Una situazione strana, contraddittoria e paradossale

Antonio Moresco



Questa intervista a cura di Antonio Prudenzano è apparsa su Affaritaliani.it giovedì 1° dicembre.

Da quando ha cominciato a scrivere Gli esordi (1984) a quando il libro è stato pubblicato per la prima volta (1998) lei lo ha rivisto più volte. Continue revisioni e ribattiture in cerca della forma perfetta. Come mai ha sentito la necessità di rimetterci le mani ancora una volta? Nella postfazione alla nuova edizione da poco uscita per Mondadori lei scrive che al libro non è stato apportato “nessuno stravolgimento, ma migliaia e migliaia di piccoli, significativi e nevralgici interventi”. Può fare qualche esempio concreto?

In un certo senso io ho imparato a scrivere scrivendo Gli esordi. Anche se questo non è il mio primo libro, perché avevo già scritto molte altre cose che ho poi buttato nella spazzatura o scartato. Inoltre, prima di scrivere Gli esordi, avevo scritto altri due libri più piccoli (Clandestinità e La cipolla) che, quindici anni dopo, sono riuscito a pubblicare. Ma erano racconti lunghi e romanzi brevi narrativamente sigillati e traumatici, in cui mi divincolavo nel buio in cerca della mia strada. Con Gli esordi l’orizzonte si allarga, mi comincio a divincolare nella luce oltre che nel buio, ma ho dovuto conquistare un tempo interiore e una lingua per poterlo fare. Per questo ci ho lavorato su così tanto, perché stava cominciando qualcosa d’altro, perché era partita un’orbita più grande, che è ancora in corso.
Prima di allora la mia lingua aveva ancora dentro di sé delle cartilagini che provenivano dalle letture che avevo ricominciato o cominciato a fare a trent’anni, dopo un decennio in cui mi ero buttato in tutt’altre imprese, che provenivano dalle letture dei classici e degli antichi, da tutti i libri che incontravo per la prima volta nella mia vita in età adulta e dopo mille altre esperienze, perché io non venivo da studi regolari e dall’università, ero un autodidatta. Così, all’inizio, la mia lingua era ancora un po’ rigida, c’erano al suo interno delle cose che facevano diaframma (perciò sto rivedendo anche questi due primi libri in vista di una prossima ripubblicazione). Insomma, quello che sentivo di dover cominciare a dire doveva anche trovare le parole e la lingua per essere detto. Nell’ultima revisione degli Esordi ho eliminato parole e avverbi che mi sembravano stereotipati, espressioni, giri di frasi (di esso, di essa…), verbi che sentivo ingessati (giungere, udire…). Ho cercato anche di superare un certo elemento di incompiutezza ancora presente nella precedente edizione completando la titolazione dei capitoli, ripristinando cose che avevo tagliato o che mi erano addirittura rimaste dentro la penna, cambiando nomi. Qualche piccolo esempio: “la Dea”, che nella prima edizione si chiamava “la Dirce” e che ha ripreso il nome originario che portava nel manoscritto, “l’arma pesante” che diventa nell’ultima edizione, esplicitamente, “un fucile mitragliatore ancora lucente d’unto”, il candelotto di dinamite legato come una cravatta a farfalla al collo dei cigni e migliaia e migliaia di altre piccole ma nevralgiche cose…

Lei scrive anche che quando ha cominciato a lavorare a questo romanzo ha subito capito che “non sarebbe stato come gli altri libri che avevo scritto fino ad allora, che mi stavo cominciando a rompere perché doveva passare un’onda più lenta, più sfondante, più estesa, e che sarebbe stata una cosa molto più rischiosa e più lunga…” A che punto è oggi il suo percorso di scrittore e verso quale direzione, quale “sfondamento” la sta portando la stesura di quello che ha annunciato come il suo ultimo libro, che “porterà a compimento e a inveramento ciò che è cominciato con Gli esordi e poi proseguito con Canti del caos…” Quanto le manca? Cosa può anticipare sui temi trattati?

In questo libro, che ho già cominciato a scrivere da un anno (o meglio in quest’ultima parte dell’unica opera di cui è -e sarà- parte) e che mi prenderà ancora degli anni, tutto ciò che era finora sotto gli occhi del lettore acquisterà un nuovo, inimmaginabile aspetto. Ciò che non si era ancora rivelato completamente sarà l’agnizione stessa non solo di questa vasta opera in tre grandi parti che ho cominciato a scrivere 28 anni fa ma anche di tutto quanto ho scritto finora e della mia intera vita di scrittore e di uomo e anche di ciò che mi pare sia quella cosa che chiamiamo “il mondo”. Impossibile dire qui, in poche parole, di cosa si tratta. La porticina per entrarci non è questa, non sono qui le parole per dirlo, la cruna è da un’altra parte e io ci posso, ci potrò arrivare solo da lì. Qui posso dire che quest’ultimo libro si intitolerà Gli increati e che, come mi era capitato di affermare qualche anno fa, se non riuscirò a scriverlo, se non avrò cioè gli anni e la forza per poterlo portare a termine, sarà per me come non avere scritto niente. Non perché ritenga che quanto ho fatto sinora non sia niente e non valga niente, ma nel senso che verrebbe a mancare ciò che magnetizza e rende attingibile la dimensione dell’intera l’opera. La prima volta che ho fatto questa affermazione qualcuno ha pensato che la mia fosse solo una battuta, una sparata. Invece ero maledettamente serio.

