Tra gli uccelli invisibili delle pampas

Mauro Pianesi



Nel sottoscala ristagna la nebbia. Quaggiù c’è quasi sempre, dal giorno di San Francesco almeno fino a Pasqua. Il nonno di Alba Chiara abita in pianura in una periferia di pozzanghere, carcasse arrugginite d’auto, capannoni prefabbricati. Qua e là qualche palazzina come questa, alta al massimo tre piani, con le terrazze balaustrate di vetro verde molato.
Chi entra dal portone di vetro si trascina dietro una piccola nuvola lanosa, che poi, non sapendo salire le scale, corre a rintanarsi assieme alle altre nel silenzio del sottoscala, dove sta appoggiata la bici del nonno, che non ha mai voluto imparare a guidare la macchina.
Alba Chiara ha tredici anni e lo stesso nome di una vecchia canzone di Vasco Rossi che piaceva tanto ai suoi quando facevano il liceo. È scivolata via di casa richiudendo piano il portone per non farsi sentire ed è scesa quaggiù.
Di sopra dopo la magnata dormiranno tutti o forse no: spesso, le domeniche pomeriggio, i suoi vanno a riposare sul lettino di quando papà era ragazzo; in due, devono tenersi abbracciati per non cadere per terra. Si coprono tutti con la coperta. Si baciano. Scopano, ne è quasi sicura, o, come direbbero le sue amiche, fanno sesso. Il solo pensiero che i suoi siano capaci di tanto la fa vomitare, un po’ come a sua madre la storia dello scarafaggio del nonno. È un punto, questo, su cui Chiara vorrebbe poterla pensare così: che scopavano in passato, quando ascoltavano Vasco, o quando è nata lei, ma che adesso non ci pensano più davvero con intenzione e comunque non è una cosa così importante per loro.
Nel sottoscala c’è ancora puzza di pollaio. Quella porticina là in fondo conduce ai garage e il nonno, una volta, lì al buio, teneva qualche gallina e un accampamento di scarafaggi di complemento. Così gli altri condomini cominciarono a mugugnare, poi alzarono la voce, infine gli scrissero una lettera piena di errori (a lui, che era stato maestro elementare) e la infilarono nella sua cassetta: “P.I. Pubblico Insegnante Mantovani Ettore”.
Il giorno dopo, alle cinque di mattina, il nonno scese giù in garage e scannò le bestie a una a una. Poi le ficcò dentro a un sacco di plastica nera e buttò tutto quanto nel cassone della spazzatura. Non prima, però, che il puzzo dolciastro dei polli morti si propagasse per le scale della palazzina, fino alle narici dell’ultimo piano.
Rimasto isolato, uno scarafaggio piccolo, forse il più giovane, correva terrorizzato avanti e indietro per il pianerottolo del sottoscala. Il nonno lo schiacciò, lo infilò dentro a una busta da lettere che poi fece scivolare nella cassetta del capo condomino. (Questa storia l’ha raccontata tante volte, ma alla mamma di Alba Chiara fa sempre rivoltare lo stomaco ogni volta)
Da allora lui e i vicini non si parlano più, buongiorno, se va bene. Il nonno non va più nemmeno sulla bici taciturna che la ragazzina adesso accarezza con un dito, lasciando una striscia più scura sulla polvere del sellino della canna, del manubrio da passeggio.
Alba Chiara pigia l’apriporta ed esce fuori all’aperto. Incrocia le braccia e si stringe nel cappottino, dal cui spacco posteriore esce quasi per intero il sedere. Cammina svelta, senza una destinazione particolare. Le trecce, come due belle antennine, le rimbalzano sulle spalle.
“Una domenica pomeriggio in famiglia” pensa respirando l’aria fredda “è una specie di training per aspiranti suicidi” (A volte le vengono così, certe frasi da grande, che si bacerebbe da sola!). C’è un momento preciso, a fine pranzo, caffè grappa sigarette, come una X invisibile disegnata nell’aria in cui i corpi dei suoi e del nonno si smaterializzano tutti assieme sotto al lampadario della cucina.
Resti sola. Ti guardi intorno. Un po’ di cicche schiacciate sulle coste della lattuga, qualche briciola (poche, la domenica si mangia meno pane ché c’è tanta di quella roba), baffi di cioccolata sul bordo d’un piatto. Alba Chiara fa risuonare dentro di sé tutti i discorsi, i soliti, del pranzo. Migliaia di parole lasciate in pigra sospensione atmosferica, tra il soffitto e la tavola apparecchiata, a morire di freddo.
