Vita di Collodi

Sergio Nelli



Carlo Collodi nasce a Firenze nel 1826 come Carlo Lorenzini: Collodi è il nome di una frazione di Pescia, di cui era originaria la madre (all’epoca il paese era in provincia di Lucca, mentre dal 1927 è in provincia di Pistoia). Il padre era cuoco e la madre, ancorché istruita, domestica. Primo figlio di una numerosa nidiata vide morire alcuni dei suoi fratelli e sorelle e conobbe un’infanzia di povertà. Egli poté studiare grazie all’aiuto delle famiglie nobiliari presso le quali lavoravano i genitori.

Dal 1837 entrò in seminario a Colle Val d’Elsa, per diventare prete e ricevere un’istruzione. Nel 1842 fuggì da questa esperienza. Fra il 1842 e il 1844, seguì lezioni di filosofia e di retorica a Firenze, presso un’altra scuola religiosa: gli Scolopi.
Nel 1843, sempre studiando da autodidatta, iniziò a lavorare come commesso nella libreria Piatti. Fece così conoscenza col mondo dei libri e in seguito diventò redattore e cominciò a scrivere.

Nel 1847 iniziò a pubblicare recensioni e articoli per la Rivista di Firenze.

Abbracciando le idee mazziniane, partecipò alle rivolte risorgimentali. Nel 1848, allo scoppio della Prima guerra di Indipendenza, si arruolò volontario per combattere in Piemonte, come molti altri studenti.

Tornato a Firenze fondò l’antigovernativo giornale umoristico repubblicano e mazziniano Il Lampione (censurato da lì a breve).

Nel 1849 diventò segretario ministeriale iniziando il lavoro di impiegato della pubblica amministrazione che lo accompagnò fino alla pensione.

Nel 1881, In Occhi e nasi, dirà della condizione impiegatizia: "La classe dei signori abbracciava tutti quelli che avevano da vivere comodamente, senza bisogno di lavorare. Fra questi figuravano gli impiegati governativi o granducali, dal Presidente del Consiglio fino al copista di Segreteria, per cento lire al mese. Perché bisogna sapere che in quella seconda età di Saturno un copista regio con cento lire al mese era braccato e corteggiato da tutte le mamme che avevano figliuole da maritare…".

Per tutti gli anni Cinquanta, l’impiegato fece il giornalista descrivendo una realtà locale con toni satirici, e con lo spirito del letterato arguto e divagante.

Nel 1850 diventò amministratore della libreria Piatti, che svolgeva anche attività di editoria. Nel 1853 fondò un nuovo periodico, Scaramuccia, in cui si occupava principalmente dell’opera lirica che fu in effetti la sua vera passione teatrale. Non disdegnò tuttavia riflessioni sul romanzo, soprattutto sui vari feuilletons alla moda, e recensioni a opere poetico-letterarie, a proposito delle quali leggendaria tra i "collodisti" è la stroncatura, in una cinquantina di pagine (!), del poema Rodolfo di Giovanni Prati, irriso e insultato da un faziosissimo Lorenzini tanto perfido da nascondere la sostanza intera di quel velenoso fiume di parole; sostanza politica, altroché letteraria, visto che Prati era sostenitore della monarchia Sabauda e in procinto di diventare storico stipendiato di casa Savoia.

Nel 1856 scrisse due articoli pubblicati con lo pseudonimo di Collodi. Dello stesso anno sono le sue prime opere importanti: Gli amici di casa e Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica.

Nel 1857 scrisse I misteri di Firenze. Scene sociali. Uscito a dispense, verosimilmente dopo il successo dei Misteri di Parigi di Eugene Sue e sulla linea letteraria ormai consolidata dei "Misteri".

Nel 1859, falsificando i documenti di identità e la data di nascita, si arruolò nel reggimento Cavalleggeri di Novara partecipando alla Seconda guerra d’indipendenza.

Nel 1860 diventò, come per uno scherzo della sorte, censore teatrale.

Gli anni tra il 1861 e il 1875 non uscirono suoi libri. Collodi scriveva articoli, la sera rientrava in casa e per prima cosa salutava e baciava la madre rimasta vedova. Frequentava molto i caffè degli artisti che così descrisse in Occhi e nasi: "Lì un giornalista teatrale, mentre con la mano si portava alla bocca un panrotondo gravido di patria mortadella col finocchio, correggeva le bozze di stampa di un articolo; più in là tre o quattro giovani, avvocatini in erba, letteratini sbucciati appena e poetini non ancora gallati, declamavano a voce alta qualche nuova poesia […]; al tavolino accanto, un tenore incimurrito scriveva da se stesso un articoletto in proprio elogio, per risparmiare al giornalista la fatica di scriverlo lui; lì vicino tre poveri cantanti, randagi come i cani senza padrone, ammorbavano l’aria con certi vocalizzi andati a male, da mozzare il respiro."

