Il prato di Littell

Andrea Tarabbia



Comincio così: alcuni anni fa – non importa quanti esattamente –, durante un viaggio in Polonia ho visitato i campi di Auschwitz I e Auschwitz II – Birkenau. Non mi voglio dilungare sull’argomento. Mi basta riportare quella che ancora oggi – quando penso a me che giro per le baracche – è la sensazione principale: non appena ho varcato la soglia dell’uno come dell’altro campo sono stato investito da una sorta di straniamento, una cosa stupida che tuttavia ancora oggi non mi abbandona: Auschwitz I e II sono a colori. Le baracche sono marroni, di un marrone vecchio e sinistro, le costruzioni sono in mattoni, i pavimenti (quando ci sono) sono grigi, il cielo è azzurro; soprattutto, ad Auschwitz c’è l’erba, un’erba verde intenso che impressiona soprattutto a Birkenau, che è un’enorme pianura dove il colore dominante è appunto il verde, che fa sembrare il campo un pascolo smisurato. Vedere il prato rivestire un campo di concentramento, le margheritine ai bordi delle straducole dissestate, i trifogli ai piedi dei camini è stata un’esperienza che mi ha profondamente colpito ed emozionato, anche se non saprei dire bene perché: venivo però da anni in cui, soprattutto a scuola, i filmati sul Reich e sull’Olocausto erano in bianco e nero, che in qualche modo è una tonalità che tiene le cose lontane. Tutto quello che sapevo e avevo visto fino ad allora era in pellicola ed era antico, freddo. Ora invece scoprivo che Auschwitz – e può sembrare un paradosso – era una cosa viva, reale, immediatamente riterritorializzata sull’oggi da una scala cromatica tanto logica quanto sorprendente. Quello che è successo è successo davvero, in una scala cromatica che è la stessa del tempo in cui vivo.

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Il romanzo di Littell ha un attacco folgorante: "Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata." Un libro di quasi mille pagine con un attacco del genere non può che essere un libro presuntuoso – nel senso positivo del termine –, nel senso che si propone consapevolmente come un’opera che aspira a diventare un classico del suo tempo. È pertanto un libro che mi attrae, mi incuriosisce. So tra l’altro che Littell è di origine ebraica, e che il suo è forse il primo caso nella storia della letteratura sull’Olocausto in cui una vittima assume su di sé il punto di vista dei carnefici.
È costruito come un’interminabile suite musicale, che conferisce – almeno nominalmente – una certa leggerezza a un argomento che leggero non è: in ogni caso, i capitoli si chiamano Toccata, Allemanda I e II, Corrente, Sarabanda, Minuetto (in rondò), Aria, Giga. Sostanzialmente, la narrazione ruota attorno due assi centrali: la marcia verso Stalingrado delle truppe naziste nel ’42-’43 (Allemanda I e II), e il periodo a cavallo tra il ’44 e il ’45, che il protagonista-narratore, Maximilian Aue, trascorre fondamentalmente in Germania, girando per i campi e assistendo al tracollo del regime (Minuetto). Tutto il periodo della Guerra Mondiale viene in realtà preso in considerazione, ma in definitiva credo che gli snodi chiave dell’opera si trovino in questi due capitoli, lunghi per inciso circa trecento pagine l’uno.
Dico subito che l’ho cominciato con slancio e che nel giro di pochi giorni ho divorato le prime cinquecento/seicento pagine. È un romanzo ben scritto, ricco di documentazione, appassionante, per molti versi anche piuttosto agile e scorrevole. Non ho incontrato nessun intoppo, nessuna caduta di stile, nessun appiglio possibile per essere critico nei suoi confronti: mi sono addirittura entusiasmato per un personaggio minore, il linguista Voss, sottotenente della Wehrmacht, studioso di lingue caucasiche e amico di Max, la cui lezione sul Caucaso-Montagna delle lingue, sulla suddivisione dei popoli di quelle terre ("Un popolo equivale a una lingua più un territorio", come diceva Stalin) prende in tutto una cinquantina di pagine e vale i migliori saggi di linguistica antropologica che mi sia mai capitato di incontrare (p. 204 e sgg.). Le benevole scorre come una cronaca: lo spazio riservato da Littell ai pensieri e alle considerazioni di Aue è minimo, e spesso relegato alle discussioni con Voss stesso, con l’amico Thomas, con il dottor Hohenegg, oppure alla vivissima attività onirica – spesso legata a momenti di delirio febbrile – del protagonista, che cade più volte malato in risposta alle insopportabili atrocità cui è costretto ad assistere (all’inizio di Sarabanda, Aue sostiene addirittura di sentirsi "completamente staccato dal proprio corpo", di percepire se stesso come "sparpagliato dappertutto": bella risposta alla monolitica concezione del corpo ariano!). Ma, dicevo, per quanto possano essere frequenti questi momenti, e per quanto, conoscendo Aue, si possano trarre conclusioni sui suoi pensieri a prescindere dalle parti introspettive del romanzo, Le benevole vuole essere fondamentalmente una cronaca, la più neutra e oggettiva possibile. Il tono è quasi sempre netto, neutro, gli aggettivi sono misurati anche quando in scena ci sono le esecuzioni, le stragi, le morti orrende negli ospedali.