La solita tirata della mamma sulle sue colleghe, Ma che porca questa Ma che porca è quest’altra non ha fatto che dire, finché non ha incrociato lo sguardo spazientito del nonno e allora, Oh… e se riprendessimo a fare il presepio come quando Chiara era piccola (e si azzuffava con i maschietti della materna, prima, delle elementari poi, perché le dicevano cicciona). Quel bel presepio di tua madre (dice a papà) coi pupazzi di gesso, le case di sughero e cartone, e perfino il mulino col motore! A questo punto, come da copione, il nonno si è alzato da tavola con aria rassegnata per andare in salotto a prendere le paste. Mamma ha approfittato per ricominciare a dir male, stavolta delle figlie (così giovani così chiacchierate) delle sue colleghe e poi dei vicini di casa di tuo padre e dei ladri e degli zingari e…
Gli zingari sono cattivi. Escono dalle roulotte e strillano ai figli che stanno a giocare nel nulla, laggiù, così lontani dalle loro mamme, e bisogna proprio avere occhi da gatta per distinguerli in quelle pampas periferiche di sterpi e bidoni. Che cosa urlano, poi?
I bambini non se ne curano, continuano a muoversi avventurosi per il niente, a mani vuote. Il più piccolo strappa da un cespuglio una bava di nebbia e se l’attorciglia intorno al collo, come una sciarpa scintillante. I suoi compagni ridono, ammaliati, sembra lo strascico da sposa d’una piccola principessa.
Alba Chiara ha preso la direzione opposta al lungo viale di platani che porta in paese. Qui la via del nonno si trasforma dapprima in sentiero, poi in alti cumuli di terra da riporto da aggirare con pazienza, fino a scoprire una ruspa paralizzata con la benna a mezz’aria, grovigli di fil di ferro arrugginito (forse trappole per volpi, fantastica lei). Ogni volta che passa per qua le viene in mente di quando, da piccola, sognava di raggiungere il tramonto, cantando a squarciagola la sigla di Taz-mania, ai tempi il suo cartone preferito. Avrebbe superato le colline una dopo l’altra, come tanti siparietti colorati di cartapesta. Sarebbe arrivata in posti favolosi, dove il sole apre giornate radiose a popoli gentili e ospitali. Quei posti comunque, ne è arcisicura, esistono ancora.
La nebbia, aggrappatasi verso mezzogiorno ai tetti delle case, adesso sta lentamente lasciando la presa: tra poco sarà buio. Di tanto in tanto si sente qualche colpo di fucile lontano. …E nelle mutandì-ne le belle signorì-ne si fanno corteggià-re dopo fanno le bambì-ne… Chiara va matta per Cesare Cremonini: Vasco invece non lo sopporta.
Incontra ancora colline di pietre (tane di dinosauri?), recinzioni sgangherate sommerse da un’erba improvvisamente alta sul ciglio di un fosso, un divieto di caccia sforacchiato dai bracconieri e poi nulla più. Pianura a non finire. Il monotono cinguettio di qualche uccello invisibile tra lunghe pause di silenzio. Sono le pampas del nonno, queste.
Lui, in verità, in Argentina non c’è stato, però sa un sacco di cose perché faceva il maestro e conosce la storia. Quando il telegiornale parla di politica, parla del governo, il nome di quel Peròn, che faceva il presidente laggiù, il nonno lo tira fuori sempre. Peròn, Peròn…, come una canzonetta, e scuote la testa, e fa schioccare la lingua contro i denti. Papà e mamma, quand’è così, alzano gli occhi al cielo, e appena possono provano a cambiare discorso o canale. Nonno – Peròn – Argentina: per lei sono collegamenti ineccepibili.
In queste vecchie pampas non la portavano mai, quand’era piccola, perché le battono gli zingari e i vagabondi. Gli zingari, in città, ti si attaccano alle costole e non te li scolli più. Ti ipnotizzano col loro piagnucolume, quel moccio filante di parole mezzo slave mezzo napoletane, sempre quelle. Allungano le loro mani sporche per chiederti la carità e rimangono lì ad aspettare, con l’aria scocciata. Sono uguà-li!! Gli uomini e le dònne sono uguà-li!! Sono uguà-li!! Gli uomini e le do…

Occhi Neri, attorno alla vita, porta un cavo d’antenna tranciato: l’anima di rame gli butta, sfilacciata, tra le gambe. Occhi Neri è un ragazzetto riccio, buccia d’oliva, con radi peli da topo sotto al naso. Porta un golfino nero stretto in vita, pieno di buchi e di maglie tirate, e una gonna sbiadita di cenci lunga fino ai piedi. Sembra un dio bambino dell’antichità piovuto giù dal cielo. Il signore dei pomeriggi spelacchiati.
Coi pugni piantati sui fianchi, sporge in avanti le spalle e se ne sta così, a una decina di metri da lei, al centro della pianura. Non s’avvicina, ma nemmeno s’allontana. Automobiline sfocate scivolano su un rigo di superstrada, in fondo, dietro a un presepio zingaro di roulotte e panni stesi.
