la concubina imperiale

Antonio Moresco



I tempi sono quelli che sono. Tutto sembra andare al ribasso e all’ammasso. La maggioranza delle persone sembra in questi anni tirare fuori il peggio da sé. Sono pochi quelli che non si arrendono a questo annichilimento. Difficile realizzare una comunione che non sia perdita, che porti miglioramento, elevazione, elezione. E allora -se proprio bisogna sprofondare- sprofondiamo almeno in qualcosa dove respira una vita più grande, una bellezza e un dolore più grandi. Sì, ci sono sempre persone e anime con cui ci si può incontrare, anche a costo di andarle a cercare attraverso il tempo e lo spazio!

Nella solita miniera del catalogo SE, nel solito negozio di libri a metà prezzo dove quest’estate ho trovato il libro sull’eternità di Blanqui di cui ho già parlato, ho incontrato un altro libro la cui lettura mi ha rapito completamente e ha fatto il vuoto intorno. Si tratta del Diario di una concubina imperiale di Nijō, scritto nel Giappone del Milleduecento, due secoli dopo il miracoloso capolavoro di Murasaki. Io non lo so perché queste voci femminili che ci arrivano dall’antico Giappone con tutta la loro delicatezza e la loro grandezza mi conquistano e mi commuovono così profondamente. Non si tratta per me di semplici letture. Sono come una cruna nello spazio e nel tempo, aperta dalla loro anima attraverso i segni tracciati da un pennello su carta. Una fiamma che mi fa bruciare insieme a loro in un’unica fiamma.
Il manoscritto di questo libro (anzi una sua copia tagliata in quattro punti da una spada e qua e là illeggibile) è stato trovato nel 1940 nella biblioteca imperiale di Kyōto. Su di esso un imperatore del diciassettesimo secolo aveva annotato questo titolo: Towazugatari (Confessione spontanea). Vi si racconta, in prima persona, la vita di Nijō, figlia del nobile Masatada, concubina dell’imperatore Go Fukakusa. Nella postfazione di Lydia Origlia, curatrice del libro, si legge che la sua autrice "nacque nel 1258 a Kyōto da una delle più illustri e nobili famiglie dell’epoca. Orfana di madre, fu allevata a Palazzo. A tredici anni divenne concubina del ventottenne ex imperatore Go Fukakusa. La bellezza, l’animo sensibile, l’ingegno artistico, la cultura classica e, soprattutto, il fascino che esercitava avrebbero potuto permetterle di diventare imperatrice. Invece, per le sue intemperanze amorose e per l’odio di una rivale, la Signora di Higashi Nijō, fu allontanata da Corte a venticinque anni, e da allora, divenuta monaca, si dedicò ai viaggi e alla stesura del Towazugatari, il più vivido e palpitante affresco dell’antico Giappone."

Ho appena finito di leggerlo. Non voglio e non posso appesantirlo con dei discorsi. Mi limito a trascriverne qui diversi brani, distesamente, per fare sentire direttamente la sua voce attraverso il tempo, perché questo è per me l’unico modo per stare ancora un po’ in intimità con lei e non separarmi subito dalla sua voce e dalla sua ombra.

Così, all’inizio del libro, l’autrice presenta per la prima volta se stessa poco più che bambina:
"Allo schiarir della notte si levò una nebbia primaverile. Quel mattino tutte le dame erano allineate con visi trepidanti, belle come fiori che rivaleggiano in profumo; e anch’io ero in mostra insieme a loro. Indossavo, così mi sembra di ricordare, una veste rosso fior di susino in boccio, un uchiki color cremisi, una veste superiore di un pallido verde e, sopra tutte, una veste cinese rossa."

All’età di tredici anni, dopo averlo frequentato come bambina per il suo alto lignaggio e la sua vita a Corte, avviene il primo incontro sessuale con l’Imperatore (oggi verrebbe definito uno stupro). Il suo asciutto racconto è questo:
"Non pronunciai neppure una parvenza di risposta, ma quella notte egli fu spietatamente risoluto e la mia veste sottile venne strappata con violenza. Non mi rimaneva più nulla da salvare, e il solo pensiero di rimanere al mondo mi era odioso."

