Ripensamenti?

Teo Lorini



Pochi giorni fa un agente di polizia ha ammazzato un ragazzo di 28 anni sparando ad altezza d’uomo attraverso le corsie di un’autostrada percorsa da migliaia di automobili, torpedoni, famiglie. Un atto criminale e folle, che Andrea Tarabbia ha ben commentato qui. Il lunedì successivo a quel gesto, ai goffi tentativi di mentita da parte delle istituzioni, ai violenti disordini che ne sono seguiti, il Corriere della Sera ha ospitato (con discutibile senso di opportunità) un articolo di Pierluigi Battista a cui non ho ancora letto una replica. E non me ne capacito.
Nel pezzo in questione, Battista spreca paragrafi di traballante retorica per assecondare una richiesta già fatta su Libero da Renato Farina (e apprendo così che il quotidiano di Feltri dà ancora spazio e voce a una persona che, improvvisandosi collaboratore e spacciatore di false informazioni per i servizi segreti è riuscita a infrangere tutti i codici deontologici della professione di giornalista. Anche quelli che a Libero si rispettano ancora). Farina prima, e Battista poi invocano addirittura l’intervento del governo per censurare Morte accidentale di un anarchico, la pièce di Dario Fo che Teatridithalia ha rimesso in cartellone dal 2002.

Com’è noto, la commedia di Fo verte sulla morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della questura di Milano in circostanze molto confuse e risolte da una sentenza (il celebre "malore attivo") che costituisce un unicum nella dottrina giurisprudenziale. Il responsabile della catena di comando, ovvero dell’ufficio politico della questura di Milano da una delle cui stanze precipitò il corpo inerte di Pinelli, era il commissario Luigi Calabresi, assassinato nel maggio 1972, dopo una virulenta campagna di stampa condotta da Lotta Continua e durante le sessioni di un processo (che era poi ciò a cui mirava LC) in cui finalmente si sarebbero dibattute risultanze, perizie e responsabilità. A dispetto di quel che afferma Battista, sull’omicidio di Calabresi, come sui colpevoli denunciati 16 anni dopo dal provvidenziale pentito Leonardo Marino, restano fittissime ombre e lacune.
Battista invoca dunque una pietas che dovrebbe scongiurare la messa in scena di Morte accidentale e lo fa con una tumescenza retorica che ha del miracoloso. Solo per dare un’idea, si parla di un testo "cucito coi materiali inquinati dal pregiudizio e dal fanatismo ideologico", frutto della "malia" (sublime!) "di una stagione politica tetra e asfissiante" e insieme concessione alle "tentazioni della barbarie politica e dell’accanimento ideologico".
Il dato di fatto, acclarato da tutti i gradi di giudizio è che dalla finestra della questura Pinelli precipitò esanime e che le testimonianze degli astanti furono reticenti e tese a inquinare le prove (resta insuperabile la dichiarazione del brigadiere Panessa che rivelò in esclusiva sul Corriere del 17 dicembre di essersi lanciato con un "balzo felino", facendo in tempo ad afferrare "solo la scarpa" di Pinelli. Che doveva averne una di riserva, visto che due ve n’erano, e ben allacciate, ai piedi del cadavere sul selciato).
Ribadita doverosamente la pietà umana per l’omicidio di Luigi Calabresi, è però del tutto evidente che, almeno in qualità di ufficiale maggiore in grado, il commissario era responsabile di quanto succedesse nel suo ufficio e che, per gli stessi motivi gerarchici, non poteva semplicemente ignorare quel che nel momento cruciale vi accadde. Motivi gerarchici validi anche se, come è stato appurato, in quell’istante Calabresi era fuori della stanza.

Non è però scopo di questo articolo (né io ne sono abile o degno) stabilire come siano andate le cose nella notte del 15 dicembre. Quello che mi preme ricordare (e che evidentemente non bastano riconoscimenti e premi a ratificare) è che Dario Fo è un artista e che come artista, come uomo di teatro, vive la realtà, ne scrive, ne fornisce un’interpretazione. Quell’interpretazione, quell’opera d’arte fa parte di un corpus che ha meritato il premio Nobel, sminuito all’uso italiano quando ad aggiudicarselo è qualcuno di sgradito e (facile previsione) rivalutato dopo la scomparsa del vincitore nel prevedibile tripudio di eloquenza a cui siamo abituati: de mortuis nihil nisi bonum. Nobel a parte, la Morte accidentale di un anarchico, rappresentata e applaudita in tutto il mondo è diventata patrimonio della letteratura, un patrimonio che definitivamente prescinde dalle circostanze in cui fu composto.

La richiesta di un "ripensamento", addirittura della sospensione per decreto censorio di Morte accidentale è un monstrum contrario alla ragione e al senso comune. Avrebbe lo stesso senso chiedere di non rappresentare più i Persiani di Eschilo, offensivi per la memoria dell’imperatore Dario che vi viene rappresentato come un fantasma pallido, fragile e consapevole (ben oltre i limiti dell’autodenigrazione) degli errori suoi, di suo figlio Serse e di tutta la politica imperiale persiana.
In base allo stesso balzano ragionamento le riscritture auspicabili diventano legione: gli storici hanno dimostrato quanto fosse parziale il fosco ritratto di Riccardo III fornito da Shakespeare nell’omonima pièce, influenzata dagli eventi contemporanei e dalla committenza. Per non parlare dei sofismi socratici messi in felice burla nelle Nuvole di Aristofane. Dalla pietas per il sommo filosofo ateniese e per la sua iniqua messa a morte, non dovrebbe a rigor di logica derivare la censura per l’irrispettoso (e ostinato) Aristofane e la messa al rogo di quell’infausta commedia, forse anch’essa frutto di altre "malie" e altre "asfissianti stagioni politiche"?

Eccoci dunque daccapo. Al rogo dei libri, con i suoi tanti e tanto illustri precedenti.
Nella sua facondia Battista ha trovato modo di infilare una frecciatina in clausula all’odiato Marx e alla sua frase sulla tragedia che si ripete in farsa. Mi pare che le considerazioni esposte sin qui diano invece un’idea di quanto profondamente farsesca e involontariamente comica si riveli l’invocazione censoria di Battista & c.
Dal momento però che sorridere è difficile in momenti tanto dolorosi, pare più opportuno chiudere esortando a un’altra e più seria riflessione sulle vere ragioni per cui, a trent’anni di distanza, permane in Italia quella che Giovanni Moro, nel mirabile pamphlet Anni Settanta appena edito da Einaudi, definisce "patologia del ricordo", una sorta di tabe ereditaria (in cui gioca ruolo enorme la difficoltà ad accertare i fatti e la verità definitiva) che impedisce di giungere finalmente a costruire una memoria condivisa.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 20 novembre 2007