Romanzi d’eccellenza

Tiziano Scarpa



Siamo sempre di più. Scriviamo romanzi, oppure romanzi o, qualche volta, romanzi. Parecchi di noi riescono a pubblicare.
Che cosa è successo? Ci sono più scrittori rispetto a una volta? Sono aumentate le case editrici disposte a pubblicarli? La selezione è meno severa di mezzo secolo fa?
Sia quel che sia, il risultato non cambia: c’è stato un forte aumento di autori di narrativa negli ultimi vent’anni, e una proliferazione di titoli sul mercato. È un segno di vitalità culturale e allargamento dell’accesso alla parola pubblica. Molte più persone rispetto a un tempo possono proporre i loro scritti alla comunità. Ma qui non mi interessa ricavarne un giudizio etico o sociale. Vorrei cercare di esaminarne le conseguenze.

L’eccellenza

C’è una parola che ha molto successo negli ultimi tempi: eccellenza. È la vera parola-feticcio di questi anni. Si parla di livelli di eccellenza nelle aziende, nella sanità, a scuola, nel pubblico servizio, nei prodotti. Come mai? Forse per contrastare un abbassamento della qualità delle prestazioni, o per agevolare la scelta del consumatore e dell’utente, in un caos di proposte commerciali in cui è difficile orientarsi: in questo mare di ciofeche, noi ti offriamo l’eccellenza.
La mia impressione è che questo stia accadendo anche nella narrativa.

La sovrapproduzione di romanzi rischia di portare la narrativa a una situazione simile a quella, ormai collassata, della poesia: moltissimi scrivono, tanti pubblicano, pochi leggono.
Anche i romanzi perciò cercano di dotarsi di un marchio di eccellenza. Mi si potrebbe obiettare che non è una novità. Sono d’accordo con l’obiezione. Ma il marchio d’eccellenza, finora, era (e continua a essere) conferito dall’esterno. Come?

Il turbomarketing

Un tempo era la critica letteraria a mettere un ideale bollino di qualità su un libro. Da qualche anno, ciò che decide il successo di un romanzo è sempre più spesso la strategia pubblicitaria, attuata nei modi che abbiamo imparato a conoscere.

Li riepilogo in ordine sparso:

– apparizioni in televisione;
– anticipazioni di capitoli su riviste ad ampia diffusione;
– supporto di giornalisti e book-jockey vari che lanciano il romanzo il giorno stesso in cui esce in libreria, con tempismo sensazionalistico, prendendo in contropiede la critica letteraria, bruciando sul tempo la ricezione meditata, che richiederebbe almeno qualche giorno, se non settimane di tempo;
– premi letterari un tempo considerati autorevoli, oggi puramente promozionali, ottenuti con dubbi maneggi e negoziazioni dietro le quinte;
– citazioni, sulla copertina del libro e nelle pubblicità sui giornali, di frasi elogiative di critici, di colleghi scrittori, di persone celebri ("Il romanzo più bello che ho letto negli ultimi dieci anni"; "Il romanzo più bello che ho letto negli ultimi dieci mesi" "Il romanzo più bello che ho letto nella notte fra il 15 e 16 marzo 2005");
– fascette stampate dall’editore;
– interviste a periodici glamour;
– pile di volumi all’ingresso delle librerie, vetrine monolibro, sagome di cartone;
– cura capillare del rapporto con i lettori, newsletter, booktrailer, siti dedicati, ecc.

È un turbomarketing sempre più potente a lanciare i romanzi nuovi: un’onda d’urto aggressiva, ma anche uno stillicidio fidelizzante, che a volte viene giustificato come espansione dell’invenzione letteraria e sua prosecuzione con altri mezzi (o altri media).

Chi desidera rintracciarne un’albeggiante premonizione italiana (un secolo fa!), legga Suo marito di Luigi Pirandello. La scrittrice protagonista sposa il suo agente letterario-teatrale e addetto stampa: nel momento di massimo successo della moglie, lui si inebria convincendosi di essere l’artefice vero dell’opera, perché è riuscito a promuoverla alla perfezione.
Ciò che ha previsto intelligentemente Pirandello con la metafora del matrimonio fra scrittrice e agente, è che letteratura e pubblicità da allora in poi avrebbero formato una coppia, in un legame indissolubile, un duo equigeniale che si spartisce i compiti creativi formando un tutt’uno, un surromanzo fatto di opera artistica e promozione sul mercato.

Ma oggi nemmeno il turbomarketing basta più. La pubblicità è satura, sta soffocando per sovraffollamento di scrittori: autori esordienti, autori al secondo libro dopo un esordio di successo, autori consolidati, autori considerati quasi classici: tutti vivi e attivi, tutti con il loro romanzo nuovo nelle librerie che necessita di turbomarketing per farsi notare.

Perché tu sì e io no?

Mi ricordo di aver sentito a una conferenza Andrea Zanzotto che sintetizzava l’impasse del conferimento di valore alla poesia dicendo più o meno così: "Io parlo, tu parli; io scrivo, tu scrivi. Ma allora perché tu sei considerato poeta e io no?"

