When the fat lady sings

Teo Lorini



C’è un adagio americano che mi ha sempre fatto sorridere e che, come spesso accade, dice molto della cultura che lo ha prodotto. In USA si dice infatti che l’opera lirica finisce solo "quando canta la cicciona". Mi è tornato in mente, chissà perché, leggendo la notizia dell’ennesima censura a Daniele Luttazzi.
Evitato come la peste dal duopolio Rai-Mediaset dai tempi dell’arcinoto Diktat di Sofia, il comico romagnolo aveva ottenuto quest’estate un programma su La7. Gli spot pubblicitari per Decameron assicuravano totale indipendenza dell’autore e nessuna censura su toni e contenuti: il comunicato con cui La7 sospende la messa in onda del programma è un coacervo di contorsioni retoriche e contraddizioni. Vi si dice fra l’altro che a Luttazzi veniva sì garantita la totale libertà creativa, ma a patto che di tale libertà si facesse "un uso responsabile". Che è come dire: eccoti lo stereo, usalo come ti pare solo non toccare la manopola del volume e non ascoltare jazz.

A parte queste considerazioni, su cui si tornerà, Decameron -come prometteva- ha davvero spaziato con impertinenza sui temi politicamente scorretti del sesso, della religione, della morte. Coerente con la sua comicità, vicina al modello degli irriverenti show notturni americani (David Letterman, Jay Leno: iniziano tutti con la lettera "L"), Luttazzi non ha risparmiato frecciate al vetriolo e linguaggio crudo. A far chiudere il programma è, almeno ufficialmente, una battuta su Giuliano Ferrara, peraltro fra le meno infuocate dell’ultima puntata. Partendo dall’ennesima smentita-farsa di Berlusconi ("In Iraq io non volevo nemmeno andare" pare abbia detto l’ex leader della minoranza) Luttazzi ha immaginato una sorta di contrappasso dantesco in cui il direttore del Foglio (editore: Veronica Lario in Berlusconi) era costretto a subire coprofagia e torture assortite dal suo datore di lavoro (meglio, dall’illustre marito del suo indipendentissimo datore di lavoro) e da sodali di quest’ultimo: Previti, Dell’Utri e, per finire in bellezza, l’on. Daniela Santanché (quella, per capirci, che risponde con il dito medio agli studenti che manifestano).
Cattivo gusto? Può darsi, anche se rileggere qualche pagina di Plauto, Aristofane o Dante non farebbe male a chi si indigna per la volgarità di Luttazzi.
Paradosso? Senz’altro, ma questa evidentemente è una categoria riservata ormai solo a chi appartiene a una specie protetta, a una casta che si autotutela. E infatti nessuna censura per i parlamentari che mostrano il dito medio o gridano "islamici (albanesi/rom/ecc.) di merda" o ancora dichiarano di volersi "pulire il culo con la bandiera italiana". La lista potrebbe continuare ma bastano questi esempi per evidenziare come le "provocazioni" esistano solo per chi se le può permettere. E i comici non possono. I comici devono farne un "uso responsabile" e soprattutto cauto. Perché in TV, semplicemente, certe cose non si possono dire.
Per "buongusto", sostengono molti, dimenticandosi dei reality-show in cui si bestemmia eppure non vengono sospesi.
Per rispetto, invocano altri, dell’imparzialità e della correttezza informativa. La stessa dei tg che censurano le notizie sgradite ai governi, o dei talk show "cuciti su misura", come insegna Bruno Vespa.
No.
È innegabile che le cose scomode si possono dire -e infatti si dicono- nei libri o sui giornali, ma non in TV, neppure dopo le 23, nemmeno in un programma comico la cui audience è, in gran parte, la stessa che legge i suddetti giornali e libri.
Perché è dalla televisione che il consenso si orienta, è in quello schermo che le cose diventano vere per la maggioranza delle persone. E finché il partito che raccoglie più voti in Italia è la creatura di un tycoon televisivo le cose non sono destinate a cambiare.

O forse l’epurazione di Luttazzi è davvero da attribuire all’ira del permaloso Ferrara?
Se così fosse, questo metterebbe una seria ipoteca tanto sulla presunta indipendenza di La7, quanto su una dote celebratissima del direttore del Foglio, quella "intelligenza" che gli viene attribuita a priori da destra e da sinistra ma che non dà in questa circostanza gran prova di sé. Forse critiche e lazzi possono anche essere messi in preventivo, considerato che dal 2003 il giornale di Ferrara è diventato la clava di un americanismo, meglio: di un bushismo, senza se e senza ma, propagandando e sostenendo a ogni occasione la guerra in Iraq, pretestuosamente infilata persino nei trafiletti e nelle recensioni cinematografiche. Anche oggi, quando anche in USA la maggioranza dei cittadini condanna questa guerra come inutile, fasulla, sbagliata, quando le morti di civili iracheni si contano in decine di migliaia (per non parlare delle perdite, luttuose e del tutto inutili, di italiani), non cessa la campagna pro-guerra del Foglio e dei suoi giornalisti. Tutti, evidentemente, sensibili all’intelligenza del direttore (o, forse, alla sua permalosità).

Per Decameron dunque qualche fat lady ha cantato la fine. Chi e dove sia importa meno dell’ennesima riprova che in Italia la questione della censura, delle censure è in grave ritardo rispetto agli altri Paesi occidentali: proprio mentre qui una battuta volgare comporta la chiusura di uno show notturno, il prudente "Times" ospita un editoriale che sostiene il diritto di pronunciare affermazioni offensive come uno dei capisaldi della democrazia. È un dato che dovrebbe suscitare riflessioni interessanti, proprio come lo è la gestione italiana del principale mezzo di comunicazione di massa. Nel nostro Paese essa pare molto più problematica e spinosa che nelle altre nazioni democratiche e l’Italia è l’unica di tali nazioni ad avere in politica il proprietario di metà della televisione.
Guarda caso.








pubblicato da t.lorini nella rubrica democrazia il 8 dicembre 2007