Adesso

Franco Arminio



Adesso non trovo grande compagnia nella lettura e neppure negli umani (agli animali davo retta da bambino, adesso ho ripreso a guardarli con attenzione, ma non posso dire che mi prendano e mi scollino dalla melma dei miei umori).

Adesso sono le cinque del mattino, è stata una notte dal sonno superficiale, bucata da sogni cattivi. È chiaro che il sonno dipende da come abbiamo attraversato il giorno.

Adesso sto qui davanti al computer, aspetto la luce scrivendo. Ieri sera ho sentito nella casa che il buio qui si è fatto cattivo, nella mia casa illuminata e col televisore acceso ho sentito il buio che sta in tutte le case chiuse di questo paese, case piene di ragnatele e di damigiane sfondate, con la carta da parati che si è scollata, con una bottiglia piena di polvere sulla forcella, ho sentito che non c’è riparo da nessuna parte, che nessuna vita può difendersi da niente, siamo esposti, irrimediabilmente esposti a tutto, tranne che alla gioia, questo sento adesso stando qui, non so se è una situazione che riguarda tutti i luoghi o solo i paesi, non so se riguarda solo il mio paese o solo il mio corpo in questo paese. Ieri mattina all’edicola c’era un barista in pensione che aveva attaccato il suo disco sulle cose che non vanno, qui tutti parlano delle cose che non vanno, siamo tutti dei recriminatori, io mi illudo di essere un recriminatore poetico, ma non cambia niente. Ogni tanto ricevo qualche complimento, sempre uno alla volta, perfino qui adesso ricevo qualche complimento, ma ho capito che nemmeno questo mi serve. Neppure se mi eleggessero sindaco sarei molto contento. Credo che avrei semplicemente molta paura. Paura d morire per la fatica di dover sopportare tante critiche. Sarei un bersaglio facile. In effetti adesso mi sembra che non posso sostenere nessun compito impegnativo. Ieri sera spogliandomi per infilarmi nel letto ho pensato al sesso e al fatto che se incontrassi una donna che mi piace veramente ci sarebbe comunque il problema di poter morire nel momento del massimo piacere. Lo penso adesso, magari quando sei veramente dentro il piacere non lo fai più questo pensiero, scivoli dentro la tua vita e muori semplicemente quando devi morire e non come adesso che ogni occasione ti sembra quella giusta per morire. Ormai quando scrivo mi aggiro sempre nei dintorni della morte. Non è che alla fine di novembre e a Bisaccia si possa pensare a molto altro. Stanotte ho dormito male anche perché ho sentito il dolore esausto di mia moglie. Lei non si mette a scrivere, ma ieri si leggeva sulla sua faccia la stanchezza di ripetere sempre le stesse cose, la stanchezza di sentire i miei lamenti e adesso anche quelli di mia madre. Adesso c’è una novità nella nostra vita ed è la presenza a casa di mia madre. Non ce l’ha fatta a stare nella casa grande da sola, in quella casa che era un ristorante pieno di gente e che adesso è una casa chiusa come le altre in una strada che serve solo a parcheggiare le macchine. Non era facile rimanere lì dentro per una come mia madre che pensa sempre di essere un’ammalata grave e che giorno dopo giorno mi ha insegnato questo pensiero della malattia e me lo insegna anche adesso che avrei bisogno d’altri insegnamenti. Lei prima non si godeva la vita perché era impegnata a lavorare, adesso non si gode la vita perché il corpo funziona male e lei pensa solo al corpo che funziona male (intanto io ho pensato che in questo testo sto usando assai spesso la parola "adesso" e non fa niente, è un po’ come un filo intorno a cui si infilano tutte le altre parole, forse in ogni testo c’è una parola guida). Comunque questa faccenda di mia madre è la prima vera situazione stressante della mia vita. Nel senso che è una situazione senza uscita. Io mi sono spostato di due chilometri dalla casa in cui sono nato e lei mi ha raggiunto. Non deve essere un grande spettacolo per la mia sposa badare a due figli adolescenti e vedere questa coppia di separati in casa che siamo io e mia madre. Sicuramente non soffre di gelosia. Tra me e mia madre non ci sono effusioni che potrebbero fare ingelosire un’altra donna, c’è semplicemente questa mia insofferenza di essere rimasto qui, dentro un utero elastico che non si sfonda mai. Proprio in questi giorni mi veniva il pensiero che io con le donne non riesco mai a mettermi d’accordo perché faccio una richiesta enorme. Non chiedo di entrare in loro. La mia non è una richiesta di penetrazione, ma di inclusione. Io voglio entrare nelle donne per poi uscirne. Non voglio essere amato, voglio essere ripartorito. Come se nascendo una seconda volta potessi finalmente espormi alla vita, al suo vento, al suo calore. Sono infinitamente, penosamente avvilito da questa mia vita al chiuso, vita da fantasma che si nutre ormai solo delle sue stesse parole. Forse non sono mai stato partorito e forse non sono mai stato neppure concepito. Io sono il frutto di una gravidanza isterica che avrà fine solo con la mia morte o con quella di mia madre. Questo penso adesso, alle sei del mattino. Nella stanza dove dormivo suona la sveglia. Per altri comincia una giornata che per me è già finita.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 2 dicembre 2007