Desolato

Teo Lorini



Desolato= lat. desolatus, part. pass. di desolare, abbandonare.
Agg. Privo di conforto, come chi è solo, abbandonato.

Novembre è già cominciato ma il sole che splende su Milano ha ancora l’odore del primo autunno. Usciti dalla Triennale camminiamo senza una meta, chiacchierando della mostra che abbiamo appena visitato. Di quello che abbiamo ricordato e di quello che, riguardo degli anni Settanta, possedevamo solo per conoscenza indiretta.

È l’una quando capitiamo alle Colonne di S. Lorenzo e ci sediamo a osservare il viavai di passanti. Quant’era che non ci trovavamo qui di sabato pomeriggio? Notiamo subito un elemento nuovo nella folla che riempie lo spiazzo. Adolescenti, quasi tutti giovanissimi, i maggiorenni non saranno più di un paio. Arrivano a tre o quattro per volta, accomunati dai segnali consueti delle tribù urbane. Nel loro caso ci sono all-star serigrafate di un disegno a scacchi, o anfibi con le stringhe bianche; collant dagli strappi vistosi, fuseaux violetti o blu scuro. Le felpe nere hanno ampi cappucci e, sul torace, in bianco portano il nome dei Ramones oppure qualche sigla che ignoro. Molte ragazzine hanno rossetti neri e mascara pesante a cerchiare gli occhi, in parecchi hanno piercing appuntiti su labbra o sopracciglia. Sono arrivati per un concerto? Un rimasuglio della notte di Halloween? O magari è stata Mtv e il look di qualche divo pop a evocare e radunare qui tutti questi punkettini, postumi e vivissimi?

Per la prima volta, rivedo le creste: me le indica la mia compagna. A guardare bene, lungo l’infilata delle colonne ce ne saranno una decina. Avranno usato sapone o forse lacca per tenerle rigide, ma ora sono lì e svettano in punte verdi, rosse, blu elettrico.

Dalle ultime che avevo scorto sulla testa di pochi e tardivi reduci del punk milanese devono essere passati almeno quindici anni. Era prima che il sagrato di San Lorenzo fosse spianato, appiattito sotto lastre di granito, transennato. Il parco delle basiliche non era ancora racchiuso fra cancellate e telecamere e lo si poteva attraversare a qualsiasi ora, perché non c’erano rotweiler a presidiare, né pattuglie e camionette di polizia a sorvegliare chi si incontrava qui e nemmeno le regole sul commercio che hanno lasciato in vita solo una manciata di locali, tutti eleganti, carissimi e asettici.

Le varie giunte comunali hanno lavorato con metodo e ostinazione per allontanare le persone da quest’angolo di Milano, consegnandolo a quel silenzio perbene, così decoroso e civile almeno fino a quando succede qualcosa e nessuno ti sente gridare.
Eppure, nonostante le bonifiche e le transenne, le ronde e i coprifuoco lo slargo davanti alla basilica si è riempito ancora una volta.

Con M. ci chiediamo cosa sappiano questi adorabili punkettini dei loro nonni di venti, trent’anni fa.

Adesso è più forte di noi. Giochiamo, ritornati più piccoli dei bambini che ci circondano, a chiuderci gli occhi con le mani. A immaginare di nuovo il montarozzo, le erbacce fra le rotaie, il tram che cigola scalando la lieve pendenza e si ferma dietro la statua di Costantino per scaricare studenti e vecchiette. E dietro il parco, pieno di gente anche di notte, i bonghi che battono il ritmo, un pallone che rotola e corre a infilarsi tra due pali fatti di cappotti ammonticchiati. Ci sono meno lampioni di oggi, ma nessuno si sente insicuro. O solo.

Ora possiamo scostare le mani e rimanere così, con gli occhi lustri, scoppi di risate infantili e i ragazzini che si girano a guardarci.








pubblicato da t.lorini nella rubrica a voce il 13 novembre 2007