Se consideri le colpe

Maria Pace Ottieri



“Ci sono dei posti in cui i miracoli li si fanno succedere e altri che si passa solo il tempo ad aspettarli. Perché pensi che tua madre sia venuta fin qui?” La Romania di oggi fa da sfondo a un doloroso rapporto di un figlio con una madre originale, libera, figlia scapestrata di una famiglia di notai che l’ha ripudiata, intraprendente donna d’affari sempre in viaggio, fino all’abbandono definitivo del figlio che la rivedrà solo per le ultime esequie.

Autore di Cordiali saluti e Mi spezzo ma non mi impiego, Andrea Bajani, attento osservatore del nuovo mondo del lavoro, approda a un romanzo misurato, asciutto e intenso, che ci racconta per la prima volta dall’interno il mondo dei neo coloni italiani in un paese devastato dalla dittatura cieca e feroce di Ceausescu.

Imprenditori, cacciatori, pionieri, come amano definirsi, in cerca di fortuna, industriali di salotti, scarpe, assicuratori, emigranti capovolti, attirati dalla povertà e quindi dalla vulnerabilità e dal bisogno di un paese dove tutto è da fare, si aggirano su arroganti fuoristrada, “con la boria di chi è padrone due volte proprio perché è in terra straniera,” e la presunzione di portare il futuro in un luogo immerso nelle tenebre del Medioevo. Ma insieme a quella delle imprese, Bajani ci racconta di una delocalizzazione ben più lacerante e immedicabile, quella di un amore, l’amore per la propria madre, appunto, a cui Lorenzo si rivolge in un lungo monologo, per rievocare la sua infanzia singolare, fitta di sofferenza muta, scarti affettivi, tradimenti improvvisi e anche di momenti d’incanto, complicità, giochi, invenzioni come il disegno di quell’altro mondo per il quale Lula, la madre, partiva sempre più spesso, un mondo tracciato su un foglio al di là di un fiume e appeso al frigorifero dove Lorenzo fingeva di cercare qualcosa, solo per potere guardarlo.

In quel mondo a tre ore di aereo, venti di macchina, trenta di pullmann, la madre si era trasferita per sempre con il socio amante Anselmi, per esportare un’azienda di prodotti di bellezza e la sua invenzione all’avanguardia, un uovo grande quanto un uomo adulto, dove sparivano le persone grasse per uscirne magre. Lorenzo era rimasto a casa con il marito della madre che gli aveva fatto da padre e un padre aveva saputo diventare davvero, uniti dall’attesa di lei, Lula, delle sue telefonate sempre più rare, remote, indecifrabili.

Poi un telegramma firmato Anselmi che ne annuncia la morte. Ora è Lorenzo a partire per quel paese al di là del fiume immaginario, una città di mostri di cemento su cui torreggia il gigantesco Palazzo di Ceausescu, e di capannoni dai nomi italiani, tedeschi, francesi. E’ lui a immergersi in quell’ignoto far west che le prime volte, prima di inghiottirla, suscitava nella madre paura e fascinazione. E a ricostruire con dolente distacco la sua vita finita nell’alcol, nell’infelicità fino alla consunzione.

Il giovane e fedele autista Christian, il greve Anselmi, la giovane assistente Monica che l’aveva portato via alla madre, l’amico italiano Viarengo, costruttore di bare, che gli racconta di quella volta che Lula aveva voluto sdraiarsi in una bara per vedere come si muore, in tacchi, gonna e rossetto. La madre è nelle fotografie, nei disegni sopra l’uovo a grandezza d’uomo che la fabbrica produce, nei pacchetti di sigarette stipati nei cassetti della casa anonima, nel piccolo mappamondo che scappa dagli scatoloni di roba da buttare, sul quale da bambino, lei indicava al figlio dov’era la Romania. E ora Lorenzo sente e capisce quello che allora non poteva sapere, che quel luogo azzerato dalla sua storia è la scena su cui la madre e molti altri, erano calati come falchi con la speranza di una nuova vita, ne avverte l’intensità del ricominciare, del desiderio di reinventarsi un facile successo sul niente degli altri, sulla miseria di un popolo che aspetta da sempre di vedersi riconosciuto il diritto alla dignità.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 19 novembre 2007