Il dolore che tutti

Andrea Tarabbia



Ieri mattina, tornando da Perugia, all’altezza di Arezzo abbiamo fatto una pausa. Volevamo bere un caffè e leggere i giornali: domenica sera, a UmbriaLibri finita, qualcuno ci aveva raccontato una storia assurda: tre tifosi della Lazio incrociano tre tifosi della Juve in un autogrill nei pressi di Roma (sic), litigano, si insultano e si mandano affanculo. Poi risalgono in macchina. Mentre questo accade, un poliziotto, fermo con la propria pattuglia nell’altro autogrill, in quello dall’altra parte della carreggiata, con un’autostrada di tre corsie più tre in mezzo, con un cordolo di cemento armato e una rete metallica perché nel tratto ci sono dei lavori in corso, un poliziotto, un poliziotto fermo che ha guardato la scena dall’altra parte dell’autostrada tira fuori la pistola e spara, spara, e centra in pieno uno di quelli della Lazio, lo prende nel collo e lo uccide.
Scoppio a ridere. Siccome quello che mi racconta la scena è Gianluca Morozzi, non ci credo, perché sembra una scena tratta da un suo libro. Poi ci penso. No: quale editore pubblicherebbe una cosa che contiene una scena così cretina e inverosimile? Non regge, è troppo cretina, troppo goffa, mal fatta. Come cazzo si fa a sparare da un lato all’altro dell’autostrada? Come cazzo si fa? Come cazzo bisogna essere messi per sparare a ottanta metri di distanza con in mezzo la possibilità che passi un autobus, un camion, un’auto qualsiasi, con la possibilità concreta di ferire qualcuno, di ammazzarlo, di far anche solo sbandare una macchina e provocare una serie terrificante di incidenti a catena?
Come cazzo si fa a sparare?
La cosa è invece vera: noi siamo fuori dal mondo da due giorni, persi dietro le presentazioni delle riviste, il cazzeggio, il freddo e la voglia di mangiare le frittate al tartufo. Morozzi dice: «E’ successo davvero: hanno rinviato un sacco di partite, a Roma e a Bergamo hanno fatto casino. Hanno spaccato la sede del CONI».
Insomma ci svegliamo la mattina con la voglia di leggere il giornale e di capire cosa sia successo e perché. Leggiamo le notizie in un autogrill vicino ad Arezzo, come ho detto, e siamo pieni di sonno. Leggiamo i titoli e gli occhielli, guardiamo i disegnini, le didascalie. Conosciamo Gabbo – che non avrei mai voluto conoscere. Scopriamo che la cosa non è accaduta a Roma, come ci era stato detto, ma qui; guardo Giorgio e dico: «Giò, qui siamo più o meno dalle parti dove è successo».
Usciamo. Sulla destra, in fondo, una parte del parcheggio è chiusa con dei nastri bianchi e rossi; poco oltre, un cartello verde che indica la direzione Firenze è completamente ricoperto di sciarpe di alcune squadre di calcio di serie A e B. Alcuni uomini sono fermi in piedi, davanti a quella che, avvicinandoci, scopriamo essere una macchia asciutta sull’asfalto, una macchia scura grande come una valigia. Noi non c’entriamo niente con questa cosa, noi fino a poche ore fa non eravamo nemmeno sicuri che fosse successo qualcosa e adesso, del tutto casualmente, ci ritroviamo qui. Dall’altra parte c’è davvero un autogrill, anche se l’assassino non c’è più. Gli automobilisti che sono fermi davanti alla macchia hanno la faccia contrita, quel dolore finto che è il dolore che tutti sentono di dover provare.
Io e Giò ci guardiamo: «Minchia», diciamo.

