Dire amore

Giovanni Fierro



Dire amore

Avevo una amico
quando alla sera non riusciva ad addormentarsi
andava in cucina, apriva lo sportello del frigorifero
tutto d’un fiato beveva dal collo della bottiglia
il vino rosso
faceva durare il sorso il più a lungo possibile

così si costruiva il suo sonno.
Con la sua stessa precisione
io spingo fuori dalla cassa toracica
il mio respiro

con l’aiuto di palato denti lingua
bocca dico amore amore amore
amore amore amore amore
fino a non poterne più

fino a quando l’ossigeno del fiato
è tutto bruciato
e i polmoni mi chiedono una boccata d’aria nuova.

Solo dopo voglio vedere che cosa
la pronuncia protratta e ripetuta
di quell’unica parola
mi ha lasciato sulle labbra

se una stanchezza
o il sapore.

Una piccola storia

A casa ricicliamo la carta

per portarla alla piazzola ecologica
ieri hai riempito una borsa

i quotidiani di due settimane, le
scatole dei regali che Adele ha ricevuto per il suo
primo compleanno
altre più piccole, quelle degli spaghetti

nei hai voluta mettere troppa
la borsa da un lato si è aperta tutta.

A me è successa la stessa cosa
con la fame d’amore

ci ho voluto mettere dentro la primavera
tutte le canzoni del disco ’Rain dogs’ di Tom Waits
le parole le frasi di "Opinioni di un clown" di Heinrich Boll
la notte del viaggio in treno che abbiamo fatto
per arrivare a Praga

ma ho voluto troppo quando ci ho spinto dentro, a forza
il mazzo di fiori di campagna, quelli tutti colorati
era per te

non ha tenuto non ha tenuto.

La semina

Sono poche le parole che si tengono
dopo aver parlato nell’ubriacatura
le altre si buttano via, nate già recise alla radice,
sono senza cautela, non sono di attesa.
Al risveglio bisogna trovarne di più robuste, per chiedere scusa.

Anche di tutto il polline spremuto nell’aria
solo un infinitesimo trova l’utero, di tutto il tempo
sparso degli anni quanto riempie il vaso
e poi si spezza. Sono di più le fioriture che si rompono sull’asfalto
poche quelle che rimangono salde sugli steli e i rami
in canto di fiore, a schiarire gli sguardi.

Quant’è l’acqua che si versa dal cielo, di caduta e pioggia che l’erba non trattiene per brillare e
lascia scorrere via invisibile e intoccabile.

Tutto il vento che non si cattura e va a placarsi nell’assenza.
Quanto il silenzio che si interra per aspettare radice.

Con sfortuna o vanto è grande la fatica che si deve alla terra anche quando non si trova il frutto.

Ma è questa la semina e il raccolto è incerto.

Se sono stato amore è perché ho sprecato amore.


Giovanni Fierro è nato a Gorizia nel 1968.

I suoi testi sono stati pubblicati nelle raccolte "Frantumi" (2002) e "Prepletanja – Intrecci" (2003), entrambe edite da Sottomondo. È curatore della rivista Habel.

Del dicembre 2004 è la sua prima raccolta poetica, "Lasciami così" (edita da Sottomondo Gorizia), con presentazione in quarta di copertina di Mario Benedetti.

Nel gennaio 2007 è uscito "Acque di acqua", edite dall’associazione culturale Jùdrio di Còrmons (Go), raccolta di sette componimenti, inerenti al dvd "Jùdrio" dell’artista cormonese Mauro Bon.

Alcune poesie di Giovanni Fierro sono state tradotte in portoghese, sloveno, croato e friulano.

Cura la rassegna culturale "NON C’E’ VERSO – le parole e le musiche con gli autori", giunta quest’anno alla terza edizione.

Contatti: giovannifierro68@hotmail.com








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 26 novembre 2007