Non è Dracula il nostro nemico

Franco Arminio



In questi giorni si parla tanto della percezione di insicurezza. Sì, siamo insicuri, ma forse il nostro timore principale non sono gli stranieri. Forse per molti il timore viene dallo straniero che abbiamo sempre a portata di mano: il nostro corpo. Non c’è nessun prefetto che possa allontanare il nostro corpo da noi stessi, il nostro corpo ricettacolo di fantasmi, merce preziosa di cui temiamo ogni giorno la scadenza.

La paura è il nemico che ci assedia, ma è una paura che viene da dentro. Lo spazio sociale è uno spazio deserto, noi non ci siamo, ci siamo dispersi nella selva di un mondo che percepiamo come piccolo e soffocante. Lampioni, officine, macchine, semafori, palazzi e così via all’infinito: siamo circondati non da assassini, ma da una ragnatela di cose che alzano muri da ogni parte. In questo groviglio di merci un po’ alla volta viene ogni giorno stuprata quel che resta della nostra anima.

La Romania non è una terra di mostri che hanno invaso un paese mite: a Roma nell’ottocento c’era un numero di omicidi infinitamente superiore a quello che c’è adesso. È che allora esisteva l’inizio e la fine del giorno, l’alba e il tramonto, Dio e le tenebre. Il piccolo mondo non era ancora diventato così piccolo da sembrare il ventre di una zanzara. Siamo tutti lì dentro e tutti insieme produciamo questo ronzio penoso che ci porta da una notizia all’altra senza mai arrivare da nessuna parte.

La maggioranza degli italiani non ha bisogno di un pacchetto sicurezza, ma di amore. Molti italiani non sanno più amare e non sanno neppure farsi amare. Non è il Dracula rumeno il nostro nemico, ma questa avidità di massa per cui tutti non hanno mai abbastanza. L’Italia sta diventando un luogo molto triste, pieno di gente che non sa ridere e non sa piangere. E questa tristezza, questa opacità parte dall’alto, da quelli, sempre gli stessi, che tengono più soldi e più potere. Se oggi non ci fosse nessun rumeno in giro non staremmo meglio. Il fatto è che gli stranieri sono vivi perché offesi e malpagati. Sono vivi e a volte violenti. Noi invece siamo mezzo addormentati, protesi a proteggere ciò che abbiamo già perso.

Abbiamo bisogno di un soffio di sgomento per respirare a pieni polmoni. Appena la vita si fa usuale, ruminata nelle solite occupazioni, ecco che svanisce.

Siamo nel piccolo mondo e rovistiamo nelle nostre giornate in preda a una foga inconcludente. Alla fine, davanti al bicchiere d’acqua che precede il sonno, ci accorgiamo che forse non è successo niente o che forse succede sempre la stessa cosa.

Siamo un popolo svuotato, spiritualmente immiserito. E se pensiamo agli stranieri come carogne, dobbiamo anche immaginare che ad attrarli è la nostra società in putrefazione.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 4 novembre 2007