Incontri amorosi con il cugino, nascosto sotto lo pseudonimo di Alba Nevosa. Ad un certo punto, dopo un’ intensa pagina dove rievoca il suo amore per lui, l’autrice ci apre così il suo animo:
"Avrei voluto abbandonare il mondo e viaggiare fin dove le gambe mi avessero portato, giacere tra i fiori, sperare di essere aspersa dalla benevolenza della rugiada, esprimere il rimpianto di veder cadere le rosse foglie d’autunno, annotare in un diario gli episodi dei pellegrinaggi e lasciarlo come ricordo ai posteri; ma non potevo sfuggire ai legami delle tre sudditanze; avevo vissuto obbedendo a mio padre, e continuavo a rimanere in quel triste mondo per servire Sua Altezza. Mi accorsi di aver fatto sempre quello che non avrei voluto, e il desiderio di abbandonare quella triste vita diventava sempre più profondo."

Cerimonie religiose e imperiali, strutture e gerarchie di Corte, incontri solenni e, nello stesso tempo, un accavallarsi di vicende sentimentali e private e di intimità carnali. Tutto un mondo portato al suo affioramento attraverso un’opera di narrazione e di poesia, che è servita poi come fonte per un’importante opera storica (il Masukagami) del XIV secolo. Non esistono, che io sappia, da noi, nell’Italia del Medioevo o del Rinascimento, come avviene ripetutamente nel Giappone antico con alcune opere scritte da donne, simili sguardi "dal basso" da parte di chi si sia trovato a vivere vicino a re e principi, nel cuore stesso del potere del tempo, di tale profondità fondativa e ampiezza, che illuminino dal di dentro un’intera epoca e che abbiano nello stesso tempo una simile forza poetica universale.

"E così le fu concesso di salire sulla carrozza con i cinque nastri, di indossare le vesti akome sovrapposte, quelle di tessuto ricamato."
Continue mutazioni di stato, di ruolo, scandite da cambi di colori e di vesti. Come nella liturgia religiosa, come nella descrizione dell’argo in amore fatta da Portmann che ho riportato nel mio intervento sugli scrittori scienziati, che "si trasforma in qualcosa di completamente diverso, in un essere otticamente e acusticamente nuovo, che in questa nuova veste rappresenta con molto maggiore pregnanza il valore proprio della sua specie, vivendolo, per così dire, in immagine davanti ai sensi ricettivi di un altro individuo della stessa specie". Ma come se gli animali, gli uccelli potessero cambiare le loro posture, i variopinti piumaggi e le code che ricoprono i loro corpi nudi in base a un’astratta e crudele partitura determinata dalle mutevoli strutture e gerarchie di comando sul loro mondo.

Un addio:
"L’anno terminava e non solo non mi era assolutamente possibile mitigare le mie sofferenze, ma non potevo neppure tornare a casa. Una notte, intuendo che la Signora dell’Oriente avrebbe visitato l’alcova, io dissi, dopo che ebbero servito la cena: "Mi duole il ventre", e tornai nelle mie stanze. Lui era fermo sulla soglia e mi salutò con un: "E’ davvero notte fonda". Non sapevo come comportarmi per paura che ci scoprissero, ma dovevo riconoscere che aveva ragione ad affermare che troppi giorni erano trascorsi dal nostro ultimo incontro. Lo introdussi segretamente nella camera. Il dispiacere di vederlo partire prima che giungesse l’alba, forse anche per il rimpianto dell’anno che proprio quel giorno finiva, mi parve ancora più grande delle altre volte. Mio malgrado soffrivo ineluttabilmente per amore."

Ad un certo punto, dopo il racconto di numerose vicende e drammi intimi che sembrano attraversare un periodo di tempo molto ampio, troviamo questa stupefacente osservazione circa l’età della protagonista:
"Come puledri che solcano gli spazi, come impetuosa corrente di fiume passano le onde degli anni, e più non tornano. Contai quanti ne avessi accumulati: avevo ormai diciott’anni."

Poi c’è l’amore con un principe monaco, che l’autrice nasconde sotto lo pseudonimo di Luna all’Alba:
"Subito dopo iniziò l’esorcismo. Egli si comportava come se nulla fosse accaduto, ma io pensavo che non avrebbe dovuto presentarsi con tale atteggiamento di fronte a Buddha ed ero atterrita. Contemplavo la sua ombra proiettata vividamente dal lume delle lucerne: mi assalì un’ansia dolorosa per le tenebre del mondo futuro. Non bruciavo d’amore, eppure nella seconda parte della notte tornai segretamente da lui. La funzione era terminata e potemmo incontrarci con più agio. Il suo viso sconvolto dal pianto mi turbò. Già la notte si schiariva e si udivano rumori. Volle darmi la veste che indossava sulla nuda pelle, e chiese in pegno la mia. Ce le scambiammo e ci separammo. Ne avevo nostalgia, non riuscivo a dimenticare il suo aspetto commuovente."

