Una poesia per l’anno 388

Sergio Baratto



388 d.C.

I catecumeni di Ambrogio
bruciano i templi la vecchia fede
muore il vecchio mondo
è infranto Dal selciato la testa
mozzata di Apollo Musagete
scruta i calzari dei penitenti
con occhi di vetro – che un tempo
ha raccolto con mani grandi
generazioni di voglie e dolori

Viene l’era dell’arte castigata

Senza storia il conflitto l’esito
scontato Svaniscono i mazdeisti
le croci puntellano il cielo il cielo
non crolla più sulla Gallia Comata

Se vedi una striscia di fumo
all’orizzonte verso Kallinikon
sappi che è il tempio giudeo
e che arde a meraviglia

Proclamo quod ego synagogam incenderim
certe quod ego illis mandaverim
ne esset locus in quo Christus negaretur
[*]

[*] “Io dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga, sì, sono stato io ha dare loro mandato, affinché non ci sia più alcun luogo in cui Cristo venga negato”. Ambrogio, Epistola LX all’imperatore Teodosio.
Nel 388 d.C., otto anni dopo che l’imperatore Teodosio aveva proclamato il cristianesimo religione di Stato, nella città siriana di Kallinikon (Callinicum) un gruppo di fanatici cristiani capeggiati dal vescovo locale diede fuoco alla sinagoga. Le autorità romane condannarono l’atto e addebitarono al vescovo e ai suoi seguaci le spese per la ricostruzione del tempio distrutto. I cristiani protestarono, ma l’imperatore in persona confermò il provvedimento.
A quel punto Ambrogio (il futuro Sant’Ambrogio della tradizione cattolica), l’influente vescovo di Milano, scrisse una durissima epistola a Teodosio per indurlo a cancellare l’obbligo di ricostruzione della sinagoga a carico della Chiesa.
Nella lettera, Ambrogio si assunse come si è visto la responsabilità morale dell’incendio e pose all’imperatore una domanda retorica: «Quid igitur est amplius? Disciplinae species, an causa religionis?». Cos’è più importante? Il concetto di ordine pubblico o l’interesse della religione?








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 7 dicembre 2011