraversamento della parete di luce. Dall’altra c’è la riproduzione di un codice attuata con la ripetitività, la piattezza e il cinismo di una campagna pubblicitaria.

Ma, per tornare al nostro punto di partenza, cioè alle parole “realtà” e “finzione”, l’idea, la pretesa di avere la possibilità di definire una cosa esistente come reale in una qualche forma e un’altra no (peggio ancora, una cosa “realistica” e l’altra no), dipende dall’avere una percezione minima e consolatoria non solo della nostra vita ma anche della nostra situazione cosmica e di specie. Anche in letteratura, quasi tutti ragionano come se vivessero ancora in una dimensione pre-copernicana, in una piccola terra piatta e piana al centro dell’universo, in una condizione di specie prestabilita e immutabile. All’interno di questa prospettiva ci si poteva permettere di vedere le cose su una linea retta. Invece sappiamo ormai da tempo di vivere in una situazione completamente diversa e sbalorditiva. Sappiamo di vivere all’interno di una galassia che contiene miliardi di stelle, sappiamo che ci sono miliardi di galassie oltre alla nostra. Sappiamo che la struttura della materia di cui siamo fatti è qualcosa di completamente diverso da ciò che noi percepiamo. E conosciamo anche la nostra situazione di specie su questo piccolo pianeta che abbiamo saturato in modo insostenibile con la nostra sempre più ingombrante presenza. Ogni scoperta scientifica rende sempre più microscopica, inquietante e precaria la nostra condizione. Tutti noi in questo momento siamo qui seduti in quest’aula, ma in realtà stiamo compiendo un movimento vertiginoso attraverso lo spazio. Io, che vi sto parlando, sono venuto da Milano in treno. A un certo punto del viaggio, alla stazione di Verona, ho incontrato Massimo Rizzante, la persona che mi aveva invitato a questo incontro. Abbiamo fatto un’altra parte del viaggio insieme, fino qui a Trento. Questo almeno è il viaggio che ci sembra di avere fatto. In realtà abbiamo compiuto un viaggio più sterminato, più avventuroso e più curvo, perché nello stesso momento in cui la macchinina del treno compiva il suo piccolo spostamento noi stavamo compiendo un percorso infinitamente più grande nello spazio ruotando sulla superficie del nostro pianeta attraverso i movimenti della rotazione e della rivoluzione terrestre attorno alla nostra stella. Però se io in un libro raccontassi così questo viaggio, è certo che salterebbe fuori qualcuno a dirmi che la mia descrizione non è “realistica” o che è meno “realistica” della sua, che sto solo facendo della fantascienza o cose simili.
Insomma, parlandovi della caverna di Platone e di quella di Zanna Bianca e della nostra collocazione nello spazio del mondo, vorrei che vi arrivasse che ciò che vi sto dicendo non fa parte di una battaglia difensiva di uno scrittore o di poche altre persone che apprezzano certe cose che, come dei vecchi snob, vorrebbero conservare. Ma ne va della possibilità stessa di stare in modo proporzionale dentro lo spazio e il tempo in cui bruciamo le nostre brevi vite. Se non si tiene aperta questa dimensione per la letteratura l’uomo viene impoverito in ogni sua potenzialità biologica e spirituale. Se io non sono più in grado di entrare in comunione con tutto questo, sono diventato un essere sotto tutela, una persona che non ha più forza dentro di sé. La riduzione della letteratura a cronaca, a puro ricalco e riciclo di ciò che ci viene detto essere la realtà, oppure al suo rovesciamento speculare nell’altrettanto vuota finzione, non è una cosa innocente e priva di conseguenze. Porta all’allevamento di persone addomesticate e amputate. Se non riesco a percepire questa possibilità e questo sfondamento in una dimensione più vasta che ci comprende è come se di colpo avessi perso l’intelligenza, la vista, l’udito, il tatto, l’odorato. Come se la mia possibilità di essere e di stare nel mondo venisse annientata.
Allora vorrei cercare di farvi sentire e capire che c’è una possibilità di vivere anche ciò che è stato definito stupidamente “letteratura” come qualcosa di ultimativo. Di infilare ancora una fessura in questa parete di luce e che questa fessura siamo, possiamo essere esattamente noi stessi. Una delle nostre forze più grandi è l’immensa e disperata capacità che percepiamo esistente dentro di noi nell’attività biologico-spirituale della creazione e dell’invenzione. Se non si risvegliano dentro di noi queste enormi energie dormienti non ci sarà futuro, né individuale né collettivo, che possa recare ancora la nostra impronta umana trasfigurata e impensata.
Bisogna ricominciare a vivere la letteratura e la vita nel suo aspetto drammatico e infinitamente avventuroso e rischioso. C’è un diaframma di luce che chiude come una saracinesca la nostra caverna. E noi siamo accecati e bloccati perché questa saracinesca di luce rende invisibile e opaco tutto ciò che c’è dall’altra parte, perché il velo non è il buio, è la luce. Perché la luce, illuminando il mondo che c’è dall’altra parte, in realtà lo nasconde. Costi quello che costi, noi dobbiamo attraversare questa nera parete di luce.
E, con questi ultimi vaneggiamenti, io vi ringrazio per l’attenzione e vi saluto.








pubblicato da a.moresco nella rubrica in teoria il 10 dicembre 2007