Un’eredità di avorio e ambra. Edmund de Waal

Silvio Bernelli



“Il modo in cui gli oggetti vengono tramandati è pura narrazione. Ti lascio questo perché ti voglio bene. Oppure perché qualcun altro lo ha lasciato a me. Perché l’ho comprato in un luogo speciale. Perché te ne prenderai cura. Perché ti complicherà la vita.
Perché farà schiattare d’invidia il tale o tal altro. Le eredità non sono mai banali. Che cosa viene ricordato e cosa dimenticato, nel passaggio? L’oblio può perpetuarsi, i possessori di un tempo esser via via cancellati, ma può anche verificarsi l’opposto, una lenta accumulazione di storie.” È con queste parole che Edmund De Waal spiega l’intuizione da cui nasce il suo lavoro d’esordio, Un’eredità di avorio e ambra, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nella traduzione di Carlo Prosperi (pp.388, 18 €). Un libro in cui De Waal ricostruisce le peripezie della preziosa collezione di netsuke, miniature giapponesi del Settecento di uomini e animali, di cui è entrato in possesso. La storia di questi 276 netsuke è irripetibile, così come irripetibile è la storia dei progenitori di De Waal, i ricchissimi Ephrussi, una delle più importanti famiglie ebree del secolo scorso. Partiti dall’Ucraina come piccoli commercianti di grano, gli Ephrussi diventano in breve tempo tra i più influenti banchieri europei. Una vicenda che ha molti contatti con quella dei più famosi Rothschild, con cui infatti gli Ephrussi sono imparentati, e che mischia ricchezze smisurate e amore per l’arte. Charles Ephrussi, colui che nella Parigi della seconda metà dell’800 acquista la collezione di netsuke, possiede una trentina di capolavori impressionisti e la sua figura ha ispirato quella del celebre Swann di Marcel Proust. I netsuke vengono regalati al cugino Viktor Eprhussi a Vienna. Qui con l’avanzare del Novecento, le miniature giapponesi diventano testimoni dell’anti semitismo prima e del nazismo poi. La fortuna degli Ephrussi sparisce nel gorgo della violenza hitleriana e i netsuke, messi in salvo miracolosamente dalla domestica Anna, finiscono nella mani del figlio di Viktor Ignace, che li porta con sé a Tokyo. In Un eredità di avorio e ambra De Waal, che di mestiere fa il vasaio a Londra, ricostruisce tutti i passaggi della sua singolare eredità con un tono che passa dallo stupito all’indignato, riuscendo a raccontare le varie epoche e avventure delle quali i nestuke di famiglia sono stati protagonisti con una scrittura partecipata, forse passata al pettine da un editing molto sapiente. Probabilmente uno delle armi decisive di un libro che si è rivelato un successo puntando dritto al bersaglio della nostalgia: verso un’immensa fortuna perduta e un’età dell’oro che non tornerà.








pubblicato da g.fuschini nella rubrica libri il 2 dicembre 2011