In una lettera che il principe monaco le scrive poco dopo si legge tra l’altro:
"Ma nel mio cuore non potrò dimenticarti, per tutte le vite e per tutti i mondi, e certamente finirò nei regni del male. Così non vi sarà mondo in cui la mia disperazione possa esaurirsi. Che tutti i riti compiuti dal primo al supremo gradino dell’ascesi dei due mondi, che la recitazione dei sutra, che il Grande Veicolo, che le pratiche del potere dell’io, che tutti i meriti accumulati in una vita ascetica possano spingerci nei tre regni del male. Per questo potere, anche se a lungo vago in questo mondo, possa nell’altra vita rinascere nel mondo del male insieme con te."

Una continua compresenza di poesia e racconto, di crudeltà, dolore e stilizzata bellezza:
"Egli, immerso in chissà quali pensieri, rimase immobile accanto alla porta di mezzo, per un po’ non riuscì a dire nulla e celò dietro il ventaglio di legno di cipresso le lacrime che gli scendevano sul viso, poi se ne andò recitando: ’Non c’è salvezza nei tre mondi. Sono come una casa in fiamme.’"

Le reincarnazioni. Come una sorta di intuizione animistica dei legami genetici che legano uomini e animali attraverso il tempo e le specie:
"Penso che la vostra incontrollabile passione sia causata dal karma di una vita precedente, non ho nulla da rimproverarvi."

Una poesia:
"Galleggiando e sprofondando
se nel Fiume delle Tre Correnti
una corrente in cui incontrarti esistesse
anche a costo di annegare
vorrei raggiungerti."

"Nello spazio a ovest dell’edificio principale, dietro alle cortine, erano stese due stuoie dal bordo sfumato, ricoperte da una coltre di broccato cinese: era il posto dell’imperatore. A nord dell’edificio, due stuoie a grandi stemmi segnavano il posto di Sua Altezza Precedente (Go Fukakusa). Nello spazio seguente, su uguali stuoie, era sistemato quello di sua Altezza Nuova (Kameyama). A est, nello spazio successivo, separato da un paravento, vi era quello dell’Imperatrice Madre. Provai una tristezza lieve contemplando da estranea (perché ormai è stata allontanata da Corte) le dame di Sua Altezza Precedente sedute, al di là delle cortine, sul lato meridionale, dietro le sete di kichō. Sulla terrazza ad ovest, ecc ecc…"
Come una regale parata di insetti.

Però tutti questi rituali e gli stereotipi letterari che costellano il libro (le maniche inzuppate di lacrime ecc…) aggiungono potenza anziché diminuirla. La potenza dell’immobilità e della combustione immobile.

"Uscii dalla grotta: non si distinguevano il limite tra onde di nuvole e onde di fumo. Poi tutte le nuvole della notte dileguarono mentre la luna, quasi non avesse dove andare, splendeva alta nel cielo. Ebbi veramente l’impressione d’essermi spinta lontano duemila leghe e più, udivo grida di scimmie, forse provenienti dalla montagna retrostante, e pareva che anch’esse mi straziassero le viscere: era come se allora per la prima volta sperimentassi l’angoscia che avevo nel cuore: avevo lasciato la Capitale nel tentativo di cancellare il mio desolato tormento, e invece con tristezza mi accorgevo che le sofferenze del mondo mi accompagnavano furtivamente."