Ma che Paese è?, ci diciamo, in macchina. Ti rendi conto? Questo è il Paese dove noi stiamo cercando di diventare grandi, dove ci arrabattiamo per un lavoro, dove vorremmo scrivere le nostre cose, fare le nostre cose, magari crescere dei figli. Ma che Paese è? Quanto gli rimane da vivere? Che cazzo di posto è quello in cui ci si spara da un lato all’altro dell’autostrada? Che cazzo di posto è quello che ogni volta che ti fermi a pensare a ciò che vi succede, a come funzionano le sue istituzioni, la sua burocrazia, i suoi sindacati, la regolamentazione del lavoro e quella delle università, l’edilizia – cazzo, l’edilizia – ti vengono solo derive populiste, incazzature da cartone animato, invettive rancorose da tredicenne a cui è sparito il porno da sotto il materasso? Che cazzo di Paese è quello che si comporta in maniera talmente assurda da non essere comprensibile, e che non ti permette di riflettere, di trovare un tuo modo?
Che clima c’è? I lavavetri, gli omiciducoli, la deriva paranazistoide contro i rom, il blocco degli investimenti, la crisi del sistema scolastico e universitario, le masse mobilitate dalle partite di calcio anziché dalla politica, o l’emergenza che tutti dovremmo affrontare davanti all’impoverimento delle risorse, al surriscaldamento, il clima di terrore finto cui siamo sottoposti. Il mio popolo studioapertoide mi disgusta e mi fa incazzare, mi disarma. Faccio davvero fatica ad articolare dei pensieri complessi intorno a quello che sta succedendo in queste settimane e in questi anni, avrei talmente tante cose da dire e da scrivere che alla fine non riesco a dire e a scrivere niente. Tirare una riga sopra. Io vivo in un Paese dove succede che uno con la pistola vede delle persone che litigano dall’altra parte dell’autostrada e pensa di poterne ammazzare una. Vivo in un Paese dove le istituzioni che il tizio con la pistola in qualche modo rappresenta tentano di proteggere il loro rappresentante dicendo che «Il colpo era d’avvertimento ed è stato sparato in aria». Era seduto in macchina, il morto. Seduto. Quanto è alta l’aria per un poliziotto? Vivo in un Paese dove nel giro di qualche giorno sarà facile trovare gente disposta a crederci, come con Giuliani, e dove, nel giro di qualche anno, ci crederà la maggioranza.
Dico solo che tutto mi sembra finto: non ci sono problemi a livello di opinione pubblica che valga davvero la pena di prendere in considerazione. Lo stato della Rai, gli omicidi di questa e di quella, il processo a quell’altra, la velina incinta di non si sa chi. Il pianeta sta morendo, si vive male, si fa fatica a fare tutto, si è tornati a odiare la gente per il suo colore, per quello che mangia, per quello che prega.

Le ronde di cittadini la notte e l’estinzione della specie. I gioiellieri con le pistole nei cassetti e l’olocausto dei rom. Gli omicidi sessuali e l’impossibilità di trovare un lavoro. I lavavetri e la censura. Ma quali sono le cose vere, reali, le prime o le seconde di questo brevissimo elenco? Come sta il Paese? Su che cosa si dovrebbe concentrare davvero il dolore di tutti?

Oggi leggo e sento che il governo ha accostato gli idioti che hanno messo a ferro e fuoco stadi e città ai terroristi. Essere un tifoso violento viene accostato al terrorismo, a livello giuridico come di opinione pubblica. La parola terrorismo sta diventando piano piano una parola cava, un enorme contenitore vuoto e privo di un vero significato dentro cui si possono far entrare tutte le persone in qualche modo sgradite a qualcuno. L’utilizzo della parola terrorista in questa accezione generalista e superficiale è ciò che ad esempio sta giustificando davanti all’opinione pubblica russa il lento genocidio dei ceceni a opera di Putin. Il ceceno può essere rapito, torturato e fucilato perché è un «terrorista», indipendentemente da chi e da cosa realmente è; sua moglie può essere violentata e uccisa perché partorirà prima o poi un ceceno – e quindi un terrorista.
Stanno svuotando tutte le categorie, tutte le definizioni. Alcuni anni fa toccò alla parola «eroi», tra pochi mesi chissà a cosa. Ci stanno lasciando delle parole sfibrate, con cui diventerà sempre più difficile fare qualcosa, lavorare. Io ho paura di uno Stato dove lanciare un sasso contro un vetro sta diventando concettualmente analogo a un attentato. Ho paura non perché sto dalla parte di chi semina il panico in nome dell’Inter, della Lazio o del Milan, ma perché mi spaventa vivere in un posto dove non si distinguono più le tentacolari ramificazioni del male, e dove anziché provare a trovare delle soluzioni si legittima la tabula rasa.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica democrazia il 13 novembre 2007