Il topo sognatore e altri animali

Franco Arminio



Sono un ragno, mi chiamo Domenico. Vivo dentro una damigiana in una vecchia casa abbandonata. Vicino alla damigiana c’è un materasso tutto pieno di muffa e poi una sedia rotta. Io sono un ragno disoccupato. Faccio ogni giorno la mia tela, ma mosche non se ne vedono. Sono molto dimagrito, sembro un filo della mia tela.

Sono un topo, mi chiamo Filippo. Vivo nella casa di uno scapolo. Lui si chiama Alberto. Ha una cinquantina d’anni, ma sembra più vecchio. Da poco gli è morta la madre, dunque vive da solo. Non lo sa che con lui ci sono pure io e gli faccio compagnia. In realtà non mi faccio mai vedere, l’ho sentito più volte dire che lui ha paura dei topi. In verità Alberto ha paura di tutto. La sera resta per un sacco di tempo a tavola, mangia noccioline e ogni tanto si fa un bicchiere di vino. Io sto al posto mio, faccio quello che lui non sa più fare, faccio tanti sogni, sono un topo sognatore.

Io ero un porco, allora tutti dicevano che ero un porco, la parola maiale non la conosceva nessuno. Vivevo davanti alla prima casa del paese, la casa di Tommaso. Nel paese eravamo più di mille, uno davanti a ogni casa. Molti stavano nei vicoli, all’ombra. Io ero fortunato, stavo davanti a una casa nuova. Tommaso aveva fatto i soldi in Svizzera e si era fatta una casa tutta moderna. Di vecchio c’ero solo io, il porco. Tommaso non mi teneva per farmi la festa, per mangiare come facevano tutti. Insomma, sono morto di vecchiaia.

Un cane zoppo e con un occhio malato non interessa a nessuno in questi paesi di adesso pieni di macchine e di case vuote. Una notte ci hanno avvelenato, eravamo una trentina. Dicevano che eravamo pericolosi, non lo so se era vero, io ero un cane stanco e sfiduciato e non avevo la forza né di mordere né di abbaiare. Giravo quando avevo fame e se trovavo qualcosa da mangiare poi me ne stavo sotto una panchina. Ascoltavo le chiacchiere dei vecchi. Mi alzavo solo quando mi tornava la fame.

C’è stato un tempo in questi paesi dove i bambini giocavano a prendere i passeri nella tagliola. Succedeva d’inverno quando veniva la neve. C’era un ragazzo che si chiamava Antonio. Lui passava giorni interi a prendere i passeri nella tagliola. In fondo gli bastava una briciola di pane. A me non è successo di finire nella tagliola. Ero un passero strano, non mi piaceva il pane.

Sono la formica Fabrizia. Oggi non sono uscita, fatti miei. E poi certe volte una si scoccia di mettersi in fila per un insetto morto, per un chicco di grano.

Sono una farfalla e oggi è il sedici di giugno. Sono dentro una chiesa, su un fiore cresciuto dove c’era l’altare. Noi farfalle stiamo benissimo nei paesi abbandonati. In genere stiamo benissimo dove non c’è niente da fare.

Io sono un calabrone. Vorrei dire a Marcello, il bambino che mangiava il gelato davanti a casa sua, vorrei dirgli che non c’ero, ero solo una sua impressione. Quel rumore che sentiva non ero io, era una sega che tagliava la legna in un’altra strada. Io non so chi ha messo in testa ai bambini che noi calabroni siamo pericolosi. Che ce ne importa a noi di un bambino che mangia un gelato?

I bambini quando non c’erano tanti giocattoli giocavano con gli animali. Una volta venivano al nostro stagno e ci catturavano. Poi mettevano la benzina addosso e ci bruciavano. Avevano scoperto che in questo modo diventavamo come di gomma: ci buttavano a terra e noi facevamo dei grandi rimbalzi. Pure a me è successo di diventare un giocattolo, solo che io ero una rana pigra, rimbalzavo meno delle altre. Sono finita presto nel secchio della spazzatura.

Io ero una volpe. Sono morta due anni fa quando c’è stata la grande nevicata. Non avevo mai visto tanta neve. Nevicava, nevicava sempre, e dopo qualche giorno non si trovava più niente da mangiare. Nessuno ha pensato a noi. Pensavano solo a buttare il sale per viaggiare con le macchine.

Mi chiamo Califfa, sono l’ultima gallina del paese. Se ancora si trova qualche uovo fresco è merito mio. Mi dispiace un sacco che sto sempre chiusa nell’orto, non posso uscire in mezzo alla strada, perché dicono che le galline sporcano e quindi fanno la multa ai proprietari. Scriverò una lettera al sindaco, voglio dire che il paese deve tornare a riempirsi di muli, di maiali e di galline.

Io sono il verme della ciliegia. Pure quest’anno sono rimasto sull’albero, nessuno ha raccolto la mia ciliegia. Non vi pare strana la vita di un verme dentro una ciliegia che nessuno ha raccolto?

Sono una vacca di stalla. Niente transumanza. Sempre dentro, la stalla è il nostro ufficio. Io sono depressa, vorrei uscire come le vacche podoliche, quelle che stanno sempre in cammino. Invece sto qui, per farmi fare il latte mi danno le medicine.

Sono il canarino di un vedovo. È qui in casa, morto da tre giorni e nessuno se n’è accorto. Io non un cane e non posso abbaiare. Intanto ora la mia gabbia è sporca, non ho chi mi cambia l’acqua, chi mi mette la foglia d’insalata e l’osso di seppia per pulirmi il muso. Io canto e saltello, come sempre, altro non so fare.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 11 ottobre 2013