Emilia

Helena Janeczek



(...) Perché ciò che ha fatto Emilia è una cosa abnorme e, in un certo senso, forse è davvero un atto di follia.

"Se te ne stavi zitta", me li sento dire, gli altri del campo compresi i suoi figli, "quello lo mandavamo via noi, lo sbattevamo fuori e quando lo prendevano- se lo prendevano, perché non è detto- noi non ci finivamo in mezzo tutti quanti".

"Chi cazzo credi di essere, chi credi che ti ringrazia, donna, che cosa vuoi che cambi se una come te cerca di salvare una gage?"

"Hai visto che non cambia nulla? Hai visto che ora la paghiamo noi, noi tutti quanti, e questo è colpa tua. E’ colpa tua tanto quanto è colpa di Romik. No: in fondo è soprattutto colpa tua. C’era questa gage vestita bene, piena di buste costose, con la sua bella borsetta stretta sotto le ascelle, questa donna sola all’uscita del treno di Torre Quinto a un’ora in cui le donne dovrebbero stare a casa e preparare cena. Romik l’ha vista e ha fatto quel che ha fatto: a questa mezza troia di gage piena di soldi. Noi l’avremmo punito, l’avremmo espulso, ma sei arrivata tu a trascinarci nella merda tutti quanti. Se i tuoi figli vengono mandati in Romania a fare la fame e a prendersi la rogna, sappilo Emilia: è colpa tua."

Correndo in mezzo a quella strada, fermando col suo corpo quell’autobus che forse altrimenti non si sarebbe fermato per una zingara fetente, Emilia si è bruciata tutto. Potrebbero volerla anche ammazzare per vendetta, ma persino se non le torcono un capello, è come se fosse morta. Peggio che morta: Emilia è fuori, è fuorilegge di fuorilegge, nomade senza un posto dove andare. Una vita che forse non potrà far altro che aspettare la propria fine, sperando che questo stato o più probabilmente qualcuno dei suoi preti benemeriti almeno la mantenga. O quali prospettive potrà avere, secondo voi, una zingara vecchia di quarantacinque anni che i figli ricusano pubblicamente e che non parla una parola d’italiano?
(...)

Qui l’intervento intero.
Mi sento di aggiungere che lo sforzo di Helena è umanamente molto partecipe e benintezionato, e a una prima lettura mi ha provocato un senso di pietas e commozione. Peccato che, a ben vedere, nel mettere in rilievo il gesto di giustizia della signora Emilia, contemporaneamente dia per scontata una connivenza oggettiva con il responsabile del delitto da parte della comunità rom/rumena di Tor di Quinto. Forse esagero, ma temo che un articolo come questo finisca, senza volerlo, per fornire argomenti di supporto agli sgomberi in massa di tutti gli abitanti di qualsivoglia campo nomade, senza tanti distinguo: perché postula che, a meno di "folli" eccezioni eroiche e "inspiegabili gesti" come quello della signora Emilia, normalmente gli abitanti di un campo, per autoprotezione e sopravvivenza collettiva, sarebbero portati a coprire e occultare qualunque responsabile di crimini che provenga dal loro interno.
Cara Helena, giusto perché siamo narratori e non possiamo fare a meno di fantasticare ipotesi, ti propongo uno scenario congetturale alternativo a quello che hai descritto tu: immaginiamo che Mailat fosse stato consegnato alla giustizia dai baraccati di Tor di Quinto, con un gesto collettivo: sarebbe bastato a fermare le ruspe e i pestaggi punitivi?
T.S.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 2 novembre 2007