Ozio, vino, fumo, incontri conviviali con gli amici, amori e gioco d’azzardo furono i suoi piaceri, secondo testimoniano gli amici che lo considerarono sempre un "donnaiolo". Siamo qui al più smaccato bozzettismo, a cui si può aggiungere l’aspetto fisico: gambe storte, pancetta, calvizie e gran cappello per coprirla, baffi spioventi e pizzo, oltre alla conclamata pigrizia. Alle spalle di questa mitica e forse non autentica pigrizia, c’era un’agiatezza acquisita con il doppio lavoro e con la vicinanza del fratello, Paolo, divenuto nel frattempo dirigente della manifattura Ginori e omonimo di quel Collodi nipote (figlio del terzo fratello Lorenzini) poi autore apprezzatissimo del classico Sussi e Biribissi.

Nel 1865 Firenze divenne capitale del regno d’Italia (e lo restò fino al 1870). Nel 1868, Collodi, su invito del ministero dell’istruzione pubblica, fu fra i redattori di un dizionario di lingua parlata, il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze.

Ma egli trovò la sua vena pulsante quando, ormai cinquantenne, si dedicò alla letteratura per l’infanzia. Come funzionario al servizio dello stato unitario appena formato, iniziò con la traduzione dei racconti delle fate di Perrault, per poi lavorare a vari libri per la nuova scuola dell’Italia unita. Nel 1875 ricevette infatti dall’editore Felice Paggi l’incarico di tradurre le fiabe francesi più celebri e apprezzate. Collodi tradusse Charles Perrault, Mme d’Aulroy, Marie Jeanne De Beaumont. La traduzione mostrava la sua abilità di scrittore e la particolare vivacità della sua lingua. La scelta uscì l’anno successivo con il titolo Racconti delle fate.

Il 1877 venne l’anno di Giannettino ("E ora ragazzi, se starete attenti vi racconterò per filo e per segno la storia di Giannettino"), ricciolone rosso e occhi celesti, e nel 1878 fu la volta di Minuzzolo.

Per dedicarsi a Pinocchio, il 2 giugno del 1881 su sua richiesta andò in pensione. Fu questo l’anno collodiano: uscì Occhi e nasi, che è tra le sue cose migliori, mentre il 7 luglio 1881, sul primo numero del periodico per l’infanzia Giornale per i bambini (pioniere dei periodici italiani per ragazzi diretto da Fernandino Martini), comparve la prima puntata de Le avventure di Pinocchio, con il titolo Storia di un burattino.

Nel 1883 pubblicò Le avventure di Pinocchio raccolte in volume. Nello stesso anno diventò direttore del Giornale per i bambini. Nondimeno, l’accoglienza riservata a Pinocchio non fu inizialmente benevola, a differenza di Giannettino che ebbe un successo immediato: il perbenismo della modesta critica letteraria, abituata a testi più edificanti ed educativi, ne sconsigliò la lettura ai ragazzi "di buona famiglia" (per i quali poteva trattarsi di una pericoloso stimolo all’emulazione). E d’altronde dovettero passare un bel po’ di anni prima che ci si accorgesse della debordante ricchezza di Pinocchio, questa creatura d’anima.

Giovanni Papini indicò come «fonte» della figura del burattino la favola di un «omino di legno» che usciva da un albero a fare scherzi benigni. I nonni del contado la raccontavano ancora ai bambini nelle case e sulle aie.

Spigoloso e disincantato, scettico, e ingrigito dopo il rientrare degli slanci e delle attese del Risorgimento, Collodi aveva finalmente infilato, dopo cose anche scialbe leggere e discutibili, una splendida "bambinata".

Morì improvvisamente, per aneurisma polmonare, nel 1890 di fronte a casa, la dimora dei Ginori in via Rondinelli 7, in cui aveva continuato a vivere da scapolo con la madre e poi con il fratello Paolo e la di lui moglie. Come scrisse Savinio in Narrate, uomini, la vostra storia (1942),: "Lo trovarono appoggiato allo stipite del portone, col capo girato da una parte, con un braccio ciondoloni, con le gambe incrociate e ripiegate a mezzo da parere un miracolo se stava ritto, e la mano rattratta sul campanello che continuava a squillare lassù nella casa vuota. Lo portarono di sopra, stecchito come un grosso burattino"

Alberto Savinio, nella sua ricostruzione di quegli ultimi momenti, scrisse anche queste consolatorie parole :

"Ma questa era una finzione per la famiglia, per gli amici, per la gente. Il vero Lorenzini, colui che firmava "Collodi" e aveva scritto quel Pinocchio che gli intenditori hanno definito la "Bibbia del cuore", era arrivato intanto in fondo a via Rondinelli, aveva preso a destra in via Cerretani, aveva iniziato il suo cammino nell’immortalità."








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 22 novembre 2007