IL PRIMO AMORE 2 - Anteprima

Anna Ruchat



I due brani che seguono sono tratti dall’intervento di Anna Ruchat ("Di quanta casa ha bisogno un uomo?") contenuto nel secondo numero della rivista del Primo amore - Il dolore animale - che è finalmente nelle librerie.

I TOPI ESCONO ALTRAMONTO. Al calare del sole attraversano di corsa gli androni o le gettate di cemento sotto i ruderi. Sono lunghi e panciuti, si muovono ciondolando senza eleganza e con un ritmo rapido di intenzione si dirigono verso i mucchi di rifiuti che nessuno sgombera e che si trovano lungo tutte le zone abitate. La sera è il momento in cui le donne con le gonne lunghe spazzano per terra fuori dalle baracchine e i topi passano tra loro e i bambini che giocano: incuranti, quasi spudorati, non hanno paura degli esseri umani. I Vaduva, mi hanno raccontato che durante la notte li si sente passare di corsa sul tetto della baracchina, sono tanti e il rumore è assordante, e quando riescono a entrare in cucina rovesciano ogni cosa con un baccano di pentole e oggetti che cadono. Solo nella stanza con il letto dove dormono, padre, madre e i cinque figli, non possono entrare, sarebbe troppo, dicono i Vaduva. Ma il troppo alla Snia non è una misura del concreto. Nella baracchina di Lenuza Kostake, che ha due bambini piccoli, di 9 mesi e 4 anni, nati entrambi a Pavia e tra i pochissimi inseriti qui negli asili, i topi arrivano dappertutto. Qualche giorno fa il marito di Lenuza, è stato morso a un dito da un topo mentre dormiva. Ma la mia paura è vengano morsi i bambini, dice Lenuza, per questo noi passiamo la notte dormendo a turno: mentre uno dorme l’altro caccia i topi con la scopa. Portassero via almeno un po’ di rifiuti! Qualche settimana fa, quando il bambino più grande era ricoverato in ospedale con la madre, per un intervento all’intestino, il marito di Lenuza, che ha fatto le scuole in Romania, sa leggere e scrivere, ed è uno dei pochi alla Snia che lavorano, mi aveva detto: se non trovo una stanza fuori di qui prima che loro rientrino dall’ospedale, ce ne torniamo tutti in Romania. E invece sono ancora qui. Incontro Lenuza verso sera, sul marciapiede del viale, mentre sta tornando dal cimitero con il carrello della spesa e il contenitore con l’acqua. Non è vita così tra i topi, mi dice lei. In Romania avevamo una casa, c’era l’acqua e l’elettricità e il gas. Però non riuscivo a dar da mangiare a mio figlio. Nell’anno in cui siamo tornati là ci potevamo permettere una banana al mese e il latte, quello buono, costava 4 euro al litro. Nata a Craiova, nel sudovest della Romania, ventiquattro anni fa, di origini Rom, Lenuza, come il marito, al suo paese faceva la spazzina. Dopo un solo anno non concluso di scuola (ma ha imparato a leggere per conto suo, dopo), all’età di 11 anni, è andata a lavorare. L’era Ceausescu era finita da poco e la sproporzione tra prezzi e salari era già enorme. Lenuza cominciava alle cinque del mattino e finiva alle sette di sera, per 2 euro al giorno. Nonappena è stato possibile lei e il marito se ne sono venuti in Italia. Per fame. Sì, mi dice, è vero che ci pensiamo spesso a tornare, soprattutto per via dei topi e della sporcizia, e anche perché nonostante i ricoveri in ospedale del bambino più grande una casa non l’abbiamo ancora trovata. Un po’ si lamenta Lenuza, che tutte le mattine, dopo aver portato i bambini all’asilo, va a chiedere l’elemosina, orgogliosa e riservata dice: se non altro qui abbiamo la frutta per i bambini, e il volto è accanitamente chiuso nel rigetto. Spesso vince la vergogna tra i muri della Snia. Questa sera, intorno alle 10, sono tornata alla Snia, dalla parte degli Stan, per portare l’insulina a un diabetico che l’aveva finita. La strada era buia, illuminata soltanto da una fetta di luna, e i topi sgusciavano ovunque davanti ai miei piedi. Poi sono entrata nel capannone dove la famiglia del diabetico stava mangiando, e anche lì un topo mi ha tagliato la strada. Animali del sottosuolo e della notte, i topi incontrati così tra la gente, in questo posto pieno di bambini, segnano più di ogni altra cosa un confine mentale e culturale, una linea di non ritorno: quella frontiera della decenza di cui tutti noi, comunità civile, dobbiamo finalmente prendere atto.

