La strage delle donne

Silvia Ballestra



Questa è una parte del quarto capitolo del pamphlet Contro le donne nei secoli dei secoli, edito da Il Saggiatore nell’ottobre del 2006. Ringrazio Silvia Ballestra per avermi concesso di riprodurre il testo.

Se vi siete cimentati fin qui con l’esercizio uno (individuare tutti i claim pubblicitari, gli slogan e le immagini che offendono la donna), siete pronti per l’esercizio due. Ricordate i titoli della cronaca nera? Se non avete memoria basta poco: una settimana di lettura dei quotidiani, anche distratta, anche casuale, e avrete il vostro florilegio di titoli. Vi dico quelli che mi ricordo, qui, al volo, senza documentazione e senza togliere le mani dalla tastiera:

Macerata – Massacra di botte la moglie e la butta nel cassonetto.
Roma – Uccide la moglie e la decapita con un coltello da Rambo.
Veneto – Picchia a morte l’amante incinta al nono mese e la seppellisce ancora viva.
Milano – Accoltella la fidanzata con un bisturi da sushi poi scappa nudo in strada urlando di essere Osama bin Laden.
Toscana – Sbuca dai cespugli con una pistola, uccide la ex compagna e poi va a suicidarsi al cimitero.
Biella – Perseguita la ragazza che aveva violentato anni prima, la sorprende da sola e la uccide.
Messina – Spara alla sorella sgravatasi da poco perché ha «disonorato» la famiglia unendosi con un uomo diverso dal marito.
Perugia – Picchiata e uccisa nel parco.
Genova – Trentaseienne trovata con la gola squarciata in un vicolo del centro.
Foggia – Quindicenne uccisa a pietrate dal cugino-amante.

Non voglio esagerare, ma aggiungo quelli che ho scartato o che mi sono venuti in mente appena qualche minuto dopo, a raffica:

Pensionato uccide la moglie con una motosega. Operaio pachistano accoltella compagna e la lascia morire dissanguata. Un uomo di 69 anni che aveva già ammazzato la prima moglie, uccide la seconda e poi si suicida. Autotrasportatore di Verona ammazza moglie e figlia poi si toglie la vita. Pensionato massacra moglie e figlio...

Siamo alla mattanza, insomma. Rapite, violentate, picchiate come tamburi, ricattate sessualmente. E sempre più spesso, come atto dovuto, compaiono il dettaglio efferato, la firma splatter a suggellare il disprezzo per quel corpo così familiare, l’oltraggio definitivo, siano essi il cassonetto della monnezza, o il lago di sangue, o i particolari sessuali della scena del crimine. Che si tratti d’un tributo alla sete di fiction noir che impera in tv e nelle classifiche dei libri? Oppure ciò che ci potrebbe sembrare patologico è semplicemente normale? C’è qui il primo cortocircuito sulla violenza alle donne: ogni volta presentata come eccezionale, ma talmente frequente da faticare, e parecchio, a convincere sul suo stato di eccezionalità. Andiamo, una cosa è strabiliante quando succede una volta l’anno, non due o tre volte al giorno! E dunque eccoci di fronte non a centinaia di casi di violenza sulle donne, ma a un enorme, gigantesco, direi planetario, caso. Nella cronaca, ogni singolo episodio di questo massiccio pogrom contro le donne ha lo spazio che merita (secondo le morbosità del caso), e il fenomeno immenso e generale resta invece taciuto. Ogni giorno si massacra una donna, e se ne parla. Ma del fatto che ogni giorno si massacrano le donne non parla nessuno. A proposito di violenza.

A guardare le cifre, la ricorrenza inarrestabile delle notizie, non siamo nel bel mezzo d’una stranezza del momento. Non siamo di fronte a faccende tribali, mutilazioni religiose, a moltitudini la cui vita è considerata quasi naturalmente in bilico (le cinesi! le indiane! i cadaveri a mucchi di Ciudad Juarez! Altri pianeti, altre culture, che c’entriamo noi con questo? Sono fenomeni tanto lontani e remoti che allora, sì, per paradosso, si guarda al fenomeno generale). Ma no. Qui siamo di fronte ai vicini di casa, ai colleghi di lavoro, alle coppie vecchie e nuove, nella loro quotidiana normalità.

Dal profondo Nord al profondo Sud, dalle metropoli ai paesini, dagli italianissimi padani agli stranieri immigrati, dai giovani ai vecchi, dai pregiudicati ai professionisti, non risparmiando le stracivili «regioni rosse», né l’illuminata Francia, le donne cadono come soldatini di prima linea. Ogni classe sociale, persone ben scolarizzate, privilegiati, intellettuali inclusi, nobili e plebei, artisti e marmisti, cocainomani o astemi, tutte le tipologie possibili e immaginabili non si tirano indietro quando si tratta di menare una donna. Ricchi, poveri. Ignoranti, colti. Premoderni, moderni, postmoderni. Dimenticavo: uomini.