Proviamo a dare un’occhiata a quel che sta succedendo in alcune arti figurative come la pittura, la fotografia e il video.
Fino ad alcuni decenni fa ci voleva un lungo apprendistato per imparare a dipingere. Nella nostra epoca, anche chi non sa come si tiene in mano una matita può girare un video e intraprendere la carriera artistica (mi astengo qui da valutazioni estetiche: sono un grande estimatore di molti artisti della fotografia e del video).

In un’epoca in cui fotografia e video hanno conquistato dignità pari ai dipinti e sono esposti nei musei di arte contemporanea, stiamo assistendo a un ritorno in forze, quantitativamente impressionante, della pittura: e non più o non soltanto una pittura che si esprime con tecniche approssimative, o volutamente spontaneistiche (come la bad painting degli anni Novanta), ma anche, sorprendentemente, una pittura calligrafica, caramellata da virtuosismi tecnici piuttosto conformisti, che anche solo cinque anni fa sarebbero stati considerati impresentabili.

A che cosa serve tutta questa accademia della neo-setola? A segnare un confine fra chi ci è e chi ci fa, fra l’artista e l’improvvisatore, l’impostore, il furbo. L’eccellenza tecnico-artigianale viene ostentata per chiamarsi fuori dalla qualunqueria mediale. Il ritorno dell’accademismo pittorico funge da autoconferimento di valore, è un certificato di eccellenza interno all’opera stessa.

Tre ingredienti

A me pare che a molti romanzi stia succedendo qualcosa di simile: certificare la propria eccellenza da sé, renderla riconoscibile a colpo d’occhio dal lettore, dall’acquirente che gironzola nelle librerie. Ciò che mi pare particolarmente interessante, è che si tratta di un’evoluzione interna all’opera stessa (ed è un’evoluzione che, come abbiamo visto per la pittura, è anche un ritorno): mette dentro l’ideazione ed esecuzione del romanzo gli scopi che si prefiggeva il turbomarketing, ed è quindi in grado di potenziarlo, di agire in aggiunta a esso o, al limite, di cavarsela indipendentemente dalla sua efficacia che, come abbiamo visto, non è più garantita a causa della saturazione pubblicitaria. Consapevolmente o no, non sono pochi gli scrittori di tutto il mondo che hanno scelto questa via per dotare i loro libri di un’evidenza differenziale rispetto alla marea di narrativa che si pubblica oggi.

Quali sono gli ingredienti del romanzo d’eccellenza?

1) dev’essere di grande mole, meglio se supera le 500 pagine, in modo da mostrare a colpo d’occhio, persino senza bisogno di leggere il titolo e l’autore, che lo scrittore è un professionista del romanzo, non uno scribacchino della domenica né una rockstar incontinente né un politico vanesio né una casalinga con tanto tempo libero né un professore di liceo che ha messo insieme un centinaio di paginette nelle ferie estive e ha avuto la fortuna di trovare un editore ecc.;

2) dev’essere un romanzo storico che abbia richiesto lunghe ricerche, o un noir molto accurato nella rappresentazione documentaria; qualcosa che sia fondato su un valore culturale condiviso, o comunque sancito da storia, mitologia o cronaca: magari per proporre storie e mitologie e cronache alternative o poco note;

3) pur presentandosi come opera letterariamente ambiziosa, non deve allontanarsi troppo dagli standard dei formati di genere, privilegiando la narrazione distesa, la scorpacciata di trama, rendendosi riconoscibile come romanzo-romanzo più che come "libro di narrativa" difficoltosamente incasellabile in qualche categoria;

Il punto 2. è più soggetto alle mode: dalla voga del noir pare che stiamo tornando a quella del romanzone storico (dico tornando, perché sarà ormai chiaro a chi legge queste mie note che il capostipite anticipatore degli attuali romanzi d’eccellenza è Umberto Eco). Vale la pena di notare che sia il romanzo storico sia il noir d’eccellenza condividono una caratteristica: la fondatezza referenziale. Si riferiscono a fatti accaduti, nel passato o nella cronaca recente. Il romanzo d’eccellenza affianca alla verosimiglianza una quota di verificabiglianza (orribile neologismo: l’ho fatto apposta, non ho saputo trattenermi dall’irriverenza; se non si è ancora capito, non sono esattamente il più entusiasta lettore di romanzi d’eccellenza).

Scrittori sgobboni

Ne deriva una figura di scrittore un po’ sgobbone, metà stakanovista e metà primo della classe. Ha lavorato sodo, sa di cosa parla, conosce la materia di cui si occupa: non è semplicemente un visionario, l’ha studiata.

Lo scrittore sedicente "ispirato" o "artista", dando forma a un libro di narrativa che non si sa bene che cosa sia ("è un romanzo?" "più o meno"), rischia di essere confuso con uno dei tanti improvvisatori che mettono in piedi romanzi così così, chiaramente non riusciti, anche se ormai puntualmente pubblicati. L’inquietudine della forma può essere scambiata per insipienza.

