L’ultima parola

Marco Rossari



Avevo covato quel libro per anni. Per tutto quel tempo l’avevo sentito crescere, senza riuscire a scrivere una sola parola.
C’è gente che incomincia e abbandona centinaia di romanzi. Invece io, come una bestia abbagliata di notte sull’autostrada, ero pietrificato da quella luce.
Nato a Voghera, facevo il bancario. Passavo le mie giornate al lavoro a pianificare l’Opera. Come un indiano con l’orecchio appoggiato sui binari, anch’io ascoltavo la vibrazione avvicinarsi. Passavo le mie serate sdraiato a letto, con una nuvola di pensieri sopra la testa.
Quando la tensione è diventata insopportabile, quando l’arco si è teso al massimo, quando una notte sono scoppiato a piangere, ho deciso.
La sera, tornato dalla banca, ho cominciato a scrivere.

La scrittura è sgorgata. Tutta quell’attesa si è incarnata per dare vita a un corpo a corpo estenuante. Mi svegliavo con i pensieri incrostati in gola e mi addormentavo con gli occhi appesantiti dalle parole. Il sabato e la domenica erano consacrati a questo Dio. Tutte le mattine e tutte le sere, sforzando il mio corpo, sbattevo la testa contro quel muro del pianto.
E il golem prendeva vita.

Non riuscivo più a leggere: avevo l’impressione che tutti i libri parlassero del mio. Anche ai giornali ho dovuto rinunciare. Perfino alle istruzioni del televisore. Voghera, l’Italia, il mondo uscivano dal mio libro. E il mio libro doveva contenerli. Tutto si teneva, nella mia mente.
Il mondo per la prima volta esisteva. Il mondo per la prima volta era immaginario.

Sono arrivato a mille pagine e ho scritto la parola fine. Non c’era un a capo: il libro era un blocco unico, il monolite di Kubrick. Quel giorno ho buttato per terra tutto quello che avevo sulla scrivania e ci ho appoggiato solo quelle mille pagine. Poi ho cercato invano di addormentarmi. Avevo letto di un artista che non riusciva a dormire nella stessa stanza con i suoi quadri. Lo capivo. Il libro era come il cadavere di Nastasja Filippovna nel finale dell’Idiota.
Ma io ero purificato, nudo.

L’ho rilegato con una spirale e l’ho spedito a un solo editore. Doveva essere lui. Infatti mi ha telefonato.
"Guardi, il libro non è male. Ci sono delle ottime intuizioni, ma è troppo lungo. Vanno tagliate un sacco di pagine. E molti dialoghi sono scialbi, un paio di personaggi vanno accorpati, il finale riscritto… Per farla breve, c’è un sacco di lavoro da fare. Lei ci deve sudare sopra ancora. Deve levare qualcosa e rimpolpare qualcos’altro. Io non posso farlo per lei. Se fra qualche anno riesce ad arrivare a una nuova versione, di cui è convinto, può provare a farmela rileggere."
Un attimo di silenzio.
L’editore ha aggiunto: "Mi dispiace".
Io ho riagganciato.

I colleghi mi trovavano distante, antipatico. Non sapevano che stavo affilando l’ascia per spaccare di nuovo il ghiaccio. Ancora una volta aspettavo, come un discepolo in attesa della rivelazione.
Il libro riposava sempre sul tavolo, con tutto il resto per terra. Era luminoso, radioattivo. Avevo imparato in un film di guerra che il bravo cecchino deve sintonizzarsi sul respiro del bersaglio per centrarlo. E io questo facevo. Respiravo con lui.
Quando la tensione è diventata insopportabile, quando l’arco si è teso al massimo, quando una notte sono scoppiato a piangere, ho deciso.

La sera ho cominciato a intaccare il monolite. Prima una virgola qui e un punto e virgola là, poi addirittura un punto. Infine, la prima parola. La mia prima parola cancellata, persa nel vuoto. Eliminarla è stato come sollevare un macigno. Poi è partita la valanga. Come un monaco che dice addio al mondo, ho cominciato a spogliarmi di tutto. Un’altra parola superflua. Quella frase di troppo. Un paragrafo inutile.
Dio del cielo e dell’universo: un’intera pagina cancellata.

Il monolite, davanti al quale avevo perso la testa come una scimmia, ora mi portava a ritroso nel tempo, verso la purezza dell’infanzia e l’incorruttibilità del feto. Ogni capitolo buttato nel cestino del computer rappresentava un carico superfluo di pensieri, di anni e di vita. Volare è potare.

Il libro diventava più snello, più fresco, più efficace. Adesso la vicenda filava come un treno. In una vetrina del centro ho visto un bonsai e ne ho colto la commovente bellezza. In rete ho visto i gattini fatti crescere dentro le bottiglie e quell’orrore mi è sembrato fraterno al mio scopo. La contadina cinese dai piedi bendati, c’est moi.

Una frase ne trascinava via un’altra. Senza indugi, in una stato di esaltazione febbrile, puntavo al cuore delle cose, andavo all’osso. Quando sono arrivato a una versione impeccabile, quasi un terzo dell’originale, ho capito che non sarebbe bastato. E da lì, con l’umiltà dei peccatori, ho ricominciato a tagliare.
Aveva in mente solo l’insegnamento di Sun-Tzu per uscire dalle situazioni disperate. "Se speri di uscire dalla trappola identico all’uomo che eri quando ci sei caduto, morirai. Se riesci a considerarti morto, eccoti trasformato." Seguendo il Maestro del Sole, prima dell’ultima battaglia dovevo uccidere il bestiame, mangiare ai quattro palmenti, saldare i debiti, radermi la testa in segno di lutto e bruciare la divisa. Poi partire all’attacco e vincere.
E io questo facevo. Trecento pagine, centoventi, cinquanta.
Ci siamo quasi.
Venti, quindici, otto.
Forza, un ultimo sforzo. Bisogna morire per rinascere.
Tre, due, uno.
Una-sola-pagina.
Anima mia.
L’ho cancellata frase per frase, sillaba dopo sillaba, una lettera dopo l’altra.
Finché non sono arrivato all’ultima parola.

Sono sceso per strada e l’ho tracciata su un muro, a lettere cubitali. Poi ho ripulito la banca e aperto un chiringuito in Costa Rica.

E oggi, quando contemplo l’orizzonte al tramonto, bevendo rum con Maria, sono contento che da qualche parte, su un muro di Voghera, riposa la parola "io".


Questo racconto è tratto dalla raccolta collettiva Attenzione! Uscita operai, edizioni NoReply, 2007.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 29 novembre 2007