Si aspettava maggiore attenzione dalla critica per il ritorno in libreria degli Esordi?

Sì, anche se non mi faccio illusioni e so bene com’è il grosso del nostro cosiddetto mondo culturale. Ma resta il fatto che questo libro, eccetto qualche breve segnalazione di poche righe e un’unica recensione autonoma su Tuttolibri della Stampa, è stato accolto finora da un assordante silenzio. In appendice a questa nuova edizione degli Esordi c’è un’antologia di giudizi sui miei libri, espressi da molti critici italiani nel corso di una ventina d’anni. Sono affermazioni anche molto forti, che non capita di leggere spesso. Eppure, nello stesso tempo, è come se ogni mio nuovo libro che esce fosse per molti di loro il mio primo libro. Come se non avvenisse in loro una sedimentazione, come se non sapessero ogni volta dove metterlo e dove mettermi, che cosa fare di me, come se vivessero la mia presenza come qualcosa di alieno, di fuori posto, come se non dovessi esserci. La mia impressione -oltre a tutto il resto, di cui ho già scritto più volte- è che gran parte di queste persone non si sia ancora confrontata davvero con il mio lavoro di scrittore, che in fondo non vogliano farlo, forse addirittura che non possano farlo, che non abbiano veramente e semplicemente non dico compreso ma nemmeno letto per intero i miei libri, non compulsati, letti, dall’inizio alla fine, con attenzione, con serietà, cercando di comprendere quello che da molti anni sto cercando di dire e di fare. È una situazione strana, contraddittoria e paradossale, tanto più adesso che i miei libri sono ormai tanti e per di più molto visibili, pubblicati addirittura da grossi editori… Ma per fortuna non c’è solo questo, ci sono anche delle eccezioni, soprattutto tra le persone giovani e con un’apertura di compasso più larga.

Lei, che a lungo ha avuto difficoltà a trovare editori per i suoi libri, pensa che sarà facile, alla fine dell’opera, trovarne uno disposto a far uscire tutte e tre le parti in una “pubblicazione unitaria e irradiante che ne sveli finalmente la sua vera e segreta natura, e che il suo titolo generale sia L’increato”? Mondadori si è già detta disposta a portarlo in libreria?

Mi è già capitato di parlarne con le persone che mi hanno accolto e voluto in questa casa editrice e mi sono sembrate aperte a questa possibilità. Non mi sono parse spaventate da questa enormità. E poi, sinceramente, in questo momento mi sento così vicino a questo magnete che ho la speranza che, quando verrà il momento, sia il libro stesso a sorprenderli e a conquistarli.

Dopo che la primavera scorsa ha partecipato all’iniziativa “Cammina cammina” (un viaggio a piedi da Milano a Napoli-Scampia, nel 150° anniversario dell’Unità, “per ricucire con i nostri passi un Paese che si vorrebbe sempre più disunito e devastato”),anche nella primavera del 2012 si rimetterà in cammino a piedi. Il nome della nuova iniziativa sarà “Stella d’Italia”. Quale sarà il percorso? E quale saranno le novità rispetto a “Cammina cammina”? Durante il primo cammino ha avuto idee per il libro “definitivo” a cui sta lavorando?

Sto preparando, con altri amici e camminatori incontrati la primavera scorsa, un’impresa ancora più folle dell’altra, una missione ancora più impossibile. La prima volta, alla vigilia della partenza, pensavamo che saremmo stati quattro gatti o quattro matti. Invece alla fine si sono unite a noi ben settecento persone, con molte delle quali si sono creati rapporti di amicizia e affetto e il desiderio di nuove imprese. La primavera prossima, a metà maggio e in date che preciseremo fra poco, faremo partire un nuovo cammino a forma di stella che attraverserà tutta l’Italia. Due bracci di questa stella si muoveranno dal nord (da Genova e da Marghera) e due dal sud (da Gioia Tauro e da Leuca). Più due dalla Sardegna e dalla Sicilia, a cui stiamo lavorando. I due bracci che saliranno dal sud est e dal sud ovest si incontreranno a Matera e poi saliranno insiene verso l’Aquila. I due bracci che scenderanno dal nord est e dal nord ovest si incontreranno ad Assisi e da qui scenderanno insieme verso l’Aquila, che sarà la metà finale e il centro dei raggi di questa stella, perché rappresenta bene la nostra condizione attuale ma anche il nostro desiderio e il nostro sogno di ricostruzione e rigenerazione. Durante il mio primo cammino -dove ho percorso 18 tappe per un totale di 500 chilometri- ho avuto la percezione di muovermi in una dimensione più profonda e segreta, che ha messo in movimento un’onda lunga dentro di me, anche come scrittore.