La forma-romanzo finisce per fare da pietra di paragone per qualsiasi narrativa si pubblichi. Così si condanna un libro semplicemente perché non è un romanzo: non si sospetta nemmeno che l’autore abbia voluto che il suo libro fosse diverso dal solito. Si dà per scontato che non sa scrivere un romanzo come si deve, punto e basta. È uno dei tanti che pubblicano narrativa oggi, epoca di grafomania e vanità letteraria e larghe maniche editoriali ecc.

Lo scrittore di romanzi d’eccellenza se ne sta alla larga da questi pericoli: ha dato forma a una narrazione comme il faut, può dimostrare, con la mole e il contenuto stesso della sua opera, di avere sudato artigianalmente, di avere fatto ricerche sul campo e in biblioteca, lavorando duro per mesi, per anni.

Chi legge un romanzo d’eccellenza non viene in contatto con fantasticherie infondate e sghiribizzi d’artista, ma ricava un insegnamento concreto, sodo, spendibile, un’acquisizione conoscitiva, sociale o storica che sia, eventualmente con risonanze allegoriche e allusioni al nostro tempo e al nostro modo di vivere.

E se nei suoi grandi affreschi lo scrittore di romanzi d’eccellenza ha messo personaggi mai esistiti? Se ha distorto vicende e ambientazione? Peccati veniali: anzi, capitali virtù. È pur sempre uno scrittore, non è uno storico né un sociologo, se vuole è capace di fantasticare anche lui, sa dare forma a kolossali trompe l’oeil storici e sociali, purché siano tendenzialmente basati su fatti e riscontri. Si pregia di avere rinunciato a idiosincrasie, individualismi e fantasmi personali per occuparsi dei grandi miti dell’umanità, della grande storia, di idoli condivisi, dell’urgenza sociale conclamata, ma se solo volesse potrebbe cavalcare le nuvole fra grovigli di rondini inghiottite dalle voragini del tramonto, lo sa fare, vedete, ne è capace. Il fatto è che non vuole, perché ha deciso civilmente di contenersi.

Coerentemente con queste scelte, è uno scrittore che tende a sventolare i risultati di vendita del suo romanzo rivendicandoli come parte stessa dell’opera, come dimostrazione del suo democraticismo, antielitarismo, rispetto affettuoso dei limiti culturali dei lettori e dei loro gusti, ascolto ed elaborazione dell’intelligenza collettiva, talvolta anche con un’apertura alla collaborazione creativa della sua rete di ammiratori.

Non sarebbe la prima volta, come mi ha fatto notare Carla Benedetti discutendo a voce alcune delle idee che poi ho sviluppato in queste note, che gli scrittori fanno di una situazione editoriale e socioculturale una poetica (il che mi suona come un’ottima perifrasi di "fare di necessità virtù"). In un certo senso, aggiungo io, si può dire che il romanzo moderno sia nato proprio trasformando in poetica (in teoria operativa, in algoritmo letterario) una situazione socioculturale.

"E dunque, caro Scarpa? Lei che ne pensa? Il romanzo d’eccellenza, come lo chiama lei, ci salverà o è semplicemente l’ennesima paraculata? È arte o conformismo?"

Ma… veramente, io… Quel che volevo dire l’ho detto…

"Non cincischi! Scopra le sue carte! Vada fino in fondo!"

Non posso escludere, in assoluto, che anche da questo tipo di cose possa venir fuori qualcosa di interessante…

"Quant’è cauteloso! Lei tira il sasso e nasconde la mano."

Eh, ma si tratta anche di rispetto per il lavoro dei colleghi…

"Lo chiami rispetto per il suo quieto vivere! E poi, quanto ai colleghi, non ha ancora fatto un nome che sia uno! Dove sarebbero tutti questi romanzi d’eccellenza?"

Littell, De Cataldo… l’ultimo Scurati, il prossimo Lucarelli. Valerio Massimo Manfredi…

Tutto qui?

Ce n’è una marea, soprattutto in lingua inglese… La tipa che ha appena pubblicato una roba dove c’è Swift fra i personaggi… E poi quello del petalo cremisi, come si chiamava…

"Lei dà l’impressione di essere alquanto approssimativo."

Li dico così come mi vengono in mente. Neal Stephenson, James Ellroy, Antonia Byatt…

"Li ha letti?"

N-no.

"Nessuno di quelli che ha nominato?!?"

Nessuno.

"E allora!!"

Lo ripeto: non sono libri che mi interessano. Li evito al primo sguardo. La loro riconoscibilità esteriore vale anche in negativo. Quando sento puzza di romanzone storico o epopea malavitosa io fuggo, fuggo verso Queneau, Cortázar, Manganelli, regredisco a…"

"Ma al di là delle sue fisse novecentesche, dove si schiera adesso?"

Non mi schiero… Mi interessava delineare un fenomeno, le avvisaglie di un mutamento di scenario, dare una prima descrizione sommaria di quello che a me sembra stia accadendo in q–

"Che delusione!"

Mi spiace, ma…

"Ma qui abbiamo bisogno di consigli! Non abbiamo tutto il tempo che ha lei! Non possiamo permetterci di sprecarlo con i libri sbagliati."

Allora, il romanzo più bello che ho letto nella notte fra il 26 e il 27 novembre 2007 è…








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 27 novembre 2007