Poi mi sono bloccato, il ritmo di lettura è rallentato a dismisura. È successo più o meno in corrispondenza dell’attacco del Minuetto, la seconda grande sezione del libro. Per alcuni giorni mi sono chiesto il motivo di questo improvviso disamoramento, e all’oggi posso solo avanzare delle ipotesi. Le benevole, di per sé, mantiene una costanza e un’unità di tono da scuola di scrittura: lo stile rimane quello, l’intensità narrativa non scade, le vicende sono la naturale prosecuzione delle precedenti, che tanto mi avevano coinvolto. La storia continua a dipanarsi secondo la stessa logica: mentre la guerra prosegue, per casi a volte fortuiti a volte no, Aue fa carriera all’interno delle SS, conosce Eichmann, Himmler e altri grandi capi, lavora, si ammala, scopa, viaggia, scrive. Ogni avanzamento di grado del nostro corrisponde più o meno a una nuova fase del conflitto e a una serie di luoghi-chiave (l’Ucraina, Stalingrado e il Caucaso, la Francia di Vichy, Berlino, la Polonia, l’Ungheria) visitati dal protagonista. Agli avanzamenti di carriera nelle SS – che è l’ossatura del romanzo –, Littell allaccia alcune storie personali legate al protagonista: la storia della sua famiglia, il rapporto incestuoso con la sorella, l’omosessualità (Aue è omosessuale per scelta: non può volere altra donna che non sia la sorella), alcune amicizie, il misterioso omicidio della madre e del patrigno, avvenuto proprio mentre Aue, dopo sette anni di lontananza, è andato a trovarli nella loro residenza di Antibes. La materia è ricca, stimolante, eterocellulare. Che cosa mi succede, allora? Perché all’improvviso Le benevole non mi "prende" più?
Credo che, alla lunga, la scelta cronachistica di Littell sia una sorta di anestetico. Le benevole rimane un affresco grandioso, ma in qualche modo prevedibile: scopro infatti, leggendo, di essere di gran lunga più interessato a capire chi sono – ad esempio – i gemelli che la madre ospitava nella casa di Antibes, piuttosto che a seguire gli sviluppi dell’inchiesta sulle razioni ai detenuti dei campi. In definitiva, forse un po’ semplificando, il sottotesto filosofico del romanzo non è più ampio di quello della Banalità del male, di cui per certi versi Le benevole è il controcanto narrativo. Quello che Le benevole realmente aggiunge (e crea di interessante) è tutto ciò che in qualche modo sta al di fuori della cronaca, cioè al di là di quella che come ho detto mi sembra la missione che Littell si è dato. Tentare di narrare la Storia dall’interno (e riuscirci) è un’impresa titanica, eppure alla lunga per quanto mi riguarda poco appassionante: tutto sommato come sono andate le cose lo sanno tutti; quando ciò che è storia e non Storia piano piano affiora, il libro diventa romanzescamente più pertinente, più vivo e pulsante; solo che è relegato alla periferia della narrazione, non ne costituisce il nerbo, l’impulso narrativo e si perde in un mare di informazioni, dati, date, avvenimenti che – come spesso lo stesso Littell afferma – sono rinvenibili in altre pubblicazioni. Qual è allora il "di più", mi chiedo, che mi dà questo libro? Le sue parti, per così dire, personali, autoriali, che però non sono e non saranno mai l’ossatura della narrazione.

Le benevole è un romanzo d’eccellenza, anzi, è il romanzo d’eccellenza; come tale è freddo, calcolato, rigidamente inserito in una griglia antropologico-linguistico-filosofica precisa e ingabbiante: anche quando Aue si lascia andare a considerazioni libere, egli non riesce a farlo senza incapsularsi in una diatriba filosofica vecchia e "altrui": ne è un esempio il pur bel discorso sul significato di bene e male, a partire da pagina 570, dove si tirano in ballo Kant, la Bibbia, Hobbes. Il "tragico" di Littell, di cui si è tanto parlato, è un tragico anestetizzato dalla forma e dalla preparazione: è metaletterario, ragionato, costruito. È in definitiva un non-tragico, proprio in quanto meditazione sul tragico. Il vero tragico nel romanzo è nelle sue parti private, ma è bloccato dalla volontà dell’autore di essere cronista della Storia da un punto di vista spiazzante e altro rispetto al consueto.

Il calcolo che soggiace alla costruzione de Le benevole, mi tiene parzialmente lontano, distante dalla materia bruciante di cui tratta. Il prato di Littell, per tornare al mio discorso iniziale, è per me ancora in bianco e nero, perché il sovraccarico di intellettualismo che permea la narrazione non mi permette di vivere la lettura in modo radicale. Benché sia un libro che tutto sommato consiglierei (contiene, come ho detto, molte pagine importanti), mi sento di avvisare il lettore: se l’intento di Littell era quello di scrivere l’opera definitiva sul nazismo, egli ci è pienamente riuscito dal punto di vista libresco; per il punto di vista umano e letterario, tornerò ancora a Primo Levi.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica libri il 9 dicembre 2007