Emilia #2

Irene Campari e Giovanni Giovannetti



Il testo di Helena ci ha lasciati sgomenti. Lo diciamo con tristezza e stupore. Abbiamo ormai un’intensa esperienza di convivenza con la comunità Rom pavese; chi ha seguito il blog del Circolo Pasolini e la stampa in questi mesi, ne ha e ne ha avuto testimonianza. Helena ha "immaginato" cosa poteva essere accaduto nella comunità Rom di Tor di Quinto immediatamente dopo l’intervento della signora Emilia a favore di Giovanna Reggiani. E immagina l’isolamento di Emilia, la complicità con l’assalitore, la connivenza malevola ed egoista, la paura esclusiva di tutto il campo per la propria sorte, piuttosto che per quella della signora Reggiani, la vittima. E la signora Emilia, abbiamo letto, deve essere "folle" per aver fatto una cosa del genere, implicitamente inammissibile nel codice extraterritoriale del campo Rom; quindi ammirata dalla scrittrice ma anche commiserata vista la comunità alla quale appartiene. Quante cose, cara Helena, non tornano e ci dispiacciono. Perché Emilia dovrebbe essere considerata "folle" e non semplicemente "coraggiosa", anche da te? Come lo sarebbe una donna gage? Perché dovrebbe essere considerata folle dal "campo", da tutto un campo? Non esistono anche qui individui con le proprie responsabilità, paure, limiti e grandezze?

L’esperienza che noi abbiamo avuto e abbiamo è molto diversa. Donne hanno denunciato i loro sfruttatori con il supporto del "campo". Nessuno si è rivolto contro di noi quando abbiamo aiutato chi voleva liberarsi per vie legali degli sfruttatori. E le donne che lo hanno fatto, hanno goduto del rispetto del "campo".

Per quanto riguarda l’epiteto "troia" che sarebbe proferibile, nell’immaginazione di Helena, da maschi Rom all’indirizzo della signora Reggiani, beh, non abbiamo parole. Abbiamo frequentato per tanto tempo il campo Rom dell’ex Snia di Pavia, tanto disprezzo per coloro i quali non sono Rom, non l’abbiamo percepito né vissuto. Quell’insulto è stato invece rivolto a Irene da perfetti "gagi" padani, a Pieve Porto Morone.

Riteniamo che il danno immenso prodotto dal "pacchetto sicurezza", sollecitato dall’uccisione della signora Reggiani, sia più di carattere sociale e culturale che non giudiziario (comunque affrontabile). Di conseguenza gli interventi di coloro i quali hanno sensibilità umana e intellettuale nei confronti delle discriminazioni, non dovrebbero prestarsi ad ambiguità o forzature, pur se in un contesto narrativo. Di percezione in percezione, di immaginazione in immaginazione, stiamo andando verso la chiusura di qualsiasi significato della convivenza con l’Altro, che, pur inconsapevolemente, vogliamo proprio, e a ogni costo, diverso da noi, tanto da isolare l’elemento "buono" (e che sentiamo più vicino) da tutto il suo gruppo.
Avremmo piuttosto un disperato bisogno di conoscenza, che non significa manipolazione o edulcorazione. Semplicemente conoscenza.

Non abbiamo mai creduto alla "banalità del male", pur riconoscendo l’autorevolezza di Arendt a proposito; che lo possano fare persone banali, quello sì, ma in sé il male, quel male, non è affatto banale. Come non è banale ciò che di male sta accadendo ora. Se tutto fosse banale, lo avremmo saputo arginare in tempo, avremmo saputo trovare subito la strada giusta. Ma a quella banalità malvagia non avevamo l’ardire di aggiungere anche la prevedibilità. Perché troppo angosciosa, e perché non saremmo comunque stati in grado di identificarne tutti i portatori, molti dei quali sono stati anche compagni di viaggio politico.

Tuttavia, se anche nel sito di "nazione indiana" leggiamo un intervento del tenore di quello di Helena, allora ci dobbiamo convincere che la strada è ancora coperta di sterpaglie, e che si è ancora in pochi a tentare di proseguire.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 3 novembre 2007