“L’era Berlusconi” sembra ormai arrivata al tramonto. Guarda con speranza al futuro del Paese, nonostante la crisi economica, civile e sociale che sta vivendo l’Italia? Si fida del “governo dei tecnici”?

Siamo usciti (speriamo) da un vero e proprio incubo, e questo è già qualcosa, è già molto. Perciò ho tirato un sospiro di sollievo, come penso abbiano fatto in tanti. Però bisogna vedere non solo la punta dell’iceberg ma anche quello che c’è sotto, e allora occorre anche dire che tutto il modo in cui è strutturata la nostra vita, a livello economico, politico, culturale, sociale ecc. non è da tempo proporzionale alla situazione e forse addirittura al passaggio di specie che stiamo vivendo, e che se gli uomini non sapranno spostare più in là i propri limiti inventandosi qualcosa di impensato non ci salveremo. I rimedi contingenti di oggi saranno anche indispensabili, e io non disprezzo affatto quello che si sta cercando di fare, ma non dobbiamo nasconderci che sono pur sempre all’interno di questo orizzonte cieco e senza futuro. Però non si può vivere sempre nell’insoddisfazione, nella disperazione e nell’angoscia. Ogni tanto bisogna pur godere un po’, fosse anche per un solo giorno. E allora godiamo un po’!

Come guarda al presente della letteratura italiana contemporanea? Di recente ci sono stati romanzi di giovani autori che l’hanno colpita? Le nuove voci hanno la forza per confrontarsi con questo presente frammentato?

A me pare che ci siano in giro anche delle cose significative scritte da giovani autori. Io non conosco molto, posso leggere poco, per ragioni di tempo e di occhi, non pretendo quindi di avere una visione completa di quanto i nostri giovani scrittori stanno facendo in questi anni. Però qualcosa mi arriva e qualcosa leggo. Tra gli ultimi romanzi di giovani autori che mi è capitato di leggere mi hanno colpito, ad esempio, il disarmato e intenso La luce prima di Emanuele Tonon (Isbn edizioni), di cui ho già parlato proprio qui su Affari italiani. Mi è sembrato notevole La congiura delle colombe di Vincenzo Latronico (Bompiani), uno scrittore molto giovane che mi pare destinato a crescere e a lasciare il segno. Mi è piaciuto anche Il demone a Beslan di Andrea Tarabbia (Mondadori), un libro robusto, che non ha paura di affrontare cose grosse. Questi due ultimi libri sono stati avvistati e trattati bene dalla critica. Mi è piaciuto anche un breve romanzo corale intitolato Se fossi fuoco, arderei Firenze di Vanni Santoni (Laterza), uno scrittore di talento, mi pare, che ha bisogno solo di un po’ di “liquido di contrasto” per crescere ancora. E poi ci sono sicuramente altri romanzi che io non conosco o che non mi stanno venendo in mente adesso, e altri ancora che avrebbero bisogno di un discorso a parte. Vorrei nominare infine anche uno strano, traumatico e sghembo libro d’esordio passato quasi completamente sotto silenzio, intitolato Bella pugnalata, di Alessandra Saugo. Solo pochi decenni fa un libro così sarebbe uscito da un editore tipo Einaudi e se ne sarebbe parlato come di un esordio originale e significativo. Adesso invece, siccome è uscito presso un piccolo, coraggioso editore (Effigie), nessuno o quasi ha voluto rischiare di leggerlo e di parlarne. C’è in giro molta cecità, molto pigrizia, molto opportunismo e molto cinismo.

Lei ha 64 anni. Il suo approccio alla vita e alla scrittura ha trovato un equilibrio? Si sente un uomo e uno scrittore sereno, “riconciliato”?

No, io non ho trovato un equilibrio, se per equilibrio si intende saper salvare capra e cavoli, conciliare ciò che è e che deve rimanere inconciliato. Ho solo imparato a stare in equilibrio sul fronte di questa cascata e non mi sento riconciliato.


UN PENSIERO SU “UNA SITUAZIONE STRANA, CONTRADDITTORIA E PARADOSSALE”
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pubblicato da a.moresco nella rubrica a voce il 2 dicembre 2011