*

SI RICORDA SIGNOR SINDACO? Quasi due anni fa sono stata invitata dal consigliere comunale Irene Campari e dall’assessore alla cultura del comune di Pavia Silvana Borutti a tenere un breve discorso per la giornata della memoria che si celebra nel giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz, il 27 gennaio. La notte tra il 26 e il 27 gennaio 2006 a Pavia nevicò moltissimo. La città quella mattina era bianca e silenziosa. Alle 11 al Mezzabarba non c’era nessuno salvo pochi consiglieri comunali e qualche amico. Poi sono arrivati a piedi una trentina di ragazzi con la loro insegnante. Bene, mi sono detta, i ragazzi sono il pubblico giusto per una cerimonia come questa.
Il Suo discorso fu il primo. Non ricordo a memoria tutti i passaggi, forse mi distrassi per via della neve, so che a un certo punto le ho sentito dire che sì, noi siamo fortunati perché in epoca di globalizzazione non possono ripetersi gli orrori di Auschwitz. Che grazie alla vigilanza degli stati democratici e alla commistione delle culture, oggi siamo tutti uguali e tutti tolleranti. Ah sì? Davvero?

La mattina dell’abbattimento della Snia la famiglia Vaduva è stata svegliata brutalmente intorno alle sei dalla forza pubblica. Marito moglie e i cinque figli sono stati costretti a uscire dalla baracchina così com’erano, senza nemmeno potersi vestire. Dopo averli radunati fuori hanno intimato loro di andarsene quel giorno stesso, che i muri tra i quali abitavano sarebbero stati abbattuti, che si trovassero un’altra sistemazione, meglio di tutto tornassero in Romania.
Dal gennaio del 2007 insieme a un’armata Brancaleone che Lei ben conosce, sostengo come posso la causa dei Rom alla Snia, lo faccio soprattutto con la penna. È il mio mestiere. La prima immagine che mi è venuta in mente quando Victor Vaduva mi ha raccontato l’episodio del l’abbattimento, sotto il sole davanti alle macerie dello stabile, è stata la deportazione dal ghetto di Varsavia nel Pianista di Polanski: una scena, forse nemmeno delle più forti, che però in quel momento riassumeva tutti i ricordi letterari, diaristici, cinematografici depositati negli anni.
Ma poi mi sono detta: che senso ha continuare con questi paragoni? Non ci rendiamo conto che siamo in agosto e non in gennaio, che la giornata della memoria è ancora lontana? Cosa c’entrano adesso le deportazioni, i campi? Non abbiamo creato apposta dei bei recinti celebrativi in un momento molto più appropriato dell’anno?… E poi lo dice anche la canzone, ad Auschwitz c’era la neve!
Con questo caldo ci vuole ben altro per toccare il cuore di un sindaco, di una giunta, dei cittadini tutti e mi è venuto in mente un episodio diverso. I Vaduva hanno un cane, un bastardino spelacchiato e petulante ma simpatico e soprattutto italiano. Quel cane il giorno dell’abbattimento si è lanciato per ben tre volte sotto le ruspe e per tre volte è stato salvato da Ileana Vaduva che se lo è andato a riprendere: lui non voleva lasciare la sua casa anche se gli avevano spiegato mille volte che quella non era una casa ma soltanto una baracca costruita abusivamente. Fa niente, lui non ci voleva credere, quella era la sua casa. E andava a riprendersela.
Siamo in agosto, tempo di vacanze, ogni giorno sentiamo alla radio gli appelli che ci ricordano di non abbandonare gli animali quando partiamo per le ferie. Ma se cacciamo via i rom dalla Snia cosa ne sarà del cane dei Vaduva?

Ha visto cos’è successo a Livorno signor Sindaco? Non in un forno, ma quei bambini sono morti bruciati. Ricorda le parole di Primo Levi? "Meditate che questo è stato /Vi comando queste parole/ Scolpitele nel vostro cuore /Stando in casa andando per via,/Coricandovi alzandovi;/Ripetetele ai vostri figli:" Questa non è retorica signor sindaco, è la storia dell’Uomo e dell’Altro: del perturbante, del diverso, di quello che grazie alla sua non omologabilità ci fa vedere le nostre convenzioni e le nostre paure. Una storia che Levi e tutta la sua generazione hanno conosciuto fin troppo bene. E noi? Cosa vogliamo fare con il nostro Altro? Quello che si riversa nelle periferie, che noi bolliamo come nullafacente, criminale e per di più portatore di malattie contagiose? «Cancellarli non si può, a meno di concepirne lo sterminio» scrive oggi Gad Lerner sulla repubblica «Una follia? Niente affatto, è l’unico esito dilazionato nel tempo» Intanto, a Pavia, se ci sarà una soluzione per i 200 Rom della Snia, non la dovremo alla globalizzazione, non alla democrazia, non a un sindaco di sinistra e solidale. No.
Dovremo questa soluzione ai quattro bambini morti nel rogo di Livorno. Tragica combinazione signor sindaco, non trova?

***

Stiamo lavorando per migliorare la distribuzione nelle librerie, ma per il momento il modo più semplice, sicuro e diretto di averla è rivolgersi direttamente all’editore Effigie, sia per avere un singolo numero sia per abbonarsi. Ecco gli estremi:

Un numero: euro 15. Arretrati euro 14 più le spese di spedizione.
Abbonamento annuale (3 numeri) euro 40, con versamento sul conto corrente postale n. 79786430 intestato a Effigie Sas, via Vallazze 115, 20131 Milano, oppure con l’invio di un assegno o di un vaglia postale al suddetto indirizzo.
Per gli ordini inferiori a euro 40,00 e per le spedizioni all’estero, le spese postali sono a carico del destinatario.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica annunci il 15 novembre 2007