Midnight in Paris

Teo Lorini



Raramente Woody Allen era partito così in svantaggio.
Non stiamo parlando della sfiducia standard dei fan delusi da troppo tempo e da troppi film malriusciti, di quelli ormai fatalisti che scandiscono il mantra: «Perché deve dirigerne così tanti? Uno ogni due-tre anni sarebbe perfetto. A questo ritmo è inevitabile che gli vengano male», poi aggiungono il colpo sotto la cintura: «ha retto finché ha potuto, ma ora è chiaro che non ha più l’età» e infine concludono con l’elenco delle pietre miliari: «Stiamo parlando del regista di Amore e guerra, di Io e Annie, di Zelig – Zelig! Ti rendi conto??- della Rosa purpurea, di Hannah e le sue sorelle, di Radio Days, Crimini e misfatti, Mariti e mogli, …» e così via.

Oltre lo stadio del fatalismo c’è l’abbandono (chi scrive, è giunto a questa fase dopo la delusione di Match Point) e oltre l’abbandono c’è tornare a vedere un film di Allen dopo ore di lavoro monotono in quella condizione di tedio ontologico che solo una domenica svizzera sa regalare.
Partendo così, è inevitabile che la tentazione della fuga si faccia allettante già ai primi minuti di film: un montaggio di inquadrature fisse di una Parigi coloratissima e plastificata che pare la caricatura del meraviglioso inizio di Manhattan. A quel punto appare Owen Wilson (sì, proprio quello di Zoolander e 2 single a nozze) e per trattenerti ci vuole tutta la dolcezza e la pazienza di una Persona Speciale. Io l’avevo e ho resistito.
Da quel momento e in pochi minuti Allen ribalta la situazione con la levità inavvertibile dei suoi momenti più felici e, come in un gioco di prestigio, si comincia a tifare per Gil Pender, sceneggiatore di manovalanza hollywoodiana che non ha ancora abdicato alle sue ambizioni letterarie e che torna nella Parigi della sua giovinezza con la fidanzata bella e odiosa e i di lei genitori (una coppia di raccapriccianti repubblicani cui Woody riserva un paio di battute che alieneranno a questo film le simpatie dei Bush-fanatici d’Italia, a cominciare ovviamente dai coniugi Giuliano & Selma Ferrara). Sarà la magica mezzanotte parigina sui gradini di Saint-Étienne-du-Mont a regalare a Gil la via di fuga da un presente angoscioso e l’accesso alla golden age dei suoi eroi letterari (tra i quali spiccano un esilarante ‘Papa’ Hemingway perennemente in vena di disfide e una strepitosa Kethy Bates nei panni di Gertrude Stein).

Siamo dalle parti della Rosa purpurea del Cairo, certo. Ma ci arriviamo nel migliore dei modi: a un quarto di secolo da quel capolavoro, Allen ne ritrova infatti la magia, l’equilibrio e la delicatezza. Si ride molto e molto ci si commuove per questo Midnight in Paris. E quando Gil, scendendo da Montmartre, confida ad Adriana (Marion Cotillard) il proprio entusiasmo per la Festa mobile di creatività, adrenalina, romanticismo in cui si sono mutate le sue notti, occorre un cuore ottuso e sigillato a tripla mandata, per non farsi travolgere dalla consapevolezza che l’età d’oro inseguita per tutto il film altro non è che la (nostra) giovinezza e per non sciogliersi di ammirazione verso il settantacinquenne che ce lo ha ricordato. Grazie di cuore, grande, sorprendente Woody.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 4 dicembre 2011