"Ripensavo dolorosamente al passato: a due anni avevo dovuto separarmi da mia madre, non ricordavo neppure il suo viso. Finalmente cresciuta, a quattro anni, verso il ventesimo giorno del nono mese, ero stata presentata al Signore della Grotta degli Eremiti. Da quando il mio nome fu annotato sulla tavoletta, ricevetti, seppure indegna, il favori di Sua Altezza, imparai gli accorgimenti grazie a cui una dama può elevarsi, trascorsi molti anni e molti mesi godendo dei benefici della Corte, e non mi era rimasta dunque del tutto estranea la speranza di diventare una luce per tutta la casata. Ma era giusto che abbandonassi tutto ciò per entrare nel sentiero del Disinteresse. Mi sforzai di pensare che avevo rinunciato a quel triste mondo in ossequio all’ammonizione: ’Moglie, figli, tesoro e trono, niente di tutto ciò ci seguirà al termine della vita’. Tuttavia avevo nostalgia del palazzo in cui ero vissuta, non riuscivo a dimenticare tutte le manifestazioni di affetto di Sua Altezza; bastava un niente perché subito mi spuntassero le lacrime, che mi consolavano e parevano, esse sole, comprendere il mio profondo dolore. La neve fioccava al punto da oscurare il cielo: contemplandolo mi parve che, fin dove giungeva il mio sguardo, non vi fosse più traccia di strade."
Il fatto che tutto questo dolore sia espresso con questa suprema eleganza, con questa bellezza e con questa grazia, lo rendono ancora più lancinante e indimenticabile.

La commozione e la vicinanza che mi provocano un libro come questo sono tali che non sono quasi in grado di esprimerle.

Vado avanti. Lo so che questa anticipazione sta diventando troppo lunga e troppo intima. Ma nessuno è obbligato a continuare a leggerla. Mi seguirà chi vorrà:
"Incuriosita, mi inoltrai nella prateria. Non vidi altro che trifoglio, ominaeshi, hagi, susuki e tutte queste erbe erano tanto alte da nascondere un uomo a cavallo. Continuai ad addentrarmi per tre giorni: sembrava non avere mai fine."

Lontana dalla Corte, strappata al suo mondo, monaca e pellegrina, esplode la sua grandezza umana e il suo genio letterario:
"Da palazzo
lontano, appassisce
il mio corpo,
ormai estranea alla Capitale,
la candida rugiada sui crisantemi mi commuove."

Dopo l’ultimo incontro -a distanza di anni- con Sua Altezza:
"Desideravo contemplare ancora una volta, sia pur da lontano, la visita di Sua Altezza al tempio; immaginando che si sarebbe accorto della mia presenza, se avessi indossato ancora la tonaca tinta con l’inchiostro, v’indossai sopra le vesti ch’egli mi aveva donato e mi unii a un gruppo di donne. Sua Altezza si era fatto monaco e la sua tonaca, diversa dall’abbigliamento di un tempo, mi commosse profondamente. Quando si accinse a salire la scala del sacrario, il chūnagon Suketaka, che allora veniva chiamato Consigliere degli Aiutanti, gli prese la mano e lo guidò. La notte precedente, Sua Altezza mi aveva confidato: ’Ora sia tu che io indossiamo la tonaca monacale. Ho nostalgia del passato’, e mi aveva parlato anche di quando ero piccola. (…) Lasciai il monte Otokoyama e mi diressi verso nord sulla strada che conduceva alla capitale, ma mi sembrò che il mio cuore fosse rimasto sul monte."

Sentimento e bellezza poetica sono una cosa sola:
"La luna della tredicesima notte, che si levava dal boscoso monte dietro al tempio, pareva sorgere dal sacrario. L’alta marea giungeva fino al sacro edificio e il fulgore della luna, che splendeva limpida nel cielo, sembrava albergare persino in fondo all’acqua. Ero grata al Buddha per la volontà di dimorare in quel luogo e di tollerare il vento della verità rivelata in molteplici modi, secondo le circostanze, sull’oceano senza turbamenti dell’essenza dell’universo."

Si sparge la notizia che Sua Altezza sta morendo. Lei ritorna a Palazzo, dove ha vissuto per molti anni. Ma nessuno la riconosce:
"Nella speranza di avere notizie della sua malattia, mi recai a Saionji. ’Un tempo servivo a Palazzo. Vorrei vedere il vostro padrone solo un istante’. Ma, forse perché non gradivano le vesti dalle maniche tinte d’inchiostro, nessuno volle annunciarmi. Avevo una lettera, scritta in previsione di quella eventualità. Dissi: ’Consegnategliela’, ma nessuno volle prenderla. Finalmente, al calare della notte, uscì un attendente il cui nome era Sovrano della Primavera, che prese la mia lettera. Il religioso mi fece rispondere: ’E’ certamente colpa della vecchiaia, ma non riesco a ricordarmi di voi. Tornate dopodomani.’"

