Sorpresa e suspense

Tiziano Scarpa



Ha vinto Hitchcock. Alle opere non chiediamo più sorprese ma suspense. Non per una scelta estetica, ma per un tacito patto fra marketing e pubblico. Ovunque ci sia trama, ti viene anticipata dai mass-media. È un servizio ai consumatori, per scegliere meglio e risparmiare tempo e soldi. Però provoca una conseguenza pesante.

Gli artisti della narrazione lavorano a preparare sorprese per gli spettatori: ma poi arriva l’apparato massmediale che svela tutto prima, attraverso un’enorme mole di recensioni, riassuntini, trailer. Così si va al cinema già consapevoli di quale sarà l’esperienza estetica confezionata per noi.

La differenza tra sorpresa e suspense la ricavo dalle parole di Hitchcock, nel famoso libro-conversazione con François Truffaut. Sorpresa: “Noi stiamo parlando… non accade niente di speciale e tutt’a un tratto: boom, l’esplosione”. Suspense: “La bomba è sotto il tavolo e il pubblico lo sa…”. Nel caso delle trame conosciute in anticipo, si innesca uno strano tipo di meta-suspense: oltre alla tensione emotiva per la bomba, si aggiunge l’attesa estetica di una conferma narrativa.

È come se la nostra epoca si proteggesse dalla sorpresa che può procurarle l’ignoto. Forse, in sottofondo, agiscono ancora schemi greci e cristiani. Vai a teatro sapendo già chi è stato a uccidere suo padre e sposare sua madre. Ed eri informato fin da Natale che quel bambino sarebbe finito in croce. Vedi il film conoscendo l’assassino e le gag principali.

Ci sono posti dove questo accade un po’ meno. Uno è alla tele: cambiando canale ci si ritrova a metà di un film senza sapere che storia è. Da anni, però, nei canali digitali compaiono prontamente titolo e riassunto del film, non vieni più lasciato da solo a fare congetture su cosa è successo fino a lì.

E poi ci sono le grandi mostre. La Biennale di Venezia chiuderà dopodomani: sono tornato a visitarla e mi sono reso conto di quanti film contiene. Un vero festival del cinema mascherato, anche se la chiamano videoarte. Girellando fra i padiglioni e i cubicoli oscurati, fatalmente si entra a film ormai iniziato, senza sapere che cosa stai guardando, come non capita più al cinema.

Per il finissage di questa settimana, oltre al (giustamente) celebrato The Clock di Christian Marclay, nel padiglione polacco non perdete il video-kolossal di Yael Bartana, che inventa un movimento politico per il ritorno degli ebrei in Polonia. Di fianco al padiglione tedesco vanno visti i film sgangherati di Christoph Schlingensief. All’Arsenale, il cileno Fernando Prats ha fatto un avventuroso omaggio all’incredibile spedizione antartica di Ernest Shackleton. Marinella Senatore ha girato un bel casting a Enna per rievocare l’epopea dei minatori. Sono pochi cenni. Per non rovinare la sorpresa.

Pubblicato su “Saturno”, supplemento settimanale del “Fatto Quotidiano”, il 25 novembre 2011.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica cinema il 5 dicembre 2011