Se una qualsiasi minoranza del pianeta subisse quel che stanno subendo le donne, in termini di morti e feriti, avremmo come minimo una speciale sessione straordinaria all’Onu. Prese di posizioni. Risoluzioni. Dichiarazioni di Condoleezza. Stanziamento di fondi. Missioni umanitarie (Dio ci scampi!).

E invece, tranquilli, sono solo donne!

Ma ora che mi viene in mente: se si ammazza un somalo, o un civile a Baghdad, se si tira un razzo su una casa in Galilea o si stermina un asilo infantile a Beiruth, se si ammazza un ricattatore o si avvelena lo zio per l’eredità, se si spara a quello che ti ha fregato il parcheggio, se si mette una bomba sull’aereo, in banca, sul treno, se si accoltella il rapinato che si ribella, ecco, allora nessuno potrà dire: l’ho ammazzato perché era di mia proprietà. Invece quando si ammazzano le mogli e le figlie, le fidanzate, le amanti, regolarmente si dice in soldini proprio questo: era mia, o non voleva essere più mia. O era di un altro. Cose così. E questi delitti non sono altro che sanguinose dispute intorno alla proprietà della donna, il che anziché aggravare il giudizio in qualche modo lo stempera e lo ammorbidisce. Del resto ammazzare la moglie per delitto passionale è considerato generalmente meno grave che sparare a un gioielliere.

Riassumo confusamente quel che sento sulla violenza, quel che tutto questo suggerisce al netto di sottili distinguo e complicate elaborazioni teoriche. Fastidio. Perché di cronaca nera, in questi anni, non se ne può più; spettacolarizzata fino alla nausea da tv e bestseller psicopatici, calpestando ogni possibile decenza e pudore, si sbattono in prime time plastici della scena del crimine e anatomopatologi vari e gascromatografi e test del Dna, così che gli assassini diventano più popolari e copertinati di una rockstar. Sangue, sangue e sangue, e Foxcrime se avete la parabola. Perciò, via come i fulmini dalle storiacce di sangue, dalla cronaca nera che sporca ciò che alla fine sarebbe la cronaca: quel che succede. Perché messa così, come dire patinata e arrotondata dal racconto un po’ compiaciuto del fatto, la storia di una povera donna con la testa mozzata appare come cosa diversa dalle cifre delle agenzie mondiali. Dunque fastidio per il voyeurismo dei media. Per quel far spettacolo del caso specifico, con i suoi specifici orrori, senza mostrare l’intero campo di battaglia pieno di morti (di morte, per la precisione).

Ma non solo.

Fastidio da parte maschile perché chiamata in causa, colpevolizzata, guardata con sospetto. Di sicuro, persino i più democratici esitano ad accettare di appartenere in qualche modo alla parte che opprime: anche loro concordano sull’enormità delle statistiche. Ma le statistiche se ne stanno lontane, tot per cento, tot migliaia, colonne, cifre. La vicina picchiata o l’accoltellata del giorno sembrano un’altra cosa. Non è indifferenza, ma lontananza, una specie di neutralità, paura di confondersi e confrontarsi. Un rimarcare la propria estraneità verso una violenza sicuramente sessista, che scatta quando la vittima si sottrae a un «possesso». Anche per gli uomini migliori, mi sembra di capire, di intuire, la fatica di vedere la violenza sulle donne come un crimine di massa è enorme: preferiscono pensare a qualche milione di casi singoli. Si tirano su con un «io-non-sono-così», una specie di grappino.

Ma perché noto un certo fastidio anche da parte delle donne che un tempo si sarebbero chiamate «emancipate»?

Intanto, anche qui, perché non fa piacere vedersi comunque arruolate in quella metà di umanità destinata a far da vittima. E, visto che la maggior parte dei casi si verifica in famiglia, anche per una incredulità, un certo nervosismo, un’irritazione al pensiero che così tante donne sopportino per anni violenze, botte, umiliazioni in nome di qualcosa che, francamente, a noi non sottomesse e non menate sfugge del tutto.

Si sopporta, si subisce, si soccombe per amore? Quieto vivere? Pietà? Sudditanza psicologica? Economica? Inadeguatezza, mancanza di autostima, bisogno di protezione? Ci si immerge nella violenza di coppia, dandole e prendendole (ma alla fine, più spesso, e se non altro per accertata inferiorità fisica, prendendole di santa ragione), perché l’amore non è bello se non è litigarello – e menarello? Mah. Strana ricerca d’un equilibrio coniugale, strano concetto d’amore, davvero. Ma credo prevalga, alla fine, una specie di non intromissione, un «sono-fatti-loro», come un cedere di fronte al fatto privato. E ci aggiungerei un senso di superiorità, una superbia. Se una si fa menare dal marito – pensiamo noi che ci sentiamo tanto libere o che ci siamo scelte altri mariti – è perché non sa difendersi. Pfui! A me non capiterebbe. E così si archivia: sfigate, poco consapevoli, deboli. Una presunzione spaventosa. Finché non succede alla signora di sotto.
(…)








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 22 novembre 2007