Dopo l’annuncio della morte di Sua Altezza:
"Mi precipitai a Palazzo: persino alcuni monaci se ne stavano andando dopo aver smontato gli ormai inutili altari per gli esorcismi. C’era gente che andava e veniva, ma in silenzio, senza far rumore. Anche le lanterne dell’ala meridionale erano spente."

Una notte, in sogno, suo padre morto la consola e le indica la strada della poesia e della grandezza:
"Quella notte mi apparve in sogno mio padre, simile nell’aspetto a com’era un tempo: mi parve d’essere tornata al passato e, seduta di fronte a lui, gli confessai la mia delusione. Mi disse: ’Tuo nonno, il Gran Ministro dei Koga compose i versi: ’’’Sulla vetta dalle foglie morte la rugiada si colora’’’ e io scrissi: ’’’La mia strada di Koshiji è al di fuori della primavera…’’’ Siamo poeti da generazioni. Nessuno che si consideri della nostra famiglia è trascurabile. Dal principe Tomohira ad oggi, lungo tempo è durata la stirpe, ma le onde sulla Baia della Poesia non sono mai mancate.’"

In un monastero, dove lei si trova, arriva un giorno Sua Altezza Yūgimonin. Nijō le si avvicina, ma non viene riconosciuta:
"Intanto la principessa si era allontanata. Ne avevo una grande nostalgia e continuavo a seguirla con lo sguardo. I gradini erano molto alti e la principessa indugiava a scendere. Mi avvicinai e le dissi: ’Appoggiatevi alla mia spalla e scendete con me’. La principessa mi rivolse uno sguardo stupito. Perso il controllo di me stessa e tra le lacrime le confessai. ’Quando eravate ancora bambina servivo a palazzo. Mi avete dimenticata?’ ’Su, calmati e raccontami’ mi esortò con gentilezza."

Un ultimo ricordo dell’Imperatore:
"Quando Sua Altezza divenne Signore dei dieci Beni e dei Diecimila Veicoli, e fu insignito delle Cento Cariche, ero ancora bambina e non me ne ricordavo, ma quando ricevette il titolo di Imperatore Precedente ero già al suo servizio. Ripensai allo splendore del passato, a quando, anche nelle gite segrete, era sempre accompagnato da nobili che l’aiutavano a scendere e salire dalla carrozza, e da un seguito di cortigiani. Meditavo: ’Su quale sentiero starà vagando, solo e sperduto?’"

Le ultime righe di questo indimenticabile libro sono queste:
"Dopo la scomparsa dell’imperatore Go Fukakusa mi pareva che non vi fosse più nulla per cui poter vivere. Era veramente un evento straordinario l’aver incontrato il corteo della principessa proprio l’ottavo giorno del terzo mese, lo stesso giorno e lo stesso mese in cui l’anno precedente avevo onorato la venerabile immagine di Hitomaro; e ugualmente era prodigioso l’aver contemplato nella realtà l’immagine che mi era apparsa nell’oscuro, prezioso sogno di Kumano. Ero preoccupata per il compimento del mio voto, ma continuavo a credere che la fede del mio cuore, dopo tanti anni e tanti mesi, non fosse inutile. Non mi soddisfaceva rimanere ferma in un luogo, a meditare in solitudine sulla mia condizione; e inoltre, per non rendere vana la decisione di pellegrinare, (…) ho continuato a scrivere queste fatuità. Non spero che rimangano come mio ricordo per i posteri."

Il diario si conclude nel 1306, quando l’autrice ha quarantotto anni. Non esiste alcun documento che ci dica se la sua vita è continuata -e per quanto- dopo quella data.
Se ho capito bene, i figli che ebbe vennero fatti scomparire subito dopo il parto, affidati a balie, scambiati o attribuiti ad altre donne di alto lignaggio. Pare che uno di essi, la figlia segreta nata dal suo rapporto con Alba Nevosa (che ebbe tre mogli, molte relazioni e dieci figli) sia diventata imperatrice.
Che sia lei -mi domando alla fine, fantasticando- la principessa che Nijō incontra in quel monastero? Quella a cui dice tra le lacrime: "Appoggiatevi alla mia spalla e scendete con me. Quando eravate ancora bambina servivo a palazzo. Mi avete dimenticata?"








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 25 novembre 2007