A giudicare dalle zampate che le sferra, Occhi Neri deve avere un conto in sospeso con una latta scrostata che sbuca dal terreno. Calcio e stop, calcio e stop. Ma non può essere un gioco, quello: piuttosto un pestaggio. Come fossero in quattro. Calcio e stop. Ogni tanto inciampa nella gonna. Finché non riesce a sradicare del tutto la sua vittima, aprendo nel terreno umido una ferita profonda, verminosa. La lancia per aria e, con un’ultima pedata al volo, la spedisce lontano.
Silenzio.
Una figurina gira in fretta intorno al campo nomade in fondo e sparisce tra le roulotte, forse con un secchio in mano, o una mola da arrotino, oppure una zampogna a tracolla, chissà. Tra un po’ è Natale. Magari anche quel fuoco nella bruma altro non è che il filamento rossiccio d’una lampadina da grande magazzino, reparto decori natalizi, che balugina tra il muschio secco e la ghiaia di polistirolo.
Occhi Neri adesso fischietta gradasso, passeggia avanti e indietro. Ma è sempre un ragazzino vestito da femmina, pensa Alba Chiara. Le viene da ridere, però poi si trattiene, perché le fa anche un po’ paura. E se ne venissero altri? Se quello, adesso, chiama i suoi compari?
Non s’avvicina, ma nemmeno s’allontana. Zozzo. Voi zingari non vi lavate mai. Dopo che avete fatto la cacca come fate? La nebbia è scesa ancora e adesso si attorciglia alle loro caviglie.
“Che sei venuta a fare, signurina…”
Dal nonno. Mio nonno abita qui vicino.
Un’altra figurina s’affaccia dal presepio, si ferma, guarda dalla loro parte. Se ne va via lenta, continuando a guardare.
“Guardi la kampina, l’accampamento? E tu ci sei mai stata nella kampina degli zingari?”
Occhi Neri si avvicina di due tre passi, tendendole la piccola mano sporca. Quanto ci metteranno gli altri ad arrivare?
“Vieni con me, signurina, vieni con me…” Il suo piagnucolume s’infittisce. “Ti faccio vedere la kampina. Eh, quando lo dici a tue amiche! Dammi la mano… bella… dammi la mano…”
Alba Chiara fa no con la testa. Silenzio. Un trillo metallico, isolato, d’uccello. Alba Chiara ha il sedere gelato. Il freddo non odora, goccia dal naso. Il riverbero dei lampioni lontani è come una gelatina colorata su questo spicchio di pampa.
Con tutt’e due le mani, lui si tira su la gonna sbuffo dopo sbuffo, come una rammendatrice. Dalle polacchine sformate senza lacci risale le gambe nude nodose fino a quel piselletto senza peli, non ha mutande, in super erezione. Lo agguanta, lo storce a sinistra, a destra, come per sradicarlo, per tenerlo a bada, ma è duro, può renderlo ancora più duro, prova, lo tempra, a intermittenza, è duro, lui lo tempra, che diavolo ci si fa quando diventa così duro? Poi inarca la schiena all’indietro, sdraiandosi, quasi, sulla coltre di nebbia che nasconde l’erba. Tocca terra con le palme arrovesciate, ha fatto il ponte, lo fa sempre alla kampina, cogli occhi bianchi senza più pupille, col piselletto che svetta dalla pancia sempre duro e ingombrante e ignaro di se stesso.
Il primo sasso, troppo pesante, rimbalza sull’erba con un tonfo. Il secondo lo colpisce a una gamba. Il terzo riesce a schivarlo. E il quarto. E il quinto. Accovacciata sullo spelacchiume della pampa, Alba Chiara è una macchina da guerra. Urla, impreca, rotea le braccia come catapulte. È talmente presa a cercare munizioni e fiondarle subito in aria, da non accorgersi che il ragazzetto riccio, saltellando su un piede solo, s’è già messo fuori tiro.
Gli uccelli invisibili non cantano più. Occhi Neri la fissa, i pugni sui fianchi. La odia.
Lei singhiozza, con la testa abbandonata fra le gambe, una treccia che le spenzola dalla spalla. Si tocca piano la bocca con la mano sporca di terra.
Il ragazzino piange senza versare una lacrima. Deglutisce. Arriccia le labbra. La segna a dito urlandole qualcosa di lungo e incomprensibile. “Troia!” riesce a capirlo. La voce gli si increspa due, tre volte. Riprende fiato e ricomincia. “Troia!… Troia!…”
Poi si allontana zoppicando e zoppica e singhiozza svelto, il cavo d’antenna penzoloni, verso il suo presepio, ormai inghiottito dalla nebbia.

Mauro Pianesi vive e lavora a Perugia. Questo racconto è tratto dalla raccolta L’anno lunare, Eumeswil edizioni, Broni (Pv), 2006.